Articolo Pubblicato il 10 settembre, 2020 alle 12:30.

Il diritto all’indennizzo da parte dell’Inail per gli incidenti in itinere, quelli che si verificano nel percorso casa-lavoro, non è interrotto e precluso dal fatto che il lavoratore danneggiato si trovi in permesso per motivi personali.

E’ un’ordinanza quanto mai rilevante, la n. 18659/20, quella depositata l’8 settembre con la quale la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ha accolto il ricorso presentato da una vedova, che aveva perso il marito in seguito a un tragico incidente, contro la sentenza della Corte d’Appello di Venezia del 13 novembre 2013.

 

La Corte d’appello respinge la richiesta d’indennizzo perché il lavoratore era in permesso

La Corte territoriale, in riforma della pronuncia di primo grado, aveva rigettato la domanda della ricorrente, in proprio e quale legale rappresentante della figlie minori, per ottenere le prestazioni per i superstiti da parte dell’Inail in seguito alla morte del marito, deceduto a causa di un sinistro stradale mentre, al termine di un permesso ottenuto per motivi personali, tornava da casa sul luogo di lavoro.

Il ricorso per Cassazione della vedova

La signora ha denunciato in primis la violazione e falsa applicazione dell’art. 2, comma 3., T.U. n. 1124/1965, come modificato dall’art. 12, d.lgs. n. 38/2000, in quanto la Corte d’appello aveva ritenuto che la fruizione di un permesso per motivi personali escludesse il nesso di causalità tra l’infortunio e l’attività lavorativa, benché, nel caso di specie, il permesso fosse stato richiesto e ottenuto per esigenze familiari. Con il secondo motivo, poi, la vedova ha lamentato l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, poiché la Corte territoriale non aveva considerato che, nello specifico, l’infortunio si era verificato nel tragitto necessario per ritornare sul luogo di lavoro.

La Suprema Corte le ha dato ragione piena. La Cassazione ricorda che l’art. 2, comma 3°, T.U. n. 1124/1965 – nel testo applicabile “ratione temporis” risultante dalla modifica apportata dall’art. 12, d.lgs. n. 38/2000 -, prevede che “salvo il caso di interruzione o deviazione del tutto indipendenti dal lavoro o, comunque, non necessitate, l’assicurazione comprende gli infortuni occorsi alle persone assicurate durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro”, precisando anche che “l’interruzione e la deviazione si intendono necessitate quando sono dovute a cause di forza maggiore, ad esigenze essenziali ed improrogabili o all’adempimento di obblighi penalmente rilevanti”, e che “l’assicurazione opera anche nel caso di utilizzo del mezzo di trasporto privato, purché necessitato”, mentre “restano (…) esclusi gli infortuni direttamente cagionati dall’abuso di alcolici e di psicofarmaci o dall’uso non terapeutico di stupefacenti ed allucinogeni nonché quelli avvenuti nell’ipotesi che il conducente sia “sprovvisto della prescritta abilitazione di guida”.

 

La tutela assicurativa è ampliata a qualsiasi infortunio nel percorso casa-lavoro

Questa disposizione, affermano i giudici del Palazzaccio, “amplia la tutela assicurativa a qualsiasi infortunio verificatosi lungo il percorso da casa al luogo di lavoro, escludendo qualsiasi rilevanza all’entità del rischio o alla tipologia della specifica attività lavorativa a cui l’infortunato sia addetto e tutelando piuttosto il rischio generico (connesso al compimento del cosiddetto percorso normale tra abitazione e luogo di lavoro) cui soggiace qualsiasi persona che lavori, restando per conseguenza confinato il cosiddetto rischio elettivo a tutto ciò che sia dovuto piuttosto ad una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella legata al cosiddetto percorso normale, ponendo così in essere una condotta interruttiva di ogni nesso tra lavoro- rischio ed evento”.

Sulla scorta di questa interpretazione, gli Ermellini concludono che “la sussistenza di un rapporto finalistico tra il cosiddetto percorso normale e l’attività lavorativa è sufficiente a garantire la tutela antinfortunistica”, e pertanto non condividono la lettura della Corte territoriale secondo cui la fruizione di un permesso di lavoro per motivi personali interromperebbe ex se il nesso rispetto all’attività lavorativa, con conseguente non indennizzabilità dell’evento infortunistico verificatosi nel percorso normale per rientrare al lavoro.

 

Il permesso di lavoro è equiparabile a pause e riposi

Il permesso, infatti, chiarisce la Cassazione, “costituisce una fattispecie di sospensione dell’attività lavorativa nell’interesse del lavoratore che ontologicamente non è differente dalle pause o dai riposi, differenziandosi da questi ultimi soltanto per il suo carattere occasionale ed eventuale a fronte del connotato di periodicità e prevedibilità che è tipico degli altri, e non potendo logicamente sostenersi che il lavoratore che si allontani dall’azienda e/o vi faccia ritorno in relazione alla necessità di fruire del riposo giornaliero non sia tutelato durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, per citare nuovamente la lettera dell’art. 2, comma 3°, T.U. n. 1124/1965, cit.

Dunque, la nozione di rischio elettivo rilevante al fine di escludere l’indennizzabilità dell’infortunio in itinere va circoscritta al solo caso in cui il lavoratore, in base a ragioni o ad impulsi personali, abbia compiuto una scelta del tutto arbitraria che abbia creato e comportato la necessità di affrontare una situazione diversa da quella inerente al percorso normale tra casa e lavoro”.

Non essendosi i giudici territoriali attenuti a questi principi di diritto, la sentenza impugnata è stata pertanto cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Venezia, in diversa composizione, per il riesame della vicenda.