Articolo Pubblicato il 20 settembre, 2019.

L’anziano cliente della rivendita di Casavatore rimase schiacciato sotto gli occhi della moglie per il crollo di una pila di pannelli “instabili” urtati da un muletto

Nessuna separazione tra aree pedonali, carrabili e di stoccaggio; pavimentazione disconnessa; segnaletica inidonea; uso (vietato) di muletti a scoppio in ambienti chiusi; scaffalature fai da te non certificate; nessun piano di sicurezza; addestramento inadeguato dei dipendenti; deposito incontrollato di rifiuti speciali. Sono gravi le violazioni contestate dalla Procura di Napoli Nord ai tre imputati per la tragica morte di Pasquale Battaglia, avvenuta l’11 luglio 2018 nella falegnameria e rivendita “TR Legnami” srl di Casavatore: Gaetanina Cecere, 54 anni, di Orta di Atella (Caserta), la legale rappresentante, Giuseppe Tarantino, 43 anni, di Arzano, il titolare di fatto dell’attività, e Luigi Tarantino, 53 anni, pure di Orta di Atella, il conducente del muletto che ha causato il crollo fatale. 

Per i tre, che devono rispondere del reato di omicidio colposo in concorso, il Pm titolare del procedimento penale, il dott. Antonio Vergara, a chiusura delle indagini preliminari ha chiesto il rinvio a giudizio e il Gip del Tribunale di Napoli Nord, dott. Nicola Erminio Paone, con atto del 16 settembre, ha fissato per il 25 ottobre 2019, alle ore 9.30, l’udienza preliminare: un processo da cui si aspettano verità e giustizia i familiari della vittima che, per essere assistiti, attraverso il consulente personale Luigi Cisonna, si sono affidati a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini.
Quella mattina Battaglia, 75 anni, pensionato, residente a Frattamaggiore, la moglie, il cognato e la cognata si erano recati alla “TR Legnami” per fornire le misure di alcune porte di casa da ristrutturare e si erano fermati a consultare dei cataloghi per scegliere un tavolo. La vittima si è allontanata pochi istanti per salutare un amico sul retro, ed è allora che si è consumato il dramma. Com’è stato ricostruito dall’inchiesta, l’anziano stava percorrendo il locale adibito a deposito e attraversando un corridoio centrale delimitato da pile di pannelli di legno riposti in parallelo a destra e sinistra, “in posizione di equilibrio instabile, posizionati in maniera tale che qualsiasi fatto esterno poteva provocarne la caduta” scrive il Pubblico Ministero nel suo provvedimento. Fatto esterno materializzatosi nel carrello elevatore. Luigi Tarantino, che lo conduceva, effettuando una manovra in retromarcia, con lo spigolo posteriore sinistro ha urtato uno dei pannelli più sporgenti in truciolato determinando un tragico effetto domino: venti di questi pannelli, posti sul lato sinistro, ruotando in senso si sono abbattuti con tutto il loro peso di 1,362 tonnellate sull’incolpevole cliente, rimasto schiacciato tra quelli rovesciati e quelli a destra del corridoio. E’ morto sul colpo per il gravissimo trauma toracico, sotto gli occhi disperati della moglie e dei cognati che, attirati dalle grida, sono corsi vedere cosa fosse successo facendo la tragica scoperta, aiutando gli altri dipendenti a liberare il corpo da quella montagna di legname e tentando anche di praticare i primi, vani interventi di soccorso.

La Procura di Napoli Nord ha aperto un fascicolo e disposto il sequestro dei locali dell’azienda, dove sono emerse da subito evidenti carenze sul fronte delle sicurezza, puntualmente confermate nella richiesta di rinvio a giudizio spiccata dal dott. Vergara per i tre imputati, accusati di aver causato il decesso di Battaglia “per colpa generica, consistita in imprudenza, negligenza e imperizia, nonché per colpa specifica, consistita nella violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro”. In particolare a Gaetanina Cecere e Giuseppe Tarantino si contesta il fatto che “il locale non disponeva di idonei percorsi di delimitazione tra le aree di transito pedonale, quelle carrabili e le zone di deposito/stoccaggio; che la pavimentazione risultava in più punti disconnessa e mancava idonea segnaletica sia di sicurezza sia indicativa, quali divieti di accesso ai depositi e alle zone di lavorazione a persone non autorizzate”. Ancora, che il muletto sollevatore “era del tipo a scoppio-diesel e come tale non idoneo a operare in ambienti chiusi” e che “le scaffalature presenti nella ditta risultavano auto-costruite e non possedevano certificazioni e indicazioni di carico”. Si imputa loro, altresì, di “non aver elaborato procedure per l’attuazione delle misure di sicurezza da realizzare”; di aver “omesso di elaborare ruoli dell’organizzazione aziendale che vi dovevano provvedere, a cui dovevano essere assegnati unicamente soggetti in possesso di adeguate competenze e poteri, nello specifico gli addetti e/o dipendenti che avrebbero dovuto inibire l’accesso alle zone di stoccaggio/deposito o di lavorazione ad eventuali clienti e persone non autorizzate; di “non aver assicurato la necessaria informazione nonché addestramento adeguato” al conducente del muletto, e di aver anche “depositato in modo incontrollato, in violazione delle norme ambientali e di sicurezza degli ambienti di lavoro, una quantità imprecisata di rifiuti speciali di tipo industriale, pericolosi e non, costituiti da materiale ferroso, scarti di legno lavorato, vernici, colle, solventi e altro materiale altamente infiammabile”. Ma il magistrato non risparmia neanche il conducente del carrello elevatore, Luigi Tarantino, accusato di essersi messo alla guida del muletto, come detto inidoneo a operare in ambienti chiusi, “pur essendo sprovvisto di adeguata formazione in merito; di aver omesso di “utilizzare correttamente le attrezzature di lavoro, i mezzi di trasporto e i dispositivi di sicurezza”, di non aver segnalato “immediatamente al datore di lavoro qualsiasi eventuale condizione di pericolo” e di non essersi astenuto “dal compiere di propria iniziativa operazioni o manovre non di sua competenza ovvero tali da compromettere la sicurezza propria e altrui”.

Insomma, in quell’attività vigeva la deregulation più totale in spregio a qualsiasi norma di sicurezza e anche di buon senso, per l’ennesima morte del tutto evitabile. Eppure, nonostante questo pesante quadro probatorio, l’azienda non ha mai risposto alle richieste danni inviate da Studio3A per conto dei propri assistiti, non fornendo neppure le coperture assicurative: non si sa neppure se sia assicurata.