Articolo Pubblicato il 19 maggio, 2020 alle 12:00.

Va riconosciuto al lavoratore, in sede civile, il danno da inabilità temporanea, voce di danno non patrimoniale che è esclusa dalla tutela previdenziale Inail. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con una significativa ordinanza, la n. 9083/20 depositata il 18 maggio 2020, con la quale ha (parzialmente) accolto il ricorso di un impiegato di banca che aveva citato in causa l’istituto per l’inadeguatezza della postazione in cui era stato costretto a lavorare che gli aveva causato problemi fisici.

 

Bancario risarcito per i danni da “postazione inadeguata”, ma non per l’inabilità temporanea

Il dipendente della Banca Nazionale del Lavoro in primo grado aveva ottenuto dal Tribunale un risarcimento, che però in secondo grado, in parziale riforma della prima sentenza, la Corte d’Appello capitolina aveva ridotto a 25.160 euro, 20.165 a titolo di danno biologico permanente e cinquemila a titolo di danno morale, escludendo il risarcimento del danno alla professionalità e del danno da inabilità temporanea totale e parziale che invece i giudici di prime cure avevano riconosciuto.

Il bancario ha quindi proposto ricorso per Cassazione con cinque motivi nei quali lamentava il mancato riconoscimento del danno alla professionalità, pur essendo stata accertata la “protratta inattività del dipendente” e la inadeguatezza della sua “postazione lavorativa per un certo periodo” e, soprattutto, our essendogli stato liquidato il danno biologico, e censurava la sentenza d’appello anche per avere “erroneamente” ritenuto che il riconoscimento delle voci di risarcimento del danno relative all’inabilità temporanea totale e parziale fosse incompatibile con l’assenza giustificata dalle medesime patologie.

 

La Suprema Corte accoglie il motivo relativo al danno differenziale

La Cassazione ha rigettato gli altri motivi del ricorso ma, quel che qui preme, ha invece ritenuto fondato e ha accolto quello in cui si contestava l’esclusione al diritto al risarcimento del danno per inabilità temporanea, punto su cui, secondo gli Ermellini, la Corte territoriale non si era uniformata al procedimento determinativo della stessa Suprema Corte, secondo la quale, “in tema di danno cosiddetto differenziale, la diversità strutturale e funzionale tra l’erogazione Inail ex art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 ed il risarcimento del danno secondo i criteri civilistici non consente di ritenere che le somme versate dall’Istituto assicuratore possano considerarsi integralmente satisfattive del pregiudizio subito dal soggetto infortunato o ammalato, con la conseguenza che il giudice di merito, dopo aver liquidato il danno civilistico, deve procedere alla comparazione di tale danno con l’indennizzo erogato dall’Inail secondo il criterio delle poste omogenee, tenendo presente che detto indennizzo ristora unicamente il danno biologico permanente e non gli altri pregiudizi che compongono la nozione pur unitaria di danno non patrimoniale”.

 

Come va calcolata la liquidazione delle voci di danno escluse dalla copertura assicurativa

Pertanto, rammenta e conclude la Cassazione, occorre dapprima “distinguere il danno non patrimoniale dal danno patrimoniale, comparando quest’ultimo alla quota Inail rapportata alla retribuzione e alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato“; successivamente, con riferimento al danno non patrimoniale, “dall’importo liquidato a titolo di danno civilistico vanno espunte le voci escluse dalla copertura assicurativa (danno morale e danno biologico temporaneo) per poi detrarre dall’importo così ricavato il valore capitale della sola quota della rendita Inail destinata a ristorare il danno biologico permanente”.

La sentenza impugnata è stata quindi cassata e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, che dovrà attenersi ai principi sopra indicati.