Articolo Pubblicato il 30 gennaio, 2020 alle 10:00.

Le evidenti precarie condizioni psico-fisiche, il risultato dell’esame delle urine che attesta l’assunzione di sostanze stupefacenti, pur non stabilendone la quantità, le stesse ammissioni del diretto interessato, sono elementi più che sufficiente per configurare il reato ai sensi dell’art. 187 del Codice della strada (guida sotto l’influenza, appunto, di sostanze psicotrope), con le relative sanzioni.

Lo ha chiarito la Cassazione, con la sentenza n. 1732/20, depositata il 27 gennaio 2020, giudicando definitivamente un caso risalente a quasi dieci anni fa.

 

Sanzionato un automobilista per guida sotto l’effetto di droghe

Nell’ottobre del 2010 i carabinieri di Ceglie Messapica, nel Brindisino, avevano sanzionato un automobilista perché guidava in condizioni di alterazione psicofisica dovuta all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope.

La Prefettura di Brindisi aveva quindi disposto a suo carico la sospensione della patente di guida per due anni e la decurtazione di dieci punti dalla patente stessa.

L’automobilista ricorre, il Tribunale gli dà ragione

L’automobilista però aveva proposto prima opposizione preso il Giudice di Pace, che nel 2011 l’aveva respinta, e quindi appello avanti il tribunale di Brindisi, che invece aveva accolto il gravame, annullando il decreto prefettizio. I giudici avevano ricordato che, onde integrare il reato di cui all’art. 187 c.d.s., è necessario che si sia colti alla guida di un veicolo in stato di alterazione psicofisica derivante dall’uso di sostanze stupefacenti, e quindi che non è sufficiente che si sia sorpresi semplicemente dopo aver assunto tali sostanze.

Il tribunale sosteneva che, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, gli elementi raccolti all’esito delle indagini (ossia le dichiarazioni rese dallo stesso automobilista ai verbalizzanti, le circostanze acclarate dai medesimi carabinieri e riferite in qualità di testimoni e il risultato delle analisi delle urine), avevano valenza di semplici indizi, e dunque non erano sufficienti a dar ragione della quantità di sostanze stupefacenti assunte e dell’incidenza sullo stato psicofisico dell’appellante al momento dell’elevazione del verbale.

 

Il ministero dell’Interno ricorre per Cassazione

Contro tale sentenza ha proposto ricorso il Ministero dell’Interno, secondo il quale, invece, sulla base degli elementi raccolti (uso di cannabinoidi attestato dall’analisi delle urine, sintomi di eccitazione, senso di sicurezza e occhi lucidi attestati dal verbale elevato dai carabinieri al momento dell’accertamento, dichiarazione dello stesso automobilista di aver fatto uso di stupefacenti il giorno precedente) il tribunale avrebbe dovuto “ritenere sussistente lo stato di alterazione e quindi (…) la condotta illecita contestata, salvo prova contraria dell’interessato”.

Nel ricorso, inoltre, si sottolineava come l’art. 187 c.d.s. “non richiede che lo stato di alterazione debba essere accertato mediante indagine sulla quantità delle sostanze stupefacenti, attraverso l’espletamento di una specifica analisi medica”, ribandendo infine la convinzione, a fronte dei rilevanti elementi indiziari acquisiti, di aver assolto appieno l’onere della prova, sicché ricadeva sull’interessato “dimostrare che lo stato di alterazione derivava da altra causa”.

La Cassazione accoglie il ricorso

La Cassazione ha accolto il ricorso. “E’ fuor di dubbio che, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 187 cod. strada, è necessario l’accertamento, oltre che dell’assunzione di sostanze stupefacenti, di uno stato di alterazione psicofisica derivante da tale assunzione” premettono gli Ermellini, chiarendo però che, ai fini della configurabilità della contravvenzione di guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti, lo stato di alterazione del conducente dell’auto “non deve essere necessariamente accertato attraverso l’espletamento di una specifica analisi medica, ben potendo il giudice desumerla dagli accertamenti biologici dimostrativi dell’avvenuta precedente assunzione dello stupefacente, unitamente all’apprezzamento delle deposizioni raccolte e del contesto in cui il fatto si è verificato”.

 

L’alterazione richiesta per configurare il reato è (solo) uno stato di coscienza modificato

Inoltre, prosegue la Suprema Corte, l’alterazione richiesta per l’integrazione del reato in questione esige l’accertamento di “uno stato di coscienza semplicemente modificato, dall’assunzione delle predette sostanze, che non coincide necessariamente con una condizione di intossicazione”.

I giudici del Palazzaccio specificano quindi che il giudice di seconde cure “ha errato, per un verso, allorquando ha posto in risalto il difetto di elementi diagnostici da cui desumere la quantità di sostanze stupefacenti assunte e ha ritenuto il tipo d’indagine eseguita inidonea a rilevare la quantità di sostanza presente nell’organismo, e per altro verso, quando ha reputato insufficienti gli elementi di prova raccolti, ovvero gli esiti delle analisi delle urine, le dichiarazioni rese dall’automobilista ai Carabinieri, e le circostanze riprodotte da questi ultimi nel verbale di accertamento e riferite in qualità di testimoni”.

Se manca un altro fattore va da sé che l’alterazione è prodotta dalla droga

D’altro canto – conclude la Cassazione – è inevitabile che l’assunzione di sostanza stupefacente determini un’alterazione psicofisica, sicché, in assenza di riscontro dell’operatività di un fattore eziologico di diversa natura, non può esser condiviso il postulato del giudice a quo, secondo cui “quand’anche effettivamente il (omissis) al momento dell’operato accertamento mostrasse (…) una condizione attuale di alterazione psicofisica, tuttavia non vi è alcuna certezza che tale condizione fosse dipesa dall’uso della sostanza rinvenuta nelle urine”.

La sentenza è stata quindi cassata e sono stati confermati i due anni di sospensione della patente e il taglio di dieci punti dalla patente.