Articolo Pubblicato il 28 ottobre, 2020 alle 10:00.

Gli infortuni a scuola non riguardano solo gli alunni: anche il personale scolastico può restare vittima di un incidente sul lavoro e a doverne risponderne, a meno di circostanze particolari come il “rischio elettivo” o il caso fortuito, è il dirigente scolastico e quindi il Ministero dell’Istruzione. Lo ha riaffermato con forza la Corte di Cassazione, sezione Lavoro Civile, con l’ordinanza n. 23146/20 depositata il 22 ottobre 2020 su un caso singolare anche per le modalità con cui esso è avvenuto e per l’oggetto che ha seriamente ferito un’operatrice: una moka del caffè.   

 

Un’operatrice scolastica infortunatasi a causa di una… caffettiera chiede i danni

I fatti risalgono addirittura al 1999. Una dipendente del Comune di Acireale, con qualifica e mansioni di operatrice scolastica, mentre prestava servizio presso una scuola elementare del circolo didattico locale era stata colpita in pieno volto da una caffettiera esplosa durante la preparazione del caffè, che stava avvenendo ad opera di soggetti rimasti non identificati, all’interno del locale utilizzato dal personale ausiliario.

La lavoratrice aveva agito in causa per ottenere il risarcimento: in primo grado il tribunale di Catania aveva rigettato le sue domande, ma la Corte d’appello etnea, presso la quale la danneggiata aveva appellato la sentenza di primo grado, aveva parzialmente accolto il gravame, condannando il Ministero dell’Istruzione al risarcimento dei danni patiti dall’appellante in conseguenza dell’infortunio sul lavoro, quantificati in 11.299 euro, e l’Inail al pagamento dell’indennizzo per inabilità assoluta temporanea di 150 giorni.

 

La Corte d’Appello ritiene il Miur responsabile

I giudici territoriali avevano ritenuto che l’infortunio fosse avvenuto a tutti gli effetti in occasione di lavoro, in quanto la lavoratrice era intenta a svolgere le proprie mansioni, e avevano escluso il cosiddetto “rischio elettivo”, perché l’azione che aveva determinato l’evento non era stata compiuta dalla ricorrente, la quale non aveva posto in essere alcuna condotta, volontaria ed abnorme, idonea ad interrompere il nesso causale.

I giudici avevano altresì ritenuto che la responsabilità dell’incidente dovesse essere addebitata al Miur e non al Comune di Acireale, osservando che l’operatrice scolastica, sebbene formalmente dipendente dell’ente locale, rendeva la prestazione lavorativa in favore dell’istituto scolastico statale, sul quale dunque gravava l’obbligo imposto dall’art. 2087 cod. civ.: il Comune, infatti, non esercitava il potere direttivo ed organizzativo né era in condizione di vigilare costantemente sulla sicurezza dell’ambiente di lavoro.

E secondo la Corte d’Appello, il Ministero non aveva per l’appunto dimostrato di avere apprestato tutte le misure necessarie ad evitare il danno: al contrario, dall’istruttoria era emerso che la preparazione del caffè all’interno del locale destinato agli operatori scolastici era abituale ed era stata persino consentita dal datore di lavoro, il quale non aveva pertanto vigilato, come era suo onere, per impedire che nell’ambiente di lavoro si realizzassero situazioni pericolose per i lavoratori.

 

Il Ministero ricorre per Cassazione obiettando che l’operatrice era assunta presso il Comune

Contro questa sentenze il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha quindi proposto ricorso per Cassazione. Con il primo motivo, il Miur ha nuovamente obiettato che la Corte territoriale avrebbe dovuto escludere la legittimazione del Ministero e dell’Istituto Scolastico e ritenere passivamente legittimato solo il Comune di Acireale, alle cui dipendenze la lavoratrice infortunata, transitata nei ruoli statali solo successivamente, dal gennaio del 2000, prestava servizio al momento dell’infortunio.

Il Ministero ha fatto anche leva sull’autonomia riconosciuta alle singole scuole dalle disposizioni normative aggiungendo che la Dirigenza scolastica aveva tenuto un comportamento conforme alle norme in materia di infortuni, “invitando più volte la controparte a fornire all’ufficio del personale del Comune una relazione sulla dinamica dell’incidente e acquisendo ogni utile informazione dal personale docente in servizio”.

 

E ascrivendo la responsabilità dell’incidente solo alla danneggiata

Ma il motivo più interessante è il secondo, con il quale si addebita alla sentenza impugnata la violazione dell’art. 2087 cod. civ., non invocabile dalla lavoratrice, sia perché la preparazione del caffè non costituiva un’attività da espletare all’interno dell’istituto scolastico, sia in quanto la danneggiata avrebbe dovuto impedire che il fornello elettrico e la caffettiera venissero utilizzati impropriamente nel locale assegnatole.

Pertanto una volta esclusa l’applicabilità dell’art. 2087 cod. civ., sarebbe dovuto gravare sulla danneggiata l’obbligo di provare la responsabilità extracontrattuale ex art.2043 cod. civ. in tutti i suoi elementi costitutivi, onere non assolto nella fattispecie perché l’evento dannoso si era verificato in conseguenza di una condotta estranea alla prestazione lavorativa ed addebitabile alla stessa operatrice. La quale, in ogni caso, secondo il Miur e la Scuola, avrebbe quanto meno concorso alla causazione del danno, e si sarebbe inoltre dovuto escludere il nesso di causa con l’invalidità permanente in quanto, nell’immediatezza dei fatti, le era stata diagnosticata solo una “banale contusione escoriata alla fronte guaribile in otto giorni”.

 

La Cassazione rigetta il ricorso

Ma per la Cassazione sono infondati entrambi gli argomenti sui quali il Miur fa fatto leva per avvalorare la tesi della sua estraneità al rapporto dedotto in giudizio.

Dopo l’emanazione e l’attuazione della legge delega n. 59/1997 è rimasto immutato il rapporto organico con l’Amministrazione statale del personale docente ed ATA in servizio presso le istituzioni scolastiche, e l’attribuzione agli istituti ed ai circoli didattici della personalità giuridica, rilevante sul piano gestionale ed amministrativo, non ha privato i soggetti della qualità di organi dello Stato, con la conseguenza che in capo a quest’ultimo è rimasta la legittimazione passiva per le azioni risarcitorie intentate dagli allievi” esordisce la sentenza: dunque, è sempre e comunque lo Stato, e quindi il Ministero preposto, a dover in ultima analisi rispondere.

Né la responsabilità del Miur, chiarisce la Cassazione, può essere esclusa sulla scorta del fatto che l’evento lesivo si era verificato nel 1999, cioè in epoca antecedente l’entrata in vigore della legge n. 124/1999, e quindi quando il rapporto di lavoro intercorreva ancora fra la danneggiata ed il Comune di Acireale: con l’art. 8 della succitata legge il legislatore ha previsto il trasferimento nei ruoli statali del personale ATA dipendente degli enti locali in servizio presso le istituzioni scolastiche ed ha anche abrogato le disposizioni che prevedevano la fornitura di tale personale da parte dei comuni e delle province.

In precedenza, ricorda la Suprema Corte, la legislazione statale, risalente nel tempo (a un Regio Decreto del 1934) aveva imposto ai Comuni e alle Province di farsi carico non solo della costruzione, della manutenzione e dell’arredo degli edifici scolastici, ma anche del personale inserviente nonché di quello addetto ai servizi di segreteria, ripartendo la competenza in ragione dell’ordine e del grado della scuola, in modo che il personale amministrativo, tecnico e ausiliario in servizio nei diversi istituti scolastici non apparteneva ad un unico ruolo, ma era suddiviso fra lo Stato e gli enti locali, pur svolgendo la medesima funzione di supporto all’attività educativa della scuola statale, nei diversi aspetti amministrativi, gestionali, operativi, di accoglienza e di sorveglianza.

 

L’Amministrazione statale, titolare del rapporto di servizio, non può essere ritenuta estranea

Le disposizioni che imponevano agli enti locali la fornitura del personale ATA realizzavano una scissione fra rapporto organico e rapporto di servizio, non dissimile da quella che si verifica, sia pure in via temporanea, nell’ipotesi del comando, caratterizzato, appunto, dalla dissociazione fra titolarità del rapporto d’ufficio ed esercizio dei poteri di gestione, conseguente all’inserimento del dipendente, sia sotto il profilo organizzativo-funzionale, sia sotto quello gerarchico e disciplinare, nell’amministrazione di destinazione, a favore della quale egli presta esclusivamente la sua opera – spiegano i giudici del Palazzazzio – Da detta scissione, riscontrabile in altri settori dell’impiego pubblico contrattualizzato, discende che l’amministrazione statale beneficiaria della prestazione non può essere ritenuta estranea al rapporto contrattuale, come pretende il Ministero, perché, al contrario, in quanto titolare del rapporto di servizio, assume tutti i poteri e gli obblighi che da quel rapporto derivano”.

Si configura pertanto una “cogestione“, che si riflette anche sull’obbligo di sicurezza e sulla correlata posizione di garanzia, “giacché se, da un lato, è sul titolare del rapporto organico che gravano le obbligazioni più specificamente riferibili all’instaurazione del rapporto ed all’attività propedeutica alla prestazione, dall’altro è il soggetto in favore del quale l’attività viene resa che è tenuto a garantire la sicurezza del luogo di lavoro, a prevenire situazioni di rischio ed a controllare che le misure precauzionali vengano correttamente attuate”: considerazioni, queste, che valgono anche a carattere generale.

E in relazione agli istituti scolastici, è ben noto che la normativa applicabile alla fattispecie “ratione temporis” ha attribuito “la qualità di datore di lavoro, che nelle pubbliche amministrazioni spetta al dirigente titolare dei poteri di gestione ai capi delle istituzioni scolastiche ed educative statali ed ha compiutamente disciplinato gli obblighi che gravano sul dirigente scolastico a tutela dell’incolumità del personale dipendente e degli alunni, ponendo a carico del dirigente stesso anche l’obbligo di richiedere all’ente locale la realizzazione degli interventi manutentivi e di adottare in via d’urgenza ogni misura idonea a contenere o eliminare lo stato di pregiudizio alla sicurezza ed alla salute dei lavoratori e degli allievi

Va de sé che da queste disposizioni si evince, quindi, che la posizione di garanzia, quanto all’ambiente di lavoro, grava innanzitutto sul dirigente scolastico, il quale è tenuto a vigilare ed a richiedere l’intervento dell’ente proprietario dell’edificio ove siano necessarie modifiche strutturali. Da questo punto di vista, dunque, la sentenza impugnata, secondo gli Ermellini, ha correttamente ritenuto, da un lato, “di valorizzare la richiamata scissione fra rapporto organico e rapporto di servizio” e, dall’altro, “che gravasse sul Ministero, il quale per il tramite del dirigente scolastico gestiva l’organizzazione dell’istituto, l’obbligo di vigilare affinché nell’ambiente di lavoro non si realizzassero situazioni pericolose”.

 

Provata anche la responsabilità del dirigente scolastico che aveva tollerato l’attività pericolosa

Ma per la Suprema Corte sono infondati anche il secondo e il terzo motivo del ricorso, nella parte in cui assumono l’inapplicabilità dell’art. 2087 cod. civ. e pretendono di sussunnere la fattispecie nel diverso ambito della responsabilità extracontrattuale. L’obbligo di sicurezza – ribadiscono gli Ermellini – non fa capo solo al titolare del rapporto organico bensì si inserisce nel sinallagnna del rapporto di servizio e, pertanto, ha natura contrattuale e resta disciplinato dall’art. 2087 cod. civ., oltre che dalla normativa speciale dettata a tutela della salute dei lavoratori”.

Pertanto, è ben applicabile nel caso specifico il principio di diritto secondo cui, “in materia di infortuni sul lavoro, al di fuori dei casi di rischio elettivo, nei quali la responsabilità datoriale è esclusa, qualora ricorrano comportamenti colposi del lavoratore, trova applicazione l’art. 1227, comma 1, c.c.; tuttavia, la condotta incauta del lavoratore non comporta un concorso idoneo a ridurre la misura del risarcimento ogni qual volta la violazione di un obbligo di prevenzione da parte del datore di lavoro sia munita di incidenza esclusiva rispetto alla determinazione dell’evento dannoso”: ciò avviene quando l’infortunio si sia realizzato per l’osservanza di specifici ordini o disposizioni datoriali che impongano colpevolmente al lavoratore di affrontare il rischio, quando l’infortunio scaturisca dall’integrale impostazione della lavorazione su disposizioni illegali e gravemente contrarie ad ogni regola di prudenza o, infine, quando vi sia inadempimento datoriale rispetto all’adozione di cautele, tipiche o atipiche, concretamente individuabili, nonché esigibili ex ante ed idonee ad impedire, nonostante l’imprudenza del lavoratore, il verificarsi dell’evento dannoso.

Come già detto, la Corte territoriale aveva escluso il rischio elettivo, perché la caffettiera esplosa era stata posta sul fornello non dall’operatrice bensì da terzi non identificati, ed aveva anche ritenuto provato che l‘attività pericolosa si svolgeva in modo sistematico all’interno dell’istituto, “sicché, evidentemente – prosegue la Cassazione -, il datore di lavoro, che non l’aveva impedita, era venuto meno al suo dovere di vigilare e di emanare specifiche direttive volte a prevenire il verificarsi di eventi dannosi”.

Una ricostruzione dei fatti che porta ad escludere alla radice ogni rilevanza delle circostanze sulle quali il Ministero ha fatto leva per sostenere una colpa concorrente dell’operatrice, perché “sebbene il legislatore, in tema di sicurezza, abbia posto precisi obblighi anche a carico del lavoratore, impegnandolo ad osservare le misure precauzionali ed a segnalare eventuali condizioni di pericolo, tuttavia non ha certo inteso attenuare, attraverso la previsione di detto obbligo di collaborazione, il debito di sicurezza che grava sul datore, nella specie non adempiuto perché, ove il dirigente avesse vigilato come era suo onere ed impartito le opportune direttive, l’evento lesivo non si sarebbe verificato”.

Dunque, ricorso del Miur respinto e condanna al risarcimento dell’operatrice scolastica  confermato.