Articolo Pubblicato il 28 gennaio, 2020 alle 17:49.

Nelle società di capitali, gli obblighi inerenti alla prevenzione degli infortuni posti dalla legge a carico del datore di lavoro gravano indistintamente su tutti i componenti del consiglio di amministrazione, salvo il caso di delega, validamente conferita, della posizione di garanzia.

A chiarire l’importante principio la Corte di Cassazione, sezione Lavoro, con la sentenza n. 54/20 depositata il 3 gennaio 2020.

 

Consigliere delegato della società condannato per l’infortunio del lavoratore

La vicenda. La Corte di Appello di Firenze aveva confermato la pronuncia emessa dal Tribunale di Siena con il quale il consigliere delegato di una società era stato ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 590 del codice penale, per aver cagionato per colpa lesioni personali a un suo dipendente, commettendo il fatto con violazione delle norme in materia di prevenzione degli infortuni e per imprudenza, imperizia e negligenza.

Secondo l’accertamento condotto nei gradi di merito, il lavoratore, alle dipendenze della Travertino Sant’Andrea Giganti Renato s.r.l., stava trasferendo delle lastre di travertino dalla levigatrice alla stuccatrice quando, a causa del mancato funzionamento delle fotocellule presenti nell’impianto, era rimasto incastrato tra il carrello mobile e la rulliera fissa, riportando lesioni personali per una prognosi di oltre quaranta giorni.

L’imputato ricorre per Cassazione

Il consigliere delegato ha proposto ricorso per Cassazione sostenendo che la Corte d’Appello aveva ritenuto che egli ricoprisse una posizione di garanzia, nonostante la presenza all’interno dell’organizzazione aziendale di altre figure specificamente preposte e l’assenza di qualsiasi potere, anche di fatto, in materia di vigilanza e sicurezza dei lavoratori.

Il ricorrente sosteneva che la sentenza appellata aveva stabilito la sua responsabilità perché consigliere delegato e in quanto indicato come referente nel documento di valutazione dei rischi, che tuttavia non gli avrebbe attribuito alcuna qualifica tipizzata dal legislatore: nel Dvr, infatti, egli risultava indicato come dirigente con funzioni di “responsabile e commerciale e produzione”, mentre un’altra persona era qualificata come preposto, con funzioni di capo cantiere.

 

Gli obblighi sulla prevenzione degli infortuni

Insomma, l’imputato ha sostenuto la tesi di essere sì dirigente ma con funzioni connesse alla commercializzazione e alla produzione e, quando alla qualifica di consigliere delegato, ha obiettato che non avrebbe dovuto trovare applicazione il principio del cumulo delle responsabilità in capo ai vertici dell’azienda quando vi fosse una delega esplicita o implicita della posizione di garanzia: delega che nella specie sarebbe stata stata conferita appunto al capo cantiere, che nella qualità di preposto sarebbe stato anche il garante dell’obbligo di assicurare la sicurezza del lavoro.

La Corte avrebbe ritenuto che egli esercitasse di fatto le funzioni di responsabile della sicurezza senza però che nessuno avesse riferito circostanze dalle quali desumere l’esercizio di un tale potere di fatto.

La Cassazione respinge il ricorso

Secondo gli Ermellini, però, il ricorso è inammissibile. “Lo stesso ricorrente – spiega la Suprema Corte – espone di aver rivestito la qualifica di consigliere delegato. E’ noto che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, nelle società di capitali, gli obblighi inerenti alla prevenzione degli infortuni posti dalla legge a carico del datore di lavoro gravano indistintamente su tutti i componenti del consiglio di amministrazione, salvo il caso di delega, validamente conferita, della posizione di garanzia.

I rilievi che si muovono alla sentenza impugnata in relazione all’interpretazione data di quanto emergente dal DVR risultano quindi recessivi, ove pure cogliessero il punto”.

 

L’indicazione di un preposto non costituisce atto di delega in senso stretto

Quanto poi alla delega, la Cassazione osserva che “nel ricorso si confonde l’attribuzione di ruoli all’interno dell’organigramma aziendale con la delega delle funzioni prevenzionistiche di cui all’art. 16 d.lgs. n. 81/2008. Ma la prima, quando associata all’effettiva titolarità di pertinenti poteri, fonda la posizione gestoria a titolo originario; la seconda comporta il trasferimento dal datore di lavoro ad altri di alcune sue specifiche e definite competenze e dei correlati poteri.

La preposizione di un preposto non costituisce atto di delega in senso stretto, e d’altronde non sottrae il datore di lavoro ai propri obblighi di organizzazione e vigilanza sulla osservanza delle procedure aziendali, anche da parte del preposto stesso”.

 

La procedura di lavoro non conforme era conosciuta e tollerata dal datore di lavoro

In altre parole, se la presenza di altri gestori del rischio da lavoro non costituisce di per sé ragione di esonero da responsabilità del datore di lavoro, “quel che rileva è l’identificazione del rischio che si è concretizzato nell’evento, onde risalire a colui che avrebbe dovuto curare gli adempimenti prevenzionistici.

Nel caso di specie, secondo la ricostruzione conforme delle sentenze di merito, l’infortunio si era determinato perché era stata posta in essere una procedura di lavoro non conforme alle regole cautelari, in quanto erano state disattivate le fotocellule che comandavano l’arresto del macchinario ove il lavoratore fosse entrato nel loro campo di azione.

E questo, come dimostrato dalla Corte d’appello e non contestato nemmeno dal ricorrente, rispondeva ad una prassi tollerata dall’imputato.

“Trova quindi applicazione – prosegue la sentenza . il principio secondo il quale, in tema di infortuni sul lavoro, in presenza di una prassi dei lavoratori elusiva delle prescrizioni volte alla tutela della sicurezza, non è ravvisabile la colpa del datore di lavoro, sotto il profilo dell’esigibilità del comportamento dovuto omesso solo ove non vi sia prova della sua conoscenza, o della sua colpevole ignoranza, di tale prassi”.

Sotto altro profilo – conclude la Suprema Corte -, che il (omissis) non avesse esercitato in concreto le funzioni di vigilanza è al contempo ragione dell’addebito, perché proprio l’omissione dei doveri tipici del datore di lavoro aveva permesso l’ingenerarsi della scorretta prassi lavorativa – e circostanza irrilevante, ove si faccia riferimento ai compiti di vigilanza del preposto, la cui violazione si somma a quella datoriale e non la elide”. Dunque, condanna confermata.