Articolo Pubblicato il 6 marzo, 2020 alle 12:00.

E’ una delle domande più frequenti che si pongono quanti rimangono coinvolti in un incidente: se non c’è stato contatto tra i veicoli, e tuttavia un altro o più mezzi hanno determinato il sinistro, creato una cosiddetta “turbativa”, si ha comunque diritto ad essere risarciti?

Nella sentenza n. 5433/20 depositata il 27 febbraio 2020 la Corte di Cassazione chiarisce proprio come opera la presunzione di colpa nel caso di incidente privo di scontro tra i veicoli, ribadendo i principi chiave in materia: ossia, la circostanza che non vi sia stato un contatto tra mezzi impedisce l’applicazione della presunzione di ugual concorso di colpa, enunciata al secondo comma dell’art. 2054 c.c., ma non la presunzione di responsabilità prevista nel primo comma dello stesso articolo, in quanto tale presunzione insorge a carico del conducente, sempre però che sia accertato il nesso di causalità tra la circolazione di un veicolo e il danno all’altro.

In altre parole, si ha assolutamente diritto di pretendere il risarcimento, ma va provato che il mezzo o i mezzi di controparte abbiano effettivamente inciso nella causazione del sinistro.

 

Un motociclista chiede i danni per una grave caduta

La Suprema Corte ha definitivamente deliberato in merito a un incidente dalla complessa dinamica occorso a Milano a un motociclista il quale, dopo una brusca frenata era caduto dalla moto riportando una gravissima invalidità permanente.

Il danneggiato, per il tramite del proprio amministratore di sostegno, aveva citato in causa due automobilisti e le rispettive compagnie assicurative: il primo per averlo costretto alla fatale manovra di emergenza avendo parzialmente invaso la sua corsia di marcia, la seconda per aver parcheggiato la propria vettura in zona vietata e in una posizione tale da ostacolare la visuale dell’incrocio.

La richiesta viene respinta in primo e secondo grado

Il tribunale di Milano tuttavia aveva respinto la domanda e lo stesso aveva fatto la Corte d’appello meneghina, la quale aveva osservato che era pacifico che non vi era stato alcuno scontro fra veicoli, risultando pertanto inapplicabile la presunzione di pari responsabilità di cui all’art. 2054, 2° co. c.c., ma che non risultava applicabile neppure la previsione di cui all’art. 2054, 1° co. c.c., in difetto della prova della correlazione causale fra l’altrui condotta colposa e il danno subito dal centauro.

 

Non era emersa corresponsabilità degli automobilisti chiamati in causa

Dai rilievi della polizia locale e dalle dichiarazioni dei testimoni, infatti, era emerso che il primo automobilista in realtà proveniva da una strada con diritto di precedenza e che, comunque, la sua auto non aveva invaso la carreggiata occupata dal motociclista, il quale – invece- percorreva una strada inibita ai veicoli ordinari e procedeva a velocità eccessiva.

Secondo i giudici, dunque, il sinistro era riconducibile “in via esclusiva alla condotta gravemente colposa del danneggiato, il quale aveva perso il controllo dello scooter avendo posto in essere manovre di emergenza inconsulte, dato che nessun veicolo, per quanto con diritto di precedenza, stava per interessare la sua corsia di percorrenza nella quale si sarebbe potuto e dovuto fermare senza alcun pregiudizio qualora avesse adottato una velocità consona ai luoghi”.

Secondo la Corte territoriale, inoltre, non era ravvisabile alcun profilo di responsabilità neanche a carico della automobilista la quale, per quanto mutata per divieto di sosta, aveva commesso una violazione “che non aveva svolto alcun contributo causale nell’evento dannoso”, dato che il motociclista si trovava “nelle condizioni di poter percepire la presenza di auto in movimento e in fase di avvicinamento all’intersezione, particolarmente ampia, e di assumere una velocità consona ai luoghi”.

 

Il danneggiato ricorre per Cassazione

Contro questa sentenza il danneggiato, attraverso il suo amministratore di sostegno, ha quindi proposto ricorso per Cassazione asserendo che nel caso in questione avrebbe dovuto trovare applicazione il 1. co. dell’art. 2054 c.c., essendo pacifico, a suo dire, che il danno era derivato dalla circolazione di veicoli (nella cui nozione doveva ricomprendersi anche la sosta degli stessi).

Secondo il ricorrente, inoltre, l’onere della prova a carico del danneggiato doveva riguardare il nesso di causalità tra la circolazione dei veicoli ed il danno, rimanendo in capo ai due automobilisti la dimostrazione di aver fatto tutto il possibile per evitare il verificarsi dell’evento.

Il centauro ha quindi aggiunto che il mancato scontro tra i veicoli non poteva valere ad aggravare la posizione del danneggiato, ribadendo che doveva gravare sui danneggianti l’onere della prova liberatoria una volta – ovviamentene – che fosse dimostrato il nesso di causalità tra la circolazione del veicolo ed il danno.

La Cassazione rigetta il ricorso

Ma per la Cassazione il motivo è infondato e con l’occasione la Suprema Corte da una “ripassata” ai principi in materia. La Corte di merito, spiegano gli Ermellini, ha deciso proprio “in conformità allo stesso criterio individuato dal ricorrente, giacché ha negato l’applicabilità dell’art. 2054, 1. co. c.c. dopo avere escluso la sussistenza di nesso causale” fra le condotte degli automobilisti e la caduta del motociclista. Di qui ne consegue, proseguono i giudici del Palazzaccio, “l’impossibilità di richiedere ai convenuti la prova liberatoria (sull’assenza di colpevolezza) prevista dal 1° co. dell’art. 2054 c.c..

 

Va dimostrato il nesso causale tra presunta turbativa e incidente

La Cassazione ricorda infatti il principio secondo cui «la circostanza che non vi sia stato scontro tra veicoli impedisce l’applicazione della presunzione di ugual concorso di colpa di cui al secondo comma dell’art. 2054 cod. civ., ma non la presunzione di responsabilità prevista nel primo comma dello stesso articolo, poiché tale presunzione sorge a carico del conducente sempre che sia accertato il nesso di causalità tra la circolazione di un veicolo e il danno all’altro veicolo”.

Dunque, anche se non c’è stato contatto tra due mezzi il danneggiato può rivendicare il risarcimento, ma va provato che la condotta della controparte abbia inciso sull’incidente.

La prova del nesso di causalità, che grava a carico dell’attore, si risolve nella prova di un comportamento del conducente contrario alle norme, generiche e specifiche, che regolano la circolazione stradale, causativo del danno posto a fondamento della domanda”. puntualizza poi la Suprema Corte.

E aggiunge: “l‘onere (richiesto al presunto danneggiante, ndr) di fornire la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno può sorgere soltanto una volta che sia stato dimostrato (dal danneggiato) che il danno è stato «prodotto» (ossia causato) dall’asserito responsabile”. Il ricorso è stato dunque rigettato.