Articolo Pubblicato il 27 dicembre, 2019 alle 9:00.

Non si può addossare ad un’anziana appena investita, e quindi comprensibilmente sotto choc oltre che ferita, la responsabilità per non essere riuscita a identificare il conducente dell’auto che l’ha travolta.

Con un’ordinanza di buon senso, oltre che di diritto, e che varrà come riferimento per i non infrequenti casi sul genere, la n. 33444/19 depositata il 17 dicembre 2019, la Corte di Cassazione, sesta sezione Civile, ha reso giustizia a una donna finita all’ospedale con gravi traumi dopo essere stata appunto urtata da un veicolo rimasto sconosciuto mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali. Fatto risalente al 2010.

 

Anziana investita non riesce ad identificare il conducente

La danneggiata, una ultrasessantenne, aveva proposto domanda risarcitoria nei confronti della compagnia Alleanza Toro (oggi Generali Italia), quale impresa designata per la regione Liguria dal Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada, ma sia il Giudice di Pace di Albenga sia, quale giudice di appello, il Tribunale di Savona, avevano rigettato la sua istanza.

Contro quest’ultima sentenza la signora ha presentato ricorso per cassazione, con tre motivi di doglianza. In particolare, la ricorrente ha lamentato che il giudice di Appello non avesse tenuto conto del fatto che lei, riferendo inizialmente di non aver riportato lesioni, non aveva favorito l’allontanamento della sua investitrice, battendo sul fatto che le dichiarazioni rese nell’immediatezza alla persona che l’aveva investita, proprio in considerazione delle gravi condizioni psicofisiche in cui si era venuta a trovare per effetto dell’investimento, avrebbero dovuto essere prese “con beneficio d”inventario”.

Inoltre, ha sostenuto che il giudice d’appello aveva erroneamente omesso di considerare che l’auto investitrice era stata spostata dalla conducente rendendo non identificabile il numero della targa e che al momento del sinistro non vi erano sul posto persone che potessero aiutarla nell’identificare  questo numero. La donna ha anche ricordato che il giorno successivo si era recata al comando di Polizia Municipale di Albenga per sporgere denuncia, ma il tentativo di identificare il veicolo investitore attraverso la telecamera non aveva avuto esito positivo. Pertanto, sarebbe stata erroneamente ritenuta responsabile per la mancata identificazione dell’auto.

 

La Cassazione accoglie i motivi di doglianza

Argomentazioni, queste, ritenute fondatore dai giudici di legittimità, che intervengono anche e proprio sulla scorta della “manifesta implausibilità” delle argomentazioni del giudice di secondo grado, che – recita la sentenza – “ha censurato il comportamento della (omissis) sul presupposto che quest’ultima, pur avendo avuto la possibilità ed il tempo materiale per farlo, avrebbe omesso di provvedere all’acquisizione delle generalità della responsabile del sinistro, che si era fermata a soccorrerla e che, dopo aver essere stata rassicurata sulle sue condizioni di salute, si era allontanata”.

Affermando ciò, secondo gli ermellini, il giudice d’appello è appunto incorso nel vizio di implausibilità in quanto, premesso che il verificarsi del sinistro era risultato provato da una telecamera esistente sul luogo, non ha considerato tutta una serie di fattori.

 

La danneggiata versava in condizioni psico-fìsiche disorientanti

In primis, la malcapitata, a seguito del sinistro, era stata ricoverata al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Albenga per frattura della mano destra e lesione della vertebra L2, dalle quali erano conseguiti una malattia durata complessivamente 80 giorni, nonché postumi a carattere invalidante nella misura del 7%; pertanto, al momento dell’incidente, era chiaro che la vittima versava ragionevolmente in condizioni psico fisiche che le provocavano disorientamento, privando conseguentemente di lucidità ogni eventuale espressione rivolta alla sua investitrice.

Inoltre, la donna, di 63 anni all’epoca del sinistro, aveva riferito che, vedendo la sua investitrice allontanarsi, era convinta che quest’allontanamento fosse da attribuire alla ricerca dei documenti relativi alla sua persona ed al proprio veicolo; dall’attività istruttoria, peraltro, non era affatto risultato che avesse favorito l’allontanamento della propria investitrice. Ancora, sul luogo del l’incidente non vi erano stati testimoni che avessero potuto aiutare la signora nell’identificazione del conducente o dell’auto investitrice. Quest’ultima, anzi, era stata spostata dal luogo del sinistro: operazione, questa, che potrebbe aver reso di fatto impossibile la sua identificazione.

Secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte – conclude la Cassazione -, nel caso di sinistro causato da veicolo non identificato, l’obbligo risarcitorio nei confronti della vittima – in linea con l’art. 1, quarto comma, della direttiva CE del Consiglio del 30 dicembre 1983, n. 84/5, trasfuso nell’art. 10, comma 1, della direttiva CE del 16 settembre 2009, n. 2009/103, sorge non solo nei casi in cui il responsabile si sia dato alla fuga nell’immediatezza del fatto ma anche quando la sua identificazione sia stata impossibile per circostanze obiettive da valutare caso per caso e non imputabili a negligenza della vittima”.

La sentenza impugnata è stata pertanto cassata, con rinvio al Tribunale di Savona, in diversa composizione monocratica, per nuovo esame alla luce di queste osservazioni.