Articolo Pubblicato il 7 maggio, 2020 alle 16:00.

Anche chi va in bicicletta deve rispettare le norme del codice della strada e del buon senso, prudenza in primis, tanto più se procede all’interno di un parco pubblico frequentato da pedoni e da “runner”: il che significa velocità moderata, massima attenzione a chi va a piedi e sorpassi mantenendo sempre una debita distanza laterale di sicurezza, onde prevenire eventuali “scarti” di traiettoria dei podisti.

A ricordare questi principi la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13591/20 depositata il 5 maggio 2020, con la quale ha confermato la condanna di un ciclista che aveva appunto investito un uomo intento a fare jogging in un parco cittadino di Roma, procurandogli gravi traumi.

 

Ciclista condannato per aver investito un pedone in un parco

L’imputato era già stato condannato dal Giudice di Pace di Roma e poi dal Tribunale capitolino alla pena di 800 euro di multa e al risarcimento dei danni in favore della parte civile in relazione al reato di cui all’art. 590 codice penale, ossia lesioni colpose gravi, perché, per citare la sentenza, “il 15 settembre 2011, mentre era alla guida di una bicicletta, per colpa generica, procedendo a una velocità non adeguata alle circostanze di tempo e di luogo, investiva (omissis) che passeggiava all’interno del Parco degli Acquedotti, cagionandogli la frattura composta della spalla sinistra e numerose altre fratture, lesioni guaribili in trenta giorni”.

Il runner aveva denunciato di essere stato urtato violentemente sulla schiena, mentre stava praticando jogging, da un ciclista e di essere stato scaraventato a terra, non riuscendo più a rialzarsi. L’imputato, da parte sua, aveva riferito di aver visto il pedone alla propria destra e di aver impegnato la parte sinistra per evitarlo, ma, mentre con la ruota del manubrio lo aveva già sorpassato, questi si sarebbe improvvisamente spostato verso sinistra e si era così determinato un contatto tra la propria spalla e quella del runner.

 

All’imputato si addebitavano scarsa prudenza e velocità non commisurata al luogo

Secondo il Tribunale, tuttavia, il Giudice di Pace aveva fatto corretto uso dei criteri di valutazione delle prove e dei principi in materia di prova logica, confermandone la decisione. La sentenza di secondo grado aveva atto della linearità del racconto reso dalla parte civile e dei riscontri alla sua deposizione, costituiti dalla documentazione medica e anche dalla testimonianza resa da un altro ciclista, che aveva incrociato a sua volta il runner superandolo agevolmente.

Trattandosi peraltro di un incidente avvenuto all’interno di un parco, i giudici hanno asserito che al ciclista era richiesta una particolare diligenza nell’affrontarne i sentieri, evitando l’investimento di pedoni la cui presenza era prevedibile. L’imputato, secondo il Tribunale, avrebbe dovuto prefigurarsi la possibilità di incontrare corridori e adeguare la propria condotta di guida, secondo normali criteri di prudenza: se avesse commisurato la velocità allo stato dei luoghi avrebbe potuto impedire l’impatto con il danneggiato frenando prontamente la bici. Il tribunale ha aggiunto anche, a carico del ciclista, che avrebbe dovuto segnalare la propria presenza mediante i dispositivi acustici, dei quali la bicicletta doveva essere dotata.

Il ciclista ricorre per Cassazione

Il ciclista tuttavia ha proposto ricorso anche per Cassazione, lamentando, per il tramite del proprio legale, molteplici carenze motivazionali da parte dei giudici di secondo grado, che a suo dire non avrebbero valutato tutta una serie di circostanze a sua discolpa: la particolare diligenza richiesta (anche) ai soggetti dediti allo jogging;  l’imprevedibilità del mutamento di direzione da parte del corridore; l’irrilevanza della presunta inadeguata velocità del ciclista, in quanto l’urto si era verificato tra la spalla sinistra della parte offesa e quella destra dell’imputato, cioè quando i due erano affiancati e la metà anteriore della bicicletta aveva già superato il pedone; la mancanza di un obbligo del ciclista, al di fuori degli ambiti della circolazione stradale, di dotarsi di campanello; l’impossibilità di stabilire la velocità dell’imputato; la ricollegabilità delle lesioni all’urto contro il terreno.

 

Per l’imputato era stato il pedone a “scartare” all’improvviso a sinistra

Non solo. Il ciclista ha anche messo in dubbio la credibilità e l’attendibilità del pedone, in ragione del fatto che sarebbe stato portatore di un interesse patrimoniale ingente, avendo richiesto un risarcimento di 40mila euro; che asseriva che l’investitore sarebbe andato a una velocità inadeguata laddove, avendo lo sguardo rivolto dinanzi a sé, non avrebbe potuto conoscerne l’andatura; che le sue dichiarazioni sarebbero rimaste prive di riscontri, in quanto nessuno aveva materialmente visto la dinamica del sinistro; che non avrebbe rispettato l’obbligo di previsto per i pedoni di transitare, nelle strade sprovviste di marciapiedi o di banchine, lungo il margine opposto alla marcia dei veicoli.

E il ricorrente, infine, ha battuto molto sul “brusco scarto” sulla sua sinistra di circa un metro e mezzo rispetto all’andatura in atto effettuato dal runner e sul fatto che l’urto tra bici e pedone non era avvenuto da tergo ma, appunto, lateralmente, obiettando che se la bicicletta lo avesse urtato da dietro, l’impatto sarebbe avvenuto con la ruota anteriore o con il manubrio e di conseguenza le lesioni si sarebbero concentrate sugli arti inferiori e all’altezza dell’anca, e non sulla spalla e gli arti superiori.

La Suprema Corte rigetta il ricorso

Ma secondo la Cassazione l’articolato ricorso è manifestamente infondato, a cominciare dal fatto che  l’impugnazione di legittimità, come ricordano per l’ennesima volta gli Ermellini, è proponibile solo se vi si denuncia la violazione di specifiche norme di legge, ovvero la mancanza, la contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento gravato, secondo i canoni della logica e i principi di diritto, “ma non anche quando ci si limita a censure che, pur prospettando formalmente una violazione di legge o un vizio di motivazione, mirano nella realtà a sollecitare una diversa ricostruzione dei fatti o una diversa valutazione degli elementi esaminati dal giudice di merito”.

 

Il ciclista doveva rallentare e superare il pedone con un ampio margine laterale di sicurezza

La Suprema Corte entra tuttavia anche nel merito, sottolineando come il Tribunale abbia dato conto “adeguatamente delle ragioni della propria decisione, la quale è sorretta da motivazione lineare e coerente e, pertanto, è sottratta a ogni sindacato nella sede del presente scrutinio di legittimità – si legge nella sentenza della Cassazione – Dalla logica ricostruzione della vicenda emerge che il giudice a quo ha illustrato le ragioni della credibilità e dell’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa, ritenendole compatibili con le lesioni da essa subite e con tutti gli ulteriori elementi probatori acquisiti”.

I giudici del Palazzaccio rimarcano come la responsabilità del ciclista sia stata affermata alla luce della riscontrata “violazione delle regole generali di prudenza e di diligenza e della prevedibilità della presenza di corridori e dei loro ipotetici spostamenti laterali, in quanto l’imputato avrebbe dovuto moderare la velocità e superare il pedone mantenendo un ampio margine di distanza di sicurezza da lui”.

Respinte dunque tutte le doglianze difensive, che “si esauriscono, nella realtà, in una contestazione, nel merito, degli elementi di fatto e delle risultanze d’indagine che il giudice a quo giudicava idonei a integrare il compendio probatorio”, e confermata dunque condanna e risarcimento dovuto.