Articolo Pubblicato il 7 marzo, 2020 alle 9:00.

Com’è noto, il cosiddetto infortunio “in itinere” è quello occorso a un lavoratore durante il tragitto casa-lavoro-casa o in occasione di trasferte lavorative: in genere si tratta di sinistri stradali.

Questi incidenti dal punto di vista risarcitorio rientrano appieno tra gli infortuni sul lavoro e quindi il danneggiato può richiederne il risarcimento come tali, purché però si dimostri che ci si stava effettivamente recando al (o tornano dal) posto di lavoro.

Perché è chiaro che, se il sinistro di verifica in tutt’altro itinerario, e per di più mentre l’infortunato indossa una tuta ginnica, qualche dubbio sull’effettiva destinazione sorge.

 

Presidente della Provincia investito chiede i danni all’assicurazione per l’infortunio in itinere

La vicenda in questione, di cui si è occupata la Cassazione nell’ordinanza n. 5119/20 depositata lo scorso 25 febbraio 2020, è ancora più clamorosa in quanto coinvolge un politico, l’ex presidente della provincia di Cremona Giuseppe Torchio.

L’amministratore, nel 2008, al tempo in cui era in carica, subì un infortunio – venne investito da uno scooter – mentre, secondo la sua versione, stava esercitando le proprie funzioni: stava ritornando da due colloqui con soggetti privati, preordinati all’adozione di provvedimenti amministrativi quali la realizzazione di una pista ciclabile e la sovvenzione di un laboratorio genetico.

Torchio chiese pertanto il risarcimento all’assicurazione, Ina Assitalia (poi Generali) con cui la Provincia di Cremona aveva stipulato un’assicurazione ad hoc per conto di chi rivestisse la carica di Presidente, a copertura degli infortuni subiti a causa e nell’esercizio delle funzioni, e, di fronte al diniego della compagnia, nel 2011 la citò in causa avanti al Tribunale cittadino, chiedendo la condanna dell’assicuratore al pagamento dell’indennizzo contrattualmente dovuto.

 

Domanda accolta in primo grado, ma respinta in appello: il politico “stava facendo jogging”

Generali si costituì contestando la tesi che la vittima al momento dell’infortunio stesse esercitando le proprie funzioni amministrative e obiettando come in realtà in quel momento il politico stesse svolgendo attività ginnica, come si desumeva dall’ora, le 8 del mattino, e soprattutto dal fatto che indossasse una tuta da ginnastica.

Il Tribunale accolse la domanda, ma la Corte d’Appello di Brescia, a cui la compagnia aveva proposto appello, ribaltò la decisione e, con sentenza del 2014, accolse il gravame dell’assicuratore, accreditando la circostanza che al momento dell’investimento l’assicurato stesse praticando jogging.

La Corte inoltre evidenziò che, se anche quel mattino Torchio avesse svolto attività istituzionale, l’itinerario e l’ora di percorrenza di esso erano stati scelti “per avere l’opportunità di fare jogging e non per esigenze connesse all’attività lavorativa”.

 

L’amministratore ricorre per Cassazione

L’allora presidente della Provincia di Cremona ha quindi proposto ricorso per Cassazione, contestando le ragioni su cui si era basata la Corte territoriale per escludere che egli avesse patito un infortunio in itinere e quindi il diritto all’indennizzo da parte dell’assicurato.

A suo dire, i giudici di seconde cure avevano applicato i principi elaborati dalla giurisprudenza in tema di infortunio in itinere del lavoratore subordinato, mentre nel caso di specie lui era un pubblico amministratore: non avrebbe perciò potuto trovare applicazione nel suo caso il principio secondo cui le scelte arbitrarie del lavoratore circa il tragitto da seguire da casa al lavoro o viceversa escludono l’indennizzabilità dell’infortunio in itinere.

Questa limitazione, a quanto sostenuto dal ricorrente, nella polizza non c’era, e di conseguenza doveva essere indennizzato ogni infortunio avvenuto “in occasione di lavoro”. E poiché nella specie era pacifico che al momento dell’investimento egli stesse rientrando da colloqui svolti per ragioni di ufficio, sarebbero state irrilevanti le scelte compiute circa il tragitto da compiere.

 

Niente “rischio” in itinere quando il tragitto sia una “deviazione indipendente dal lavoro”

Secondo la Cassazione, tuttavia, il motivo è inammissibile. Quanto alla polizza, in particolare, la Suprema Corte avvalla l’apprezzamento della Corte territoriale, la quale, per rigettare l’argomento, aveva asserito che “il contratto copre gli infortuni in itinere, ma non li definisce”.

“Si deve dunque ritenere – spiegano gli Ermellini – che con tale espressione le parti abbiano inteso fare riferimento al concetto di “infortunio in itinere” come previsto e disciplinato dal testo unico sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, e quindi all’art. 2 d.p.r. 30.6.1965 n. 1124, come modificato dall’art. 12 d. lgs. 38/2000.

E alla stregua di tali norme non sussiste rischio in itinere quando il tragitto seguito dal lavoratore non sia necessitato, ma costituisca una “deviazione del tutto indipendente dal lavoro”.

Ricorso respinto

Inoltre, conclude la Suprema Corte, “l’interpretazione del contratto adottata dal giudice di merito è sindacabile in sede di legittimità soltanto se si assumano violate le regole legali di ermeneutica di cui agli artt. 1362 e ss. c.c., ma tale violazione non può dirsi sussistente solo perché il testo contrattuale consentiva in teoria altre e diverse interpretazioni, rispetto a quella fatta propria dalla sentenza impugnata.

L’interpretazione del contratto prescelta dal giudice di merito può condurre alla cassazione della sentenza impugnata quando sia grammaticalmente, sistematicamente o logicamente scorretta, ma non quando costituisca una non implausibile interpretazione, preferita tra altre non implausibili interpretazioni.

Nel caso di specie, il ricorrente non lamenta affatto la violazione di uno o più tra i canoni legali di ermeneutica, ma contrappone la propria interpretazione del contratto a quella adottata dalla Corte d’appello, che di per sé era comunque non è implausibile: di qui l’inammissibilità del motivo di ricorso”.