Articolo Pubblicato il 28 luglio, 2020 alle 11:00.

Se un ente pubblico, nella fattispecie il Comune, realizzando alcuni lavori causa dei danni ai privati è tenuto a risarcirli, e nulla rileva che i problemi siano emersi parecchio dopo gli interventi in questione una volta provato il nesso di causa.

Con l’ordinanza n. 14456/20 depositata il 25 luglio 2020 la Corte di Cassazione ha affrontato uno dei tantissimi contenziosi sul genere.

 

Un residente chiede i danni al Comune per le infiltrazioni d’acqua causate da lavori stradali

Un cittadino del comune abruzzese di Spoltore aveva citato in causa l’amministrazione comunale per essere risarcito dei danni causati da infiltrazioni d’acqua in due fabbricati di sua proprietà verificatesi in conseguenza dello svolgimento di alcuni lavori di manutenzione straordinaria, ad opera del Comune, sulla strada adiacente.

Domanda respinta in primo grado, ma accolta in appello

Il Tribunale di Pescara aveva respinto la domanda ma la Corte d’Appello di L’Aquila, presso la quale il privato aveva appellato la sentenza di primo grado, aveva accolto il gravame, condannando il Comune al pagamento di 9.211,72 euro a beneficio del ricorrente. I giudici di seconde cure avevano ritenuto sussistente il nesso di causalità tra i lavori effettuati dal Comune sul tratto stradale che fiancheggiava i due fabbricati e le infiltrazioni di acqua piovana, così come emergeva dalla consulenza tecnica d’ufficio disposta ad hoc.

La perizia, in particolare, aveva accertato l’effettuazione di una pluralità di lavori sul tratto stradale in questione, la presenza di infiltrazioni, la sussistenza, come detto, del nesso di causalità tra le stesse e l’omessa chiusura a regola d’arte delle fessure, la rimozione di un gradino e il venire meno delle infiltrazioni una volta  che erano state sigillate queste fessure.

Il Comune ricorre per Cassazione, che però rigetta le doglianze

Il Comune di Spoltore, tuttavia, ha proposto ricorso contro quest’ultima sentenza per Cassazione, asserendo in primis che la Corte territoriale avrebbe erroneamente ritenuto provato, sulla base delle risultanze istruttorie, il nesso di causalità tra le infiltrazioni e la manutenzione e, pertanto, riconosciuto la responsabilità dell’Ente comunale.

Secondo la Suprema Corte, tuttavia, il motivo è inammissibile perché, “lungi dal censurare un vizio di violazione e/o falsa applicazione di legge, mira unicamente a censurare l’apprezzamento delle prove operata dal giudice di gravame, non sindacabile da questa Corte”.

 

Una volta provato il nesso di causa, è irrilevante quando i lavori siano stati effettuati

Con il secondo motivo di doglianza, poi, il Comune ha lamentato il fatto che giudice di gravame avesse riconosciuto la responsabilità per i danni subiti dal cittadino sulla base di una perizia avente ad oggetto lavori effettuati negli anni 1999-2003, quando, invece, la richiesta danni era limitata a danni patiti a seguito degli interventi svolti tra il 2006 e 2007 (mai provati).

Ma per gli Ermellini anche questo motivo è manifestamente infondato poiché “la Corte territoriale ha pronunciato sulla domanda di danni così come proposta dall’attore in relazione ai fatti allegati, giacché, dalla lettura dell’atto introduttivo del giudizio dinanzi al Tribunale di Pescara, si evince che (omissis) ha comunque chiesto, con le proprie conclusioni, l’accertamento e la conseguente dichiarazione della responsabilità del Comune per tutti i danni subiti dagli immobili in questione”.

E qui la Cassazione, per l’ennesima volta, ricorda che la responsabilità invocata dal proprietario dei due immobili per i danni cagionati da cosa in custodia ex art. 2051 c.c. “ha carattere oggettivo, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia. Una volta provate queste circostanze, il custode, per escludere la sua responsabilità, ha l’onere di provare il caso fortuito, ossia l’esistenza di un fattore estraneo che, per il suo carattere di imprevedibilità e di eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso causale”.

Pertanto, una volta che, sulla base dell’istruttoria emersa nel corso del giudizio, era stata accertata l’avvenuta esecuzione di una pluralità di lavori sulla strada, la presenza di infiltrazioni all’interno dei due immobili, nonché la sussistenza del nesso di causalità tra le stesse e l’omessa chiusura a regola d’arte delle fessure rimaste sul piano stradale, “risulta essere ininfluente – proseguono i giudici del Palazzaccio – la determinazione dell’arco temporale entro cui siano stati effettuati i lavori”.

 

Confermato il risarcimento

Inammissibile, infine, secondo la Suprema Corte, anche il terzo motivo del ricorso, con il quale si prospettava l’attribuzione da parte dei giudici territoriale di un significato erroneo alla ricostruzione fattuale operata dal consulente tecnico, dalla quale emergeva la mancata effettuazione, da parte del Comune, di lavori di manutenzione straordinaria nel periodo compreso tra il 2006 e il 2007 o, comunque, volti alla eliminazione dei gradini sul tratto stradale adiacente ai due fabbricati.

Con esso, infatti, non si deduce, ai sensi del vigente art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., l’omesso esame di un “fatto storico” decisivo e discusso tra le parti, ma si prospettano critiche sull’apprezzamento effettuato dal Giudice di merito su quanto rilevato dalla relazione del Ctu, secondo il paradigma della previgente, e inapplicabile ratione temporis – prosegue la Cassazione – L’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, che sia stato oggetto di discussione tra le parti, deve riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica e non l’omessa e a fortiori l’erronea valutazione di determinate emergenze probatorie”.

Premesso questo, la Suprema Corte obietta che comunque la Corte territoriale non aveva omesso di esaminare la mancata effettuazione di lavori di straordinaria manutenzione nel periodo compreso tra il 2006 e il 2007, ma, “una volta accertata la realizzazione di lavori su quel tratto stradale, anche se svolti in un periodo antecedente a quello evidenziato dal ricorrente, e il nesso di causalità tra questi e le infiltrazioni d’acqua sui fabbricati del (omissis), ha ritenuto sussistere una responsabilità da cosa in custodia”.

Il ricorso del Comune è stato perciò rigettato ed è stato confermato il risarcimento dei danni da liquidare al privato.