Articolo Pubblicato il 8 giugno, 2020 alle 10:30.

Il datore di lavoro deve “formare” adeguatamente i propri dipendenti in modo che possano svolgere le mansioni assegnate in tutta sicurezza.

A riaffermare con forza questo principio, che purtroppo resta troppo spesso lettera morta, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13918/20 depositata il 5 maggio 2020, che è particolarmente significativa anche perché riguarda un settore particolarmente e doppiamente esposto agli incidenti sul lavoro, quello dell’autotrasporto, nel quale i camionisti, oltre a quelli sulla strada, sono soggetti anche ad altri rischi nelle operazioni di carico e scarico.

 

Un camionista si frattura una gamba controllando un carico: condannato il datore di lavoro

La vicenda. Nel 2013 un autista dipendente di un’impresa di autotrasporto stava trasportando un silos assicurato al suo camion con alcune cinghie, ed è stato appunto nel recuperare una cinghia mal posizionata che il lavoratore era salito sul pianale del mezzo e l’aveva afferrata, ma aveva perso la presa, cadendo da un’altezza di oltre un metro e riportando delle lesioni tra cui la frattura di una tibia, poiché che un piede era rimasto incastrato tra il pianale del veicolo e il basamento del silos.

Il Tribunale di Piacenza aveva condannato il titolare dell’azienda, che aveva scelto il rito abbreviato, alla pena di due mesi di reclusione e al risarcimento dei danni in favore della parte civile, in relazione al reato di cui all’art. 590, commi 1, 2 et 3, cod. pen., sentenza confermata dalla Corte d’Appello di Bologna.

 

L’imprenditore ricorre per Cassazione

Il datore di lavoro tuttavia ha riproposto ricorso per Cassazione: lo aveva già fatto una prima volta e la Suprema Corte aveva cassato la sentenza, ma i giudici del rinvio avevano confermato la condanna.

Il ricorrente ha lamentato in primis l‘illogicità della motivazione, nella parte relativa alla affermazione della sussistenza di una sua condotta colposa e della configurabilità di una relazione causale tra la stessa e l’evento. A suo dire, la Corte d’appello non avrebbe individuato i contenuti della formazione che avrebbe dovuto essere somministrata al lavoratore infortunato, la cui carenza era stata alla base della sua condanna, e della relazione causale tra l’omissione della stessa e l’evento.

I giudici di merito avevano individuato l’obbligo informativo omesso nelle caratteristiche strutturali del veicolo che – obiettava il ricorrente – il lavoratore utilizzava tutti i giorni, e nell’uso delle scarpe rigide, che però, aggiungeva, non erano stati oggetto di prescrizione neppure da parte degli organi accertatori, essendo emerso che l’automezzo aziendale usato dall’autista infortunato era conforme all’impiego previsto (non era stata rilevata alcuna violazione per la mancanza di una scala) e non essendo stata mossa alcuna osservazione a causa del fatto che il silos trasportato occupava quasi interamente il cassone.

 

Il documento di valutazione dei rischi e il corso di formazione sulla sicurezza

La Corte d’appello, tuttavia, aveva ribadito l’affermazione di responsabilità del datore di lavoro, senza tener conto del fatto – asseriva sempre il ricorrente – che il documento di valutazione dei rischi, redatto ai sensi degli artt. 73, 74 e 75 d.lgs. 81/2008, era stato sottoscritto dal dipendente all’atto della sua assunzione, quando gli erano stati consegnati i dispositivi di protezione individuali ed era stato sottoposto al corso di formazione generica sulla sicurezza del lavoro, evidenziando anche possibili situazioni di rischio nella movimentazione manuale dei carichi e dei mezzi, da cadute a livello e in altezza, e dando atto della conoscenza da parte del lavoratore dei mezzi e dei materiali d’uso.

Per tutte queste ragioni, i giudici non avrebbero individuato la regola cautelare violata e la relazione causale tra la stessa e l’evento infortunistico. Inoltre, secondo il datore di lavoro sarebbe stata omessa anche l’indagine circa le conseguenze dell’adozione del comportamento ritenuto doveroso e omesso, se, cioè, questo sarebbe valso a impedire l’evento, tenuto conto della particolarità del caso concreto.

 

Il titolare dell’azienda nega che il certificato di frequenza al corso sia stato dato da firmare dopo

Non solo. Il titolare dell’impresa ha lamentato la mancanza e la illogicità della motivazione della sentenza impugnata anche nella parte relativa alla valutazione delle dichiarazioni della persona offesa, che sarebbe stata compiuta senza considerare la sua avvenuta formazione, attestata dal certificato sottoscritto da tutti i dipendenti dell’impresa, da cui si ricavava, tra l’altro, che anche il lavoratore infortunatosi aveva frequentato il corso di formazione sulla sicurezza del lavoro.

L’imputato ha anche fatto notare nel suo ricorso che il camionista non aveva sollevato alcuna contestazione in ordine alla veridicità di tale documento, cosicché risultava illogica l’affermazione di una costruzione artificiosa di tale prova successivamente alla verificazione dell’evento.

E ha anche eccepito l’inattendibilità e l’inverosimiglianza di quanto dichiarato dalla persona offesa, e su cui era stata fondata l’affermazione della mancata formazione dello stesso da parte del datore di lavoro (l’autista  aveva dichiarato che questo documento gli sarebbe stato fatto firmare mentre era ricoverato all’ospedale dopo l’infortunio), trattandosi di dichiarazioni rese da un soggetto interessato (in quanto la persona offesa si era costituita parte civile) e inverosimili, non essendovi ragioni per firmare un documento attestante lo svolgimento di attività di formazione in data anteriore a quella della sottoscrizione del documento stesso.

 

La Cassazione questa volta rigetta il ricorso

Per la Cassazione, tuttavia, il ricorso è infondato.  La Suprema Corte ricorda che nella precedente sentenza di annullamento sulla vicenda, del 2018, la quarta sezione aveva già evidenziato che  all’imputato si era attribuito di non aver formato il lavoratore circa “procedure più consone e sicure da seguire”; di non averlo stato reso consapevole che “avrebbe potuto incorrere in una situazione quale quella che gli è capitata”; di non aver informato il lavoratore “sul modo corretto di procedere in situazioni come quella“. Era cioè mancata, nella prima sentenza di secondo grado, la puntuale descrizione dei contenuti della formazione e dell’informazione che avrebbero dovute essere somministrate al lavoratore.

In particolare, non era emerso se questi avrebbe dovuto essere informato dei rischi connessi all’uso delle scarpe antinfortunistiche ove chiamato a muoversi in spazi angusti e quindi formato sull’uso delle cautele da adottare nel caso; o se la formazione e l’informazione avrebbero dovuto avere ad oggetto l’operazione di assicurazione del carico sul pianale del camion; quali comportamenti concreti tale addestramento avrebbe indotto. Risultava, dunque, carente, spiegano gli  Ermellini, “l’accertamento della causalità e della colpa, non essendo stati puntualmente identificati i termini delle relazioni eziologiche, ragion per cui la Corte d’appello era incorsa nell’errore di ritenere che un difetto di formazione e di informazione vi era stato perché il lavoratore si era infortunato”: di qui, spiegano i giudici del Palazzaccio, “la necessità di un nuovo accertamento della ricorrenza degli elementi indefettibili dell’imputazione colposa dell’evento”.

Tale accertamento, però, precisa la Suprema Corte, “è stato compiuto dai giudici del rinvio, che hanno ravvisato una relazione causale tra l’accertata mancata formazione del lavoratore infortunato in ordine alle cautele antinfortunistiche, “in particolare in ordine alla condotta da tenere per assicurare il carico e per recuperare una delle cinghie utilizzate a tale scopo, e l’evento”. La Corte d’appello, dopo aver riportato le modalità di verificazione dell’infortunio, ha, anzitutto, escluso che la condotta dell’infortunato possa essere ritenuta abnorme o esulante dalle sue mansioni, “essendo, anzi, prevedibile, rientrando nelle sue mansioni l’operazione di ancoraggio e messa in sicurezza del carico da trasportare”.

 

Per la Suprema Corte il lavoratore non aveva frequentato alcun corso

La Cassazione aggiunge anche il fatto che era stato appurato come il lavoratore non avesse frequentato alcun corso di formazione o di sicurezza, in quanto il personale della ASL di Piacenza non aveva rinvenuto alcun documento attestante l’avvenuta formazione, e quello apparentemente sottoscritto il 9 marzo 2013 era, in realtà, stato fatto sottoscrivere al lavoratore dopo l’infortunio, mentre si trovava ricoverato in ospedale, nonché il fatto che l‘autocarro sul quale era stato caricato il silos era privo di scala di accesso al pianale e anche di idonei punzoni per bloccare il container ai quattro angoli una volta posato sul cassone.

Insomma, secondo la Suprema Corte i giudici del rinvio questa volta hanno sottolineato “la evidente relazione causale tra la mancata informazione del lavoratore, in ordine alle modalità esecutive dell’assicurazione di quel genere di carichi da trasportare con il veicolo in dotazione (che poteva trasportare un oggetto di rilevanti dimensioni come il silos in questione solo fissando il carico con delle cinghie, in quanto, per le dimensioni dell’oggetto da trasportare rispetto al pianale, occorreva rimuovere la piantana posteriore d’angolo, perché il carico aveva una dimensione tale da non permettere la chiusura delle sponde), e l’infortunio, in quanto il carico, per le sue dimensioni, richiedeva accorgimenti specifici, essendo impedito l’uso delle sponde di protezione e anche l’accesso al cassone in condizioni di sicurezza, cosicché salire sul bordo del cassone con scarpe rigide, aggrappandosi a una traversa della struttura, determinava il pericolo di perdita dell’equilibrio, poi verificatasi, con la conseguente caduta del lavoratore”.

 

Infortunio dovuto a mancata formazione del lavoratore

Secondo la Cassazione si tratta di una motivazione idonea a evidenziare “sia la condotta doverosa omessa (e cioè l’adeguata formazione del lavoratore in ordine al pericolo derivante dal trasporto di un carico del genere di quello presente sul cassone del camion aziendale in occasione dell’infortunio, che richiedeva di essere assicurato con cinghie, che non potevano essere recuperate se non con una manovra pericolosa, ovverosia salendo sul pianale dell’autocarro senza l’ausilio di una scala), non essendo state rinvenute tracce documentali di alcuna formazione (stante la riconducibilità a data successiva all’infortunio della attestazione sottoscritta dal lavoratore e prodotta dall’imputato); sia la relazione causale tra la stessa e l’infortunio, essendo stato chiarito come un’adeguata formazione e informazione del lavoratore sui rischi connessi al trasporto di un carico delle dimensioni di quello presente sull’autocarro, tra l’altro privo di scala di accesso al pianale, avrebbero consentito di evitare l’evento, cioè la caduta, che fu dovuta alla esecuzione di una manovra imprudente e inappropriata, che una adeguata formazione sulla condotta da tenere per assicurare un carico di dette dimensioni, su un autocarro delle caratteristiche di quello condotto dall’infortunato, avrebbe consentito di evitare”.

La Cassazione conclude precisando come nella sentenza impugnata non sussistesse alcuna violazione dei criteri di valutazione della prova o illogicità manifesta nella considerazione delle dichiarazioni della persona offesa, “essendo stato sottolineato, in modo pienamente logico, che non vi sono ragioni di sorta per ritenere falso quanto dallo stesso dichiarato (a proposito della sottoscrizione della attestazione di partecipazione al corso di formazione in data successiva all’infortunio, addirittura mentre si trovava ricoverato in ospedale dopo la caduta).

Ergo, ricorso respinto e condanna per il datore di lavoro del camionista confermata.