Articolo Pubblicato il 27 giugno, 2020 alle 11:00.

L’atmosfera è paesana, e per fortuna il danno non è stato grave, ma l’ordinanza n. 12417/20 depositata dalla Cassazione il 24 giugno 2020 va tenuta in debito conto perché affronta una tipologia di sinistro che purtroppo, anche in un recente passato, ha originato terribili tragedie sul lavoro, quello con i fuochi d’artificio, e chiarisce un principio chiave: in caso di incidente durante uno spettacolo pirotecnico, a risponderne è direttamente il sindaco.

 

Uno spettatore ferito durante uno spettacolo pirotecnico chiede i danni al Comune

La vicenda in questione accadde in Sicilia nel lontano 2003. Durante una sagra di paese per la santa patrona promossa dalla parrocchia uno spettatore era stato accidentalmente colpito e ferito da un tizzone sparato dagli addetti dello spettacolo pirotecnico che si teneva in piazza. Il danneggiato, richiesto invano il risarcimento in via stragiudiziale, ha dunque citato in causa avanti il tribunale di Caltagirone, sezione distaccata di Grammichele, il Comune di Militello in Val di Catania chiedendo i danni.

L’Amministrazione comunale si è costituita, eccependo, preliminarmente, il difetto di legittimazione passiva e chiedendo di chiamare in causa le ditte organizzatrici degli spettacoli pirotecnici. Nel merito, il Comune evidenziava che gli aspetti gestionali e l’affidamento dell’incarico erano stati curati direttamente da un comitato temporaneo per i festeggiamenti, nominato dal parroco, che aveva affidato l’esecuzione degli spettacoli a queste ditte.

E chiedeva comunque di chiamare in causa la propria compagnia dì assicurazione, Unipol, eccependo l’infondatezza della domanda.

 

L’amministrazione comunale, condannata a risarcire il danneggiato

Il tribunale ha però condannato, in solido, l’amministrazione e l’impresa al risarcimento dei danni in favore dello spettatore. Il Comune ha appellato la sentenza ma anche la Corte d’appello di Catania ha respinto l’impugnazione. Di qui l’ulteriore ricorso in Cassazione. Secondo l’amministrazione comunale, che ha lamentato la violazione l’articolo 54 del decreto legislativo n. 267 del 2000, il giudice di appello aveva erroneamente affermato che il sindaco aveva agito nella qualità di ufficiale di Governo solo nella fase prodromica al rilascio della licenza per i fuochi di artificio, e non anche nel predisporre le necessarie misure volte a garantire la sicurezza e l‘ordine pubblico.

Ciò, a detta del ricorrente, sarebbe stato in contrasto con il citato articolo 54, che prevede che il Sindaco, quale ufficiale di Governo, sovrintende, tra l’altro “alla vigilanza su tutto quanto possa interessare la sicurezza e l’ordine pubblico“. Sotto altro profilo, il rilascio dell’autorizzazione da parte del Sindaco comporterebbe, secondo la tesi del ricorso, l’assunzione in capo allo stesso, ma sempre nella qualità di ufficiale di Governo, di tutti gli obblighi in materia di sicurezza oggetto della circolare ministeriale dell’Il gennaio 2001.

Ma secondo la Cassazione la sentenza impugnata è stata giustamente adottata sulla base dei principi affermati dalle Sezioni Unite della stessa Suprema Corte nella decisione n. 2726 del 1991. Ai sensi dell’art. 57 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza e dell’art. 54 Dlgs n. 267/2000, ricordano gli Ermellini, “è necessaria per l’accensione dei fuochi d’artificio la licenza dell’autorità di pubblica sicurezza, le cui attribuzioni, in campo locale, sono esercitate dal capo dell’ufficio di pubblica sicurezza, o, in mancanza, dal sindaco. In tale veste il Sindaco opera – in virtù della funzione esercitata, e diretta al mantenimento dell’ordine pubblico, oltre che alla sicurezza e all’incolumità dei cittadini non quale capo dell’amministrazione comunale, bensì quale ufficiale di governo”.

 

Comune colpevole per non aver osservato le “ragionevoli cautele” per evitare il danno

Ma tale profilo, aggiungono tuttavia i giudici del Palazzaccio, “non esclude l’applicazione della regola generale di salvaguardia dei diritti dei terzi, in base al principio generale del “neminem laedere” ed, ex art. 2050 c.c., a carico della pubblica amministrazione, responsabile del danno, se questo è riferibile, per l’esistenza di un nesso eziologico, a un comportamento antigiuridico della pubblica amministrazione stessa.

Tale condotta ricorre nelle ipotesi in cui non siano state osservate ragionevoli cautele per evitare il danno, cautele imposte da prescrizioni normative, oltre che dettate da criteri scientifici e tecnici, ovvero, ancora, suggerite dai comuni canoni di diligenza e di prudenza”.

Nella sentenza si rimarca come lo stesso Comune ricorrente evidenzi che è espressamente prescritta l’adozione di specifiche cautele, poiché le accensioni “non possono compiersi che in luogo sufficientemente lontano dalla folla, in modo da prevenire danni e infortuni“.

Inoltre, sottolinea ancora la Cassazione, “in considerazione dell’obiettiva pericolosità insita nell’accensione dei fuochi d’artificio, è innegabile che la scelta dei mezzi e delle modalità devoluta all’attività discrezionale della pubblica amministrazione non è esente dai limiti dettati dagli elementari criteri di diligenza e di prudenza”. Dunque, ricorso ritenuto inammissibile e rigettato, con conseguente confermata condanna del Comune a risarcire lo spettatore ferito.