Articolo Pubblicato il 21 dicembre, 2020 alle 10:00.

Soprattutto negli ultimi anni, a causa (anche) dei cambiamenti climatici, oltre che del dissesto idrogeologico in cui versano innumerevoli aree della Penisola, sono quasi all’ordine del giorno le immagini impressionanti di strade inondate come torrenti in piena, con l’acqua che sommerge e trascina via tutto ciò che trova, veicoli compresi.

Ma se viene provato che l’allagamento è causato dal pessimo stato di manutenzione della rete idrica, e non c’è “evento eccezionale” a cui la pubblica amministrazione possa attaccarsi per tenare di mettere in discussione le proprie omissioni, allora i danneggiati possono chiedere i danni al gestore del servizio, con elevate per non dire totali possibilità di essere risarciti.

Confortante, in tal senso, la sentenza n. 24476/20 depositata il 4 novembre 2011 dalla Cassazione, che ha definitivamente condannato la Vus – Valle Umbra Servizi a liquidare una parte dei danni patiti da un’automobilista rimasta vittima di una rocambolesca e rovinosa uscita di strada.

La donna stava percorrendo una via comunale ma, a causa della presenza di acqua e fango sulla carreggiata determinata dalla rottura di una tubazione dell’acquedotto, aveva perso il controllo della sua vecchia Fiat 500 finendo contro un muro di cemento e riportando anche gravi lesioni fisiche, oltre ai danni materiali al mezzo.

 

Una donna vittima di un’uscita di strada cita il Comune che chiama in causa il gestore idrico

La malcapitata quindi aveva citato in giudizio avanti il Tribunale di Perugia per essere risarcita il Comune dove era accaduto il fatto e proprietario della strada, Foligno, il quale a sua volta aveva chiamato in manleva la società Vus quale concessionaria della rete idrica che aveva causato l’allagamento stradale. I giudici, rigettando l’eccezione di carenza di legittimazione passiva sollevata dal gestore, aveva parzialmente accolto la domanda dell’automobilista, attribuendole tuttavia un concorso di colpa nell’accaduto, stabilendone una corresponsabilità maggioritaria nella misura del 70%, a causa dell’eccesso di velocità rispetto al limite di 30 km/h e al mancato utilizzo delle cinture di sicurezza, attribuendo il restante 30% di colpa in capo alla Vus ed escludendo infine qualsiasi responsabilità a carico del Comune di Foligno.

La sentenza era stata quindi appellata da tutte le parti e alla fine la Corte d’Appello di Perugia, con sentenza del 2018, in parziale riforma della pronuncia di prime cure, aveva rideterminato la misura del concorso di colpa dell’automobilista nel 50%.

I giudici di secondo grado avevano ritenuto entrambi gli appellanti ugualmente responsabili dell’evento lesivo, in virtù della considerazione – ex art. 1227 cod. civ. – delle rispettive condotte omissive: da un lato, l’automobilista non aveva tenuto condotte diligenti e confacenti ai dettami del Codice della Strada; dall’altro la Vus, nonostante le pregresse segnalazioni da parte dei proprietari dei terreni limitrofi, non aveva risolto la perdita della rete idrica che da circa un mese causava il riversamento sul manto stradale di un rivolo di acqua fangoso, mostrandosi inosservante, dunque, degli obblighi di gestione e manutenzione della rete convenzionalmente assunti con il Comune di Foligno sia ex art. 2051 cod. civ. sia ex art. 2043 cod. civ.

Proprio in virtù di tale pattuizione, i giudici avevano ritenuto che il Comune non potesse essere chiamato a rispondere dell’evento né ex art. 2051 cod. civ., avendo trasferito il potere di custodia della res causativa del danno alla concessionaria, né ai sensi dell’art.2043 cod. civ., avendo affidato ad una società specializzata, la Vus per l’appunto, il servizio idrico, con la conseguente assunzione, da parte della stessa, degli obblighi di custodia e di manleva.

 

La società di gestione del servizio idrico propone ricorso

Il gestore del servizio idrico ha quindi proposto ricorso per Cassazione adducendo una serie di motivi di doglianza e tornando a lamentare, anzitutto, l’eccessiva velocità di marcia tenuta dalla danneggiata, tanto più delle condizioni della strada, curvilinea e bagnata a causa (anche) di eventi atmosferici pregressi.

Motivo, questo, dichiarato inammissibile dalla Suprema Corte, trattandosi di elementi “tutti già sufficientemente valutati dalla Corte territoriale, che difatti giunge ad escludere la responsabilità della sola società di gestione per il sinistro occorso, nonostante l’inadempimento degli obblighi manutentivi su di essa incombenti, proprio in considerazione di tali fatti storici, ritenendo – per l’appunto – che dagli stessi emerga un concorso di colpa tra danneggiata e danneggiante.

Il convincimento tratto dalla valutazione di tali fatti, nonché dalle risultanze istruttorie che il ricorrente adduce non valutate o, comunque, non correttamente considerate, non sono oggetto del sindacato di questa Corte, poiché, sotto le spoglie del motivo ex art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ., si richiede un nuovo accertamento fattuale, nonché una nuova valutazione di risultanze istruttorie, già ampiamente considerate in sede di merito”.

 

La causa “materiale” del sinistro non era la strada ma l’allagamento della stessa

Ma il motivo su cui si sofferma di più la Suprema Corte è il secondo, nel quale la Vus sosteneva di essere stata erroneamente considerata dalla Corte d’Appello come “tenuta alla manutenzione della strada comunale ove si verificò il sinistro”, obiettando che, sulla base della Convenzione ATO Umbria 3, essa era tenuta alla sola gestione e custodia della rete idrica del Comune, dovendosi pertanto escludere che tra la res causativa del danno (la strada) e la società vi fosse un rapporto materiale rilevante in forza dell’art. 2051 cod. civ. Il gestore idrico, inoltre, aggiungeva che, pur sussistendo l’asserita violazione degli obblighi di manutenzione dell’acquedotto, questa non sarebbe stata rilevante sotto il profilo della responsabilità extracontrattuale di cui all’art. 2051 cod. civ., ma solo ai fini della responsabilità contrattuale nei confronti dell’ente committente.

Anche questo motivo, tuttavia, è inammissibile secondo i giudici del Palazzaccio, che chiariscono. “La Corte territoriale ha ritenuto la ricorrente responsabile (nella misura del 50%) dei danni occorsi, perché tenuta – ex art. 2051 cod. civ. – alla gestione e manutenzione della rete idrica. Nella fattispecie concreta, infatti, la res causativa del danno non è la strada comunale – espressamente ritenuta dal giudice di secondo grado in ottimo stato di manutenzione – ma la rete idrica che, trovandosi in cattivo stato manutentivo, faceva sgorgare sulla strada un pericoloso rivolo d’acqua fangosa, peraltro da circa un mese. Cosicché, la Corte di merito ha escluso la responsabilità del Comune sul presupposto che il potere di custodia della rete idrica, sancito su base convenzionale, obbligasse la concedente Vus ad effettuare tutto quanto necessario ad impedire gli eventi dannosi che potevano derivare dalla res custodita”.

Un ragionamento che, aggiungono gli Ermellini, “si allinea con l’orientamento di questa Corte che, in punto di responsabilità da cosa in custodia ex art. 2051 cod. civ., ha più volte precisato che il concessionario di un’opera pubblica è responsabile del danno subito da un privato in dipendenza del cattivo funzionamento della suddetta opera ove egli sia tenuto – per legge o per contratto – ad eseguirne i lavori di manutenzione”: una precisazione di cui tenere ben conto per quanti possano trovarsi a fare i conti con un caso simile.

Per la cronaca, la Suprema Corte ha altresì respinto una serie di contestazioni raggruppate nel terzo motivo dalla ricorrente, secondo cui i giudici di secondo grado non avrebbero a torto ritenta provata la tempestività dell’intervento di riparazione da parte della Vus, nonché l’impossibilità oggettiva della riparazione stessa nel tempo precedente il sinistro; non avrebbero tenuto conto delle condizioni metereologiche ostili il giorno dell’evento dannoso, qualificabili come forza maggiore, che avevano impedito la riparazione della perdita da parte della concessionaria il giorno precedente e, dunque, che avrebbero dovuto indurre il giudice ad escludere la responsabilità della stessa anche ai sensi dell’art. 2043 cod. civ; infine, non avrebbero considerato che gli obblighi ritenuti omessi – in particolare, quello di apporre adeguata segnaletica stradale e di comunicazione del guasto – da convenzione Ato sarebbero spettati al Comune e non alla concessionaria.

In conclusione, ricorso interamente rigettato e sentenza di secondo grado confermata.