Articolo Pubblicato il 6 settembre, 2020 alle 15:00.

Se si resta coinvolti in un incidente causato dal ghiaccio, si ha pieno diritto di chiedere i danni all’Ente gestore della strada, il quale ha il dovere di intervenire tempestivamente per garantire la sicurezza della circolazione: in caso di sinistro, subentra infatti la responsabilità da cosa in custodia, salvo che venga dimostrata l’imprevedibilità dell’evento o la condotta imprudente e negligente del danneggiato.

E a nulla valgono giustificazioni come quella che il territorio da gestire è molto esteso. A chiarire con forza questo principio che interessa milioni di utenti della strada la Cassazione con l’ordinanza n. 18079/20 depositata il 31 agosto 2020 con la quale la Suprema Corte si è definitivamente pronunciata su un fatto tragico, la morte nel 2006 di una donna uscita di strada mentre percorreva con la sua auto una via comunale nel comune di Curtatone, nel Bresciano, a causa della patina ghiacciata che ne ricopriva il fondo.

 

I familiari di una donna morta in un incidente causato dal ghiaccio citano in causa il Comune

Il marito, i figli, la madre e le sorelle della vittima avevano citato in causa il Comune chiedendo di essere risarciti, e la Corte d’Appello di Brescia, in riforma della decisione di primo grado, riconosciuto il concorso colposo della vittima nella misura del 50%, aveva però condannato per la restante quota, per l’appunto, il Comune di Curtatone al risarcimento dei danni non patrimoniali.

Il Consulente tecnico d’ufficio nominato dal giudice aveva in sintesi ritenuto non ascrivibile a caso fortuito la formazione di ghiaccio sul manto stradale (trattandosi, come aveva spiegato, di “fenomeno non dotato dei caratteri di imprevedibilità e repentinità tali da rendere impossibile farvi fronte con tempestività”), non avendo inoltre il Comune assolto l’onere della prova a suo carico, né potendosi ritenere l’estensione del territorio motivo di per sé sufficiente ad escludere la sua responsabilità.

Il Comune ricorre per cassazione contro la condanna al 50 per cento

Il Comune ha quindi proposto ricorso per Cassazione lamentando innanzitutto il fatto che la Corte territoriale avesse escluso la totale interruzione del nesso di causalità tra la cosa in custodia e l’evento dannoso: nesso che, che, secondo l’ente, avrebbe dovuto invece essere affermato per l’autonoma efficienza causale della condotta della stessa vittima nella causazione dell’evento. Un’asserzione basata sugli elementi che avevano portato il giudice di primo grado ad “assolvere” il Comune, e in particolare l’assenza di collisione con altri veicoli, l’andatura non adeguata alle condizioni di tempo e di luogo, la collocazione della strada al di fuori del perimetro urbano, la perfetta conoscenza ed abituale percorrenza della stessa da parte della vittima, anche nei giorni nei quali si erano mantenute costanti temperature rigide, e la particolare estensione del patrimonio stradale di competenza comunale.

 

Per il ricorrente la colpa era esclusivamente della vittima

I giudici di secondo grado, secondo il Comune, per avendo recepito tali elementi, li avrebbero valorizzati al solo fine di distribuire le colpe esattamente a metà tra custode ed utente della strada, seguendo un ragionamento semplicistico e sottraendosi all’obbligata differenziazione delle posizioni antagoniste: una conclusione dettata, secondo il ricorrente, dall’applicazione analogica dell’art. 2054 cod. civ., non consentita al di fuori dell’ipotesi di scontro tra veicoli e che peraltro contrasterebbe con l’art. 2729 cod. civ., in combinato disposto con l’art. 115 cod. proc. civ., posto che il giudice d’appello non avrebbe motivato il concorso paritetico e non avrebbe valutato gli indizi come idonei a escludere del tutto la responsabilità del Comune.

Ancora, l’Ente locale censurava il fatto che la Corte d’appello avesse ritenuto equivalente il contributo causale della cosa in custodia rispetto a quello della vittima, pur avendo a questa comunque attribuito la violazione dell’art. 141 del Codice della strada, sotto il profilo specifico della mancata tenuta di una velocità particolarmente moderata in relazione alla prevedibile formazione di ghiaccio. Vi sarebbe inoltre contraddittorietà tra l’affermazione secondo cui la pendenza della strada nel punto esatto di uscita dell’automezzo aveva impedito lo scioglimento del ghiaccio e quella secondo cui era mancato, o era stato insufficiente, il servizio cautelativo di spargimento del sale.

 

La Suprema Corte respinge il ricorso: l’estensione del territorio non è una scusante

Ma per la Cassazione il ricorso è inammissibile. Gli Ermellini chiariscono, tra le altre cose, che “non vi è contraddizione logica tra l’affermazione del carattere colposo della condotta della stessa vittima e l’attribuzione alla stessa di rilievo causale meramente concorrente e non esclusivo, né tale ponderazione comporta la violazione di alcuna norma”.

Quanto, poi, al riferimento all’estensione della strada comunale e alla sua collocazione fuori dal centro abitato, “esso è, in tale contesto argomentativo (caso fortuito ed efficienza causale della condotta colposa della vittima), evidentemente eccentrico, trattandosi di elemento in astratto valutabile al fine di escludere in concreto la sussistenza di un effettivo potere di custodia in capo all’ente.

Non è questo, tuttavia, l’obiettivo censorio dei motivi in esame, i quali si concentrano piuttosto, ed esclusivamente, sulla ponderazione dei due fattori causali (difetto di manutenzione della strada idonea ad evitare la formazione di patine ghiacciate e condotta di guida della vittima), ovvero sulla configurabilità del caso fortuito, senza mai giungere a negare la sussistenza di un effettivo potere di governo della strada.

Nel primo contesto argomentativo (nesso causale tra la cosa e l’evento di danno) l’estensione e l’ubicazione della strada comunale sono invece certamente privi di significato e rilevanza”.

 

Gli spargisale non venivano azionati da giorni

Questo riferimento, peraltro, conclude la Cassazione, risulterebbe nello specifico del tutto privo di rilievo censorio, “in quanto generico e avulso da un confronto critico con la sentenza impugnata”. Sentenza nella quale si dava conto del fatto che, secondo gli accertamenti svolti, nel tratto dov’era successo l’incidente “lo spargisale era stato azionato l’ultima volta nei giorni 1 e 2 gennaio, ovvero ben 10 giorni prima del sinistro, ma durante i giorni successivi le temperature erano rimaste al di sotto dello zero per la maggior parte della giornata”.

Elemento che, sottolinea la Suprema Corte, implica “la prevedibilità della formazione di ghiaccio”, escludendo quindi il fatto imprevedibile, e anche, evidentemente, “la sussistenza (e il concreto esercizio) di un effettivo potere di custodia sul tratto di strada in questione”. Insomma, il Comune poteva e doveva intervenire con gli spargisale e quest’omissione configura in pieno un concorso di colpa nel tragico evento.

Dunque, ricorso respinto e risarcimento ai familiari della vittima confermato.