Articolo Pubblicato il 28 novembre, 2020 alle 10:00.

Non basta addurre la giustificazione che le immissioni non superano i limiti di legge: se risultano comunque “non tollerabili” il responsabile è tenuto a risarcire i danneggiati.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26715/20 depositata il 24 novembre 2020, ha ribadito con forza un recente orientamento della giurisprudenza di legittimità teso ad una più stringente tutela di quanti sono costretti a convivere con rumori, polveri e, appunto, immissioni di varia natura.

 

Un residente cita in causa uno stabilimento per i rumori e la polvere

Ad adire le vie legali dinanzi il tribunale di Viterbo, sezione distaccata di Montefiascone, nello specifico era stato un residente che aveva citato in giudizio i titolari di un opificio che confinava con la sua proprietà per sentirli condannare al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a causa delle intollerabili immissioni acustiche e di polvere provenienti dallo stabilimento.

Il Tribunale aveva rigettato la domanda relativa ai rumori e aveva invece accolto quella riguardante le polveri, condannando la società a rifondere al danneggiato una somma onnicomprensiva di 75mila euro, oltre agli interessi legali dalla sentenza al saldo effettivo a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale.

I titolari della fabbrica avevano quindi appellato la sentenza avanti la Corte d’Appello, che tuttavia aveva rigettato il gravame. I giudici di seconde cure, in particolare, avevano condiviso il giudizio circa la non tollerabilità delle emissioni di polvere per il periodo antecedente alla predisposizione delle cautele adottate a partire dal 2008. E avevano sostenuto che il fatto che la società rispettasse i limiti di accettabilità delle immissioni, come stabilito dalla legge e dai regolamenti, non assumeva rilevanza.

 

Non basta il rispetto dei limiti di legge

In materia di immissioni, infatti, aveva sottolineato la Corte territoriale, se da un lato il superamento dei limiti legali che disciplinano le attività produttive era sicuramente illecito, dall’altro l’eventuale rispetto degli stessi non poteva far considerare senz’altro lecite le immissioni provenienti fondo del vicino, “dovendo il giudizio sulla loro tollerabilità essere formulato sulla scorta dei principi di cui all’articolo 844 del codice civile, secondo l’apprezzamento del giudice, tenuto conto di tutte le peculiarità del caso concreto, quali la vicinanza dei luoghi e i possibili effetti dannosi per la salute”.

Il parametro della normale tollerabilità, aveva fatto poi notare la Corte d’Appello, esprime una soluzione legale di compromesso che intende bilanciare la libertà di esercizio del proprio diritto con il minor danno reciproco, in ossequio al principio di solidarietà sociale di cui all’art. 2 della Costituzione.

E sulla base di tale considerazione alla Corte era sembrato che il tribunale di primo grado avesse correttamente operato il bilanciamento, tenuto conto del preminente diritto alla salute e alla qualità della vita. Nel caso concreto, inoltre, all’esito dell’istruttoria si era accertato che, a seguito di due lavori di ammodernamento adottati dall’azienda chiamata in causa, la propagazione di polveri era definitivamente venuta meno, a dimostrazione della pregressa situazione di sussistenza del problema.

 

I titolari dell’azienda ricorrono per Cassazione

La società tuttavia ha proposto ricorso anche per cassazione sulla base di cinque motivi. Quello che qui interessa in particolare è il primo, così rubricato: violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione all’articolo 844 c.c.

A parere del ricorrente né il giudice di primo grado né, soprattutto, la Corte d’Appello avrebbero esposto con oggettività e coerenza i criteri con i quali, in base a riferimenti oggettivi prima che scientifici, sono poi giunti al giudizio di superamento della soglia di normale tollerabilità delle immissioni ex articolo 844 c.c.

Questa valutazione sarebbe partita dal presupposto erroneo secondo il quale, nella tutela tra privati, ogni immissione deve giudicarsi intollerabile poiché intrinsecamente lesiva del diritto alla qualità della vita. Tale motivazione, secondo la ricorrente, sarebbe invece apodittica e non renderebbe conto del ragionamento in virtù del quale le immissioni sono state ritenute davvero intollerabili.

Al contrario, secondo l’azienda le immissioni andrebbero considerate presuntivamente lecite, il giudice doveva indicare le ragioni del superamento della normale tollerabilità e tale indicazione nel caso di specie sarebbe stata omessa.

Ma per la Cassazione il motivo è infondato. Per i giudici del Palazzaccio, la motivazione spesa dalla Corte d’Appello è “esaustiva e non rivela alcuna obiettiva carenza nella indicazione del criterio logico che l’ha condotta alla formazione del proprio convincimento, con piena corrispondenza con le risultanze istruttorie”.

In particolare, secondo la Suprema Corte la Corte d’Appello ha motivato correttamente circa le ragioni per le quali ha ritenuto che le emissioni di polvere fossero superiori al limite della normale tollerabilità fino al 2008, quando la società aveva messo in atto ulteriori misure che avevano determinato la risoluzione dei problemi.

E questo anche sulla scorta “dell’accertata notevole quantità di polvere all’interno e all’esterno dell’opificio, l’inadeguatezza dei sistemi di pulizia e di aspirazione nonché l’esistenza di nuvole di polvere dell’altezza di 3-4 metri al passaggio dei mezzi di movimentazione dei materiali, oltre che della destinazione abitativa del fondo della controparte e della vicinanza dei due fondi”.

 

La tollebarabilità o meno va stabilita anche alla luce della situazione concreta

Ed è qui che gli Ermellini ribadiscono un concetto chiave, in risposta alla censura dei ricorrenti riguardante la presunta violazione dell’art. 844 c.c.

I parametri fissati dalle norme speciali a tutela dell’ambiente (dirette alla protezione di esigenze della collettività, di rilevanza pubblicistica), pur potendo essere considerati come criteri minimali di partenza, al fine di stabilire l’intollerabilità delle emissioni che li eccedano, non sono necessariamente vincolanti per il giudice civile che, nello stabilire la tollerabilità o meno dei relativi effetti nell’ambito privatistico, può anche discostarsene, pervenendo al giudizio di intollerabilità, ex art. 844 cod. civ., delle emissioni, ancorché contenute in quei limiti, sulla scorta di un prudente apprezzamento che consideri la particolarità della situazione concreta e dei criteri fissati dalla norma civilistica (invero posta preminentemente a tutela di situazioni soggettive privatistiche, Ric. 2016 n.10509 sez. S2 – ud.02/10/2020 segnatamente della proprietà)”.

E la relativa valutazione, “se adeguatamente motivata, nell’ambito dei criteri direttivi indicati dal citato art. 844 cod. civ., con particolare riguardo a quello del contemperamento delle esigenze della proprietà privata con quelle della produzione, costituisce accertamento di merito insindacabile in sede di legittimità”.

Per completezza, la Cassazione ha rigettato anche gli altri motivi del ricorso confermando la condanna della ditta a risarcire il danneggiato.