Articolo Pubblicato il 14 febbraio, 2020 alle 10:59.

I rumori serali-notturni, soprattutto d’estate, causati dalle attività commerciali, con particolare riferimento ai pubblici esercizi e ai locali della “movida”, che, utilizzando dehors, pergolati, spazi esterni in generale, recano disturbo specie nelle ore normalmente dedicate al riposo ed alla tranquillità, sono una delle problematiche più sentite dai cittadini e originano lunghi contenziosi.

Al riguardo, spicca una recente ordinanza della Corte di Cassazione a tutela della quiete pubblica , la n. 2757 depositata il 6 febbraio 2020, nella quale, tra gli altri, si ribadisce un concetto fondamentale, e cioè che anche l’eventuale rispetto dei limiti di accettabilità stabiliti dalla normativa in materia non può far considerare senz’altro lecite le immissioni, il cui livello di tollerabilità va considerato caso per caso.

 

Locale condannato per immissioni rumorose

La vicenda di cui si è occupata la Suprema Corte è quella di un locale della movida veneziana, “Al Bacaro”.

Il Tribunale di Venezia, con sentenza n. 2302 del 2014, accogliendo la domanda proposta da un residente, aveva confermato l’ordinanza cautelare del febbraio 2011 condannando la Immobiliare Silce a una serie di adempimenti per far cessare le immissioni rumorose lamentate dal ricorrente provenienti dall’attività, integrandola con l’obbligo di intercludere ogni forma di accesso all’area scoperta della pergola agli avventori del bar, a partire dalle ore 24.

E la Corte d’appello di Venezia, a seguito di appello proposto dall’Immobiliare, con sentenza n. 2695 del 2016, aveva rigettato il gravame, confermando la sentenza di primo grado.

La proprietà ricorre per Cassazione

Contro la sentenza della Corte di appello lagunare l’Immobiliare Silce ha quindi proposto ricorso per Cassazione, che però l’ha rigettato, respingendo tutti i motivi di doglianza. La ricorrente, in primis, lamentava il fatto che i giudici di merito non avevano considerato che il superamento dei 3 decibel rilevato sul rumore di fondo era stato misurato nel 2011 e che successivamente la società aveva realizzato gli interventi limitativi delle immissioni di rumore prescritti dall’ordinanza cautelare, che avevano riportato le immissioni al di sotto della soglia limite.

In materia di immissioni sonore – spiega però la Cassazione -, mentre è senz’altro illecito il superamento dei limiti di accettabilità stabiliti dalla normativa rilevante in materia, l’eventuale rispetto degli stessi non può far considerare senz’altro lecite le immissioni, dovendo il giudizio sulla loro tollerabilità formularsi alla stregua dei principi di cui all’art. 844 c.c.”

 

Il rispetto dei limiti acustici non significa che le immissioni siano lecite

In altre parole, chiariscono meglio gli Ermellini, “se le emissioni acustiche superano, per la loro particolare intensità e capacità diffusiva, la soglia di accettabilità prevista dalla normativa a tutela di interessi della collettività, a maggior ragione le stesse, ove si risolvano in immissioni nell’ambito della proprietà del vicino, devono per ciò solo considerarsi intollerabili ai sensi dell’art. 844 c.c., e, pertanto, illecite, anche, sotto il profilo civilistico.

L’eventuale rispetto dei limiti previsti dalla legge non può, tuttavia, fare considerare senz’altro lecite le immissioni, dovendo il giudizio sulla loro tollerabilità formularsi in relazione alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti, e non può prescindere dalla rumorosità di fondo, ossia da quel complesso di suoni di origine varia e spesso non identificabile, continui e caratteristici del luogo, sui quali vengono ad innestarsi i rumori denunciati come immissioni abnormi (c.d. criterio comparativo). Spetta, peraltro, al giudice di merito accertare in concreto gli accorgimenti idonei a ricondurre tali immissioni nell’ambito della normale tollerabilità”.

Nel caso di specie, la Suprema Corte evidenzia come il residente lamentasse il protrarsi delle immissioni rumorose da parte del locale anche successivamente all’adozione dell’ordinanza cautelare del 2011 e nonostante l’adozione degli accorgimenti previsti nel provvedimento.

Pertanto, la Corte di merito, alla luce delle deposizioni dei testimoni, che hanno confermato l’intollerabilità delle immissioni provenienti in forma costante e nella fascia notturna dall’attività in questione, ha ritenuto di dover convalidare le prescrizioni adottate dal giudice di prime cure, anche quelle integrative, in quanto, solo nel loro complesso, misure concretamente idonee ad eliminare la situazione di pregiudizio” prosegue l’ordinanza.

 

Il giudice può disporre ogni intervento ritenuto adatto al caso concreto

Respinto anche il secondo motivo del ricorso, nel quale l’Immobiliare lamentava che la Corte di merito non aveva tenuto conto del fatto, emerso in sede di CTU, che il superamento dei 3 db sul rumore di fondo risultava superato anche quando l’attività di ristorazione era chiusa.

Per quanto riguarda le censure che, sotto i diversi versanti, traggono spunto dalla relazione del c.t.u., per essere la decisione basata su immissioni rilevate in una situazione ambientale in cui già nell’ordinario erano superiori alla normalità, la logica sottesa alla scelta decisoria muove proprio dalla natura delle immissioni rumorose che sono, proprio per la fonte da cui discendono, discontinue, difficilmente verificabili e riproducibili nella stessa misura, per la loro spontaneità – precisano i giudici del Palazzaccio – Ne consegue che se, da un lato, non può non tenersi conto delle entità delle immissioni rumorose verificate nel corso dell’apertura dell’attività di ristorazione, superiori a quelle verificabili nel corso della giornata (con l’attività commerciale chiusa), trattandosi di uso non eccezionale rispetto alla destinazione del locale, la tollerabilità o meno delle immissioni deve essere valutata, avuto riguardo proprio alla loro discontinuità ed incidenza maggiore nella fase notturna”.

Ragion per cui il giudice distrettuale aveva limitato l’utilizzazione degli spazi esterni al locale ad orari non destinati al riposo o in cui le esigenze di tranquillità degli occupanti della vicina abitazione potevano ragionevolmente cedere alle opposte esigenze di tipo ricreativo.

La domanda di cessazione delle immissioni che superino la normale tollerabilità – aggiunge la Cassazione ribadendo un altro importante principio basilare – non vincola necessariamente il giudice ad adottare una misura determinata, ben potendo egli ordinare l’attuazione di quegli accorgimenti che siano concretamente idonei a eliminare la situazione pregiudizievole, senza essere vincolato dal petitum.

Nella specie la misura individuata dai Giudici del gravame è congrua e frutto di un ponderato bilanciamento delle risultanze di causa, sicché la ricorrente non può pretendere in questa sede l’imposizione di diversi accorgimenti, vedendo, almeno, ampliati gli orari di accesso agli spazi aperti nello spazio aperto di proprietà della Immobiliare Silce, in termini già stigmatizzati nella decisione impugnata perché troppo restrittivi”.

Quanto, poi, all’ulteriore motivo di doglianza della ricorrente, per non avere la corte territoriale tenuto conto dell’orientamento espresso dalla Corte costituzionale secondo cui, “in tema di immissioni acustiche, la differenziazione tra tutela civilistica e tutela amministrativa mantiene la sua attualità, anche a seguito dell’entrata in vigore del D.L. n. 208 del 2008”, laddove invece il giudice del gravame avrebbe dato rilievo al solo dato del superamento differenziale dei 3 db, la Suprema Corte puntualizza e conclude: “La domanda di cessazione delle immissioni, che superino la normale tollerabilità non vincola necessariamente il giudice ad adottare una misura determinata, potendo egli ordinare motu proprio l’attuazione di accorgimenti che evitino la situazione pregiudizievole, tanto più quando debbono contemperarsi le ragioni della proprietà e quelle della produzione.

In proposito, la Corte territoriale ha limitato l’uso dello spazio esterno al locale pubblico proprio in concomitanza con l’orario notturno, accorgimento che consente di assicurare le esigenze di tranquillità degli occupanti della vicina abitazione proprio nella fascia oraria dedicata solitamente al riposo, adozione di misura inibitoria implicante l’attuazione di accorgimenti che così evitano il ripetersi della situazione pregiudizievole”.

Ergo, ricorso rigettato.