Articolo Pubblicato il 7 febbraio, 2020 alle 19:20.

Al di là di certe “visioni cinematografiche” che ne hanno fatto ora degli eroi buoni, ora dei personaggi senza scrupoli, gli investigatori privati sono dei professionisti, regolarmente abilitati a svolgere la loro attività, a cui si ricorre spesso per portare avanti delicate indagini e che non di rado riescono ad acquisire elementi determinanti per processi anche di una certa rilevanza.

Al riguardo, una importante “legittimazione” del loro lavoro è arrivato dalla Cassazione che, con la sentenza n. 4152/20 depositata il 31 gennaio 2020, si è trovata a deliberare su un caso in cui venivano appunto messe in discussione le fonti di prova acquisite da un investigatore.

 

Tre persone condannate per frode assicurativa e simulazione di reato

Il 21 novembre 2018 la Corte di Appello di Torino, confermando peraltro la sentenza emessa nel maggio 2016 del Tribunale torinese, condannava tre persone per i reati di frode assicurativa e di simulazione di reato.

Agli imputati, in estrema sintesi, si contestava, quali amministratori di una società e come autista dipendente della stessa, di avere denunciato falsamente ai carabinieri il furto di un trattore, in realtà venduto nel 2012, per conseguire il relativo indennizzo dall’assicurazione.

Il ricorso per Cassazione del loro difensore

Il difensore degli imputati ha presentato ricorso con atto unico per Cassazione contro tale sentenza lamentando, tra i vari motivi di censura, il fatto che i giudici di merito avrebbero erroneamente utilizzato documentazione di provenienza estera nonché le dichiarazioni di un investigatore privato aventi ad oggetto il contenuto di atti che sarebbero stati inutilizzabili.

Nello specifico, infatti, era stata la compagnia di assicurazione a incaricare un’agenzia di investigazioni private di effettuare gli accertamenti del caso e il suo titolare, sentito come testimone nel processo di primo grado, aveva accertato, attraverso il reperimento di documentazione, poi prodotta in giudizio dalla parte civile, proveniente da società ed autorità doganali estere, e redatta nelle lingue inglese e russa, che in realtà il veicolo era stato venduto ad una società russa e imbarcato su di una nave prima che ne fosse materialmente denunciato il furto.

 

Per la difesa la documentazione raccolta dall’investigatore privato era inutilizzabile

Secondo la difesa dei ricorrenti i giudici di merito avrebbero errato nel ritenere utilizzabile questa documentazione, così come le dichiarazioni del teste che l’aveva richiamata nella propria deposizione, perché essa avrebbe dovuto essere acquisita mediante rogatoria internazionale, trattandosi di documentazione amministrativa rilasciata da autorità doganali straniere.

Di qui la sua richiesta di inutilizzabilità di tali prove sulle quali si fondava l’impalcatura accusatoria.

La Cassazione respinge il ricorso

Ma per gli Ermellini il motivo di ricorso è manifestamente infondato.

Questa Corte di legittimità – recita la sentenza -, con assunti condivisi anche dall’odierno Collegio, ha avuto modo di chiarire che la sanzione d’inutilizzabilità degli atti assunti per rogatoria non si applica ai documenti autonomamente acquisiti dalla parte all’estero direttamente dalle amministrazioni competenti e, più in generale, che è legittima l’acquisizione al fascicolo del dibattimento di atti di provenienza estera di natura amministrativa, compiuti al di fuori di qualsiasi indagine penale e come tali non sottoposti al regime delle rogatorie internazionali”.

 

Legittimo utilizzare per le indagini difensive l’attività dell’investigatore

Ma, soprattutto, puntualizza la Suprema Corte, “in tema di indagini difensive è legittima ed utilizzabile l’attività svolta da un investigatore privato, prima dell’iscrizione della notizia di reato, al di fuori dell’ambito applicativo dell’art. 391- nonies, cod. proc. pen., atteso che l’attivazione dello statuto codicistico previsto per l’attività investigativa preventiva è rimessa alla volontà del soggetto, avendo natura del tutto facoltativa”.

Ne consegue quindi che “ben potevano essere acquisiti in dibattimento ed utilizzati ai fine della decisione gli atti prodotti dalla parte civile frutto di indagini difensive finalizzate all’accertamento dei reati di cui alle imputazioni, così come ben poteva l’investigatore privato deporre sull’esito degli accertamenti effettuati e sul contenuto della propria relazione oltre che, ovviamente, sul contenuto degli atti acquisiti”.

Per la cronaca anche gli altri motivi di doglianza e l’intero ricorso sono stati respinti e quindi è stata confermata la condanna degli imputati.