Articolo Pubblicato il 29 settembre, 2020 alle 15:00.

Non solo gli animali “tipicamente” selvatici quali cinghiali e caprioli possono determinare gravi danni agli utenti della strada: anche i cani, soprattutto randagi, specie dove il randagismo è molto presente, sono causa di gravi incidenti, come quello costato la vita, il 9 settembre, ad un 48enne di Polignano, in provincia di Bari: l’uomo ha perso il controllo della moto ed è rovinato sull’asfalto dopo aver investito un pastore tedesco che gli aveva attraversato all’improvviso la strada.

E proprio al territorio pugliese, dove il randagismo è un autentico allarme, è relativa la recente ordinanza, la n. 17679/20 depositata il 25 agosto 2020, con la quale la Cassazione ha ribadito la responsabilità, in queste circostanze, dell’Azienda Sanitaria locale e dei Comuni a cui spetta a vario titolo la gestione dei cani randagi.

 

Comune e Asl condannati a risarcire un ciclista caduto a causa di un cane randagio

Nel caso specifico era stato un ciclista a citare in giudizio il Comune di Alessano e l’Asl di Lecce per ottenere il risarcimento dei danni fisici subiti per una rovinosa caduta dalla sua bicicletta causata da un cane di grossa taglia che aveva invaso improvvisamente la sede stradale tagliandogli la strada, fatto accaduto nel 2008 lungo la Provinciale 358, nel Leccese. Tutte circostanze provate anche da svariati testimoni. Il tribunale di Lecce, sezione staccata di Tricase, nel 2012, dopo aver esperito anche una Ctu medico legale, aveva condannato in solido i due enti accogliendo l’istanza risarcitoria del danneggiato, sentenza confermata nel 2016 dalla Corte d’Appello leccese.

I due enti ricorrono per Cassazione

Il Comune di Alessano, tuttavia, ha proposto ricorso anche per Cassazione, censurando la sentenza in primis laddove aveva affermato la responsabilità concorrente del Comune e dell’Asl, obiettando che gli enti comunali non avrebbero alcuna competenza nel recupero di cani randagi e citando la legge regionale pugliese n. 12 del 1995, in forza alla quale “è a carico delle Asl territorialmente competenti – individuate come enti strumentali, cui spetta l’esercizio delle funzioni di vigilanza in materia – sia la tenuta dell’anagrafe dei cani randagi, che, soprattutto, il loro recupero sul territorio, dovendo i Comuni solo costituire, mantenere e gestire i rifugi ove ospitare gli animali catturati”.

 

Il Comune obietta che l’attività di recupero dei cani randagi spetta all’Asl

Inoltre, nel ribadire l’estraneità dei Comuni – nel territorio regionale pugliese – all’attività di recupero dei cani randagi (e, quindi, il proprio difetto di legittimazione passiva), il ricorrente ha riaffermato l’insussistenza dei presupposti per dichiarare la sua responsabilità, ai sensi degli artt. 2043 e/o 2051 cod. civ., “avendo l’Amministrazione comunale assolto il proprio dovere di segnalazione della presenza di cani randagi nella zona teatro del sinistro”: circa un mese prima del sinistro i veterinari dell’Asl di Lecce sarebbero infatti intervenuti (riuscendo, peraltro, a catturare un solo esemplare) proprio su segnalazione della polizia municipale del Comune di Alesano. E per concludere, secondo i legali dell’Amministrazione, non sarebbe stata configurabile una responsabilità ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., in quanto l’improvviso attraversamento della sede stradale da parte dell’animale randagio avrebbe integrato gli estremi del “caso fortuito“.

Per l’Asl l’unica responsabilità era del Comune, anche per non aver reso disponibile un canile

Anche l’Asl di Lecce ha resistito all’ impugnazione del Comune, chiedendone la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, di infondatezza, nonché esperendo ricorso incidentale, sulla base di due motivi. L’Azienda Sanitaria sosteneva invece che, in Puglia, il compito di vigilare sul fenomeno del randagismo fosse demandato – dalla citata legge regionale – ai Comuni, in quanto attinente alla funzione di governo del territorio, di esclusiva competenza degli Enti territoriali. E d’altra parte, secondo l’interpretazione dell’Asl, la previsione dell’obbligo per i Comuni di munirsi di una polizza per eventuali danni subiti da terzi confermerebbe la volontà del legislatore regionale di individuare negli stessi gli enti responsabili verso i cittadini. Di conseguenza, l’unico soggetto legittimato rispetto alla pretesa risarcitoria azionata dal ciclista avrebbe dovuto essere individuato nel Comune di Alessano.

La contro-ricorrente, inoltre, rigettava anche una propria responsabilità concorrente sulla base dei compiti di recupero degli animali vaganti che l’art. 6 della menzionata legge regionale pone a carico delle ASL. Infatti, il suo assolvimento avrebbe presupposto che fosse stato previamente adempiuto – da parte dei Comuni – l’obbligo di mettere a disposizione un’adeguata struttura per il ricovero degli esemplari catturati, circostanza della quale non vi sarebbe prova nel caso di specie, In altri termini, quella prevista dalla legislazione regionale sarebbe una responsabilità di tipo “sequenziale”, nel senso che la posizione di garanzia delle Asl per le attività di accalappiamento sorgerebbe solo a seguito dell’adempimento, da parte dei Comuni, dei propri obblighi.

L’azienda sanitaria inoltre, sempre quanto all’asserita responsabilità per mancata cattura e alla testimonianza secondo cui anche i servizi sanitari locali erano al corrente della presenza di cani randagi e della conseguente situazione di pericolo nella zona in cui si era verificato il sinistro, ha obiettato che in realtà solo dopo il sinistro in questione era pervenuta la segnalazione relativa alla presenza di animali randagi, e infine ha anche assunto come “mai provata” la natura randagia dell’animale che aveva provocato il sinistro.

 

Il contro-ricorso del danneggiato

Infine, anche il danneggiato ha resistito al ricorso del Comune e al ricorso incidentale dell’Asl con due controricorsi, chiedendo, per entrambi, la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, di infondatezza, ed evidenziando, tra le altre cose, che anche la sola mancata predisposizione di strutture idonee al ricovero degli animali catturati renderebbe il Comune “per ciò stesso, colpevole del danno prodotto a terzi da cani randagi“, e aggiungendo, per quanto riguarda le corresponsabilità contestate all’Asl, come l’azienda sanitaria, a prescindere dalla comunicazione da parte del Comune di Alessano, avesse avuto, anche nell’imminenza del fatto occorso, plurime segnalazioni circa la presenza, nel luogo teatro del sinistro, di cani randagi, assicurando, però, la cattura di un solo esemplare. Secondo il controricorrente, infatti, la necessità di attivarsi per la cattura dei randagi non postulerebbe che la relativa segnalazione debba provenire necessariamente dai Comuni.

La Cassazione conferma la condanna al risarcimento dei due enti

Insomma, un quadro anche normativo complesso: non a caso alla fine la Suprema Corte ha deciso di compensare integralmente, tra tutte le parti, le spese del giudizio, in considerazione dell’esistenza – al momento della proposizione dei ricorsi – di indirizzi non univoci, anche nella giurisprudenza della stessa Cassazione, in merito all’individuazione del soggetto tenuto a risarcire i danni connessi al fenomeno del randagismo. Di qui dunque la rilevanza della decisione degli Ermellini, che alla fine hanno rigettato i ricorsi dei due enti confermando la loro condanna a risarcire il danneggiato.

 

Il recupero dei cani randagi spetta all’Asl

La Cassazione ammette che la responsabilità del Comune di Alessano, “come di qualsiasi altro Comune della Regione Puglia”, non può essere fondata, in relazione ai danni cagionati da cani randagi, in ragione di un (inesistente) obbligo di recupero, come erroneamente ascrittogli dalla Corte d’appello salentina. E cita la sentenza n. 17060/2018 della stessa Suprema Corte la quale aveva rilevato che “la responsabilità per i danni causati dagli animali randagi deve ritenersi disciplinata dalle regole generali di cui all’art. 2043 cod. civ., e non dalle regole di cui all’art. 2052 cod. civ., che non sono applicabili in considerazione della natura stessa di detti animali e dell’impossibilità di ritenere sussistente un rapporto di proprietà o di uso in relazione ad essi, da parte dei soggetti della pubblica amministrazione preposti alla gestione del fenomeno del randagismo“.

Da tale premessa, peraltro superata dai recenti orientamenti della Cassazione, allora gli Ermellini avevano tratto la conseguenza che, nella fattispecie di illecito aquiliano che viene così configurandosi, “l’individuazione dell’ente a cui le leggi nazionali e regionali affidano in generale il compito di controllo e gestione del fenomeno del randagismo rileva non sul piano della colpa, ma dell’imputazione della responsabilità omissiva sul piano causale“, nel senso che non può essere “la mera inosservanza dell’obbligo giuridico di provvedere alla cattura dell’animale randagio ad integrare la colpa“, dovendo, invece, l’omissione “essere espressione di un comportamento colposo dell’ente preposto, quale il non essersi adeguatamente attivato per la cattura nonostante l’esistenza di specifiche segnalazioni della presenza abituale“, giacché, altrimenti, si cadrebbe “in un’ipotesi di responsabilità oggettiva da custodia di cui agli artt. 2051,2052 e 2053 cod. civ”.

In base a questa impostazione, poiché è la “esistenza dell’obbligo giuridico” che “fonda l’antigiuridicità della condotta omissiva”, secondo gli Ermellini occorre dunque “analizzare la normativa regionale caso per caso per dirimere la controversia in ordine a quale ente sia ascrivibile la responsabilità civile” per danni da mancata cattura di animale randagio”.

Dunque, con riferimento alla normativa regionale pugliese (legge regionale 3 aprile 1995, n. 12, in particolare art. 6), “risulta evidente che funzione tipica dell’obbligo giuridico di recupero dei cani randagi a carico dei Servizi veterinari delle ASL è quella di prevenire eventi dannosi”, quale quello per cui è causa”, sicché il solo “punto da chiarire è se, in base a diverso titolo, ricorra anche l’obbligo giuridico del Comune“, la cui eventuale “responsabilità va misurata non con riferimento ai controlli connessi all’attuazione della legge n. 12 del 1995, previsti dall’art. 2, che sono esercitati mediante pur sempre l’Azienda sanitaria locale ed hanno carattere eminentemente amministrativo, ma con riferimento all’obbligo di costruzione o risanamento dei canili sanitari esistenti e di gestione degli stessi“, ex art. 8 della citata legge regionale.

La mancata predisposizione dei canili non basta a condannare il Comune

Su tali basi, dunque, il citato arresto ha concluso che l’obbligo giuridico “di costruzione e gestione di canili sanitari per l’accoglienza di cani vaganti“, sebbene “astrattamente suscettibile di integrare il requisito di antigiuridicità di un contegno omissivo ai fini dell’imputazione causale di un evento dannoso, o anche il requisito soggettivo di una condotta colposa da identificare con la mera inosservanza di legge se le circostanze lo consentono“, resta, nondimeno, “estraneo alla funzione tipica della prevenzione dei rischi derivanti dal randagismo, di cui è espressione l’evento dannoso per cui è causa, in quanto non comporta l’obbligo dell’attività di recupero, ma solo quello di accoglienza dei cani randagi”.

 

L’Amministrazione Comunale tuttavia è colpevole per non aver segnalato il problema

Queste conclusioni, tuttavia, secondo la Suprema Corte, non bastano nello specifico ad “assolvere” il Comune, e questo in ragione di una seconda “ratio decidendi” a fondamento della sua riconosciuta responsabilità. Il riferimento è alla violazione dell’obbligo di segnalazione della presenza dei randagi proprio nella zona in cui ebbe a verificarsi il sinistro in oggetto, obbligo – da ricondurre a quello di vigilanza, imposto ai Comuni pugliesi dall’art. 2 della già citata legge regionale n. 12 del 1995 – che la decisione della Corte salentina attesta, infatti, essere stato tardivamente adempiuto, ovvero solo in data successiva a quella dell’incidente oggetto di causa.

I giudici del Palazzaccio rigettano quindi anche il ricorso incidentale dell’Asl. ribadendo che, quanto alla legislazione vigente nella regione Puglia, “funzione tipica dell’obbligo giuridico di recupero dei cani randagi a carico dei Servizi veterinari delle ASL è quella di prevenire eventi dannosi quale quello per cui è causa, tanto bastando, dunque, ai fini dell’affermazione della responsabilità dell’odierna ricorrente incidentale”, visto che è “l’esistenza dell’obbligo giuridico” a fondare “l’antigiuridicità della condotta omissiva“, e ciò “nel senso che l’efficienza dell’omissione sul piano causale rispetto all’evento dannoso diventa giuridicamente rilevante ai fini dell’imputazione dell’evento in presenza dell’obbligo giuridico di impedire l’evento, secondo il paradigma dell’art. 40, comma 2, cod. pen”.

Né a diversa conclusione – prosegue la Suprema Corte – potrebbe pervenirsi in base all’argomento, prospettato dalla ricorrente incidentale, secondo cui l’obbligo di cattura, per essere esigibile, presupporrebbe essere stato previamente assolto, da parte dei Comuni, quello di predisporre strutture per il ricovero degli animali catturati, perché ciò equivarrebbe a legittimare – in un vero e proprio circolo vizioso (in pregiudizio dell’incolumità dei terzi) – prassi reciprocamente lassiste delle amministrazioni competenti, a vario titolo, a fronteggiare il fenomeno del randagismo.

Infine, quanto all’asserzione dell’Asl di essere stata informata dal Comune della presenza di randagi soltanto dopo il sinistro oggetto di causa, la Suprema Corte sottolinea comunque la circostanza, emergente dal restante materiale probatorio, che l’azienda, anche prima dell’incidente, “aveva acquisito “aliunde” quella stessa informazione, senza provvedere a tempestivamente attivarsi.