Articolo Pubblicato il 20 febbraio, 2018 alle 12:47.

Il titolare della Nicolini Group deve rispondere di omicidio colposo per la tragica morte del 41enne di Isola della Scala: udienza preliminare il 13 aprile in tribunale a Verona

Violazione di svariate norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. Sulla base di questa risultanza, ormai assodata, a chiusura delle indagini preliminari del procedimento penale per l’infortunio mortale occorso il 5 aprile dello scorso anno a Eugenio Grasso, il Pubblico Ministero della Procura di Verona, dott.ssa Elvira Vitulli, ha chiesto il rinvio a giudizio per il reato di omicidio colposo per l’unico indagato, M. N., 42 anni, di Peschiera del Garda, il legale rappresentante dell’impresa di cui il quarantunenne operaio di Isola della Scala era dipendente: la Nicolini Marco Group srl di Legnago.

E il Gip del Tribunale scaligero, dott.ssa Luciana Franzosi, in relazione alla richiesta, ha fissato l’udienza preliminare per il prossimo 13 aprile 2018, alle ore 11.15, presso il Palazzo di Giustizia di via del Zappatore 1.

Grasso, che aveva solo 41 anni, era un autista e operatore di automezzi d’opera specializzato ed esperto nel campo dei trasporti eccezionali, che è poi l’attività svolta dalla ditta Nicolini, la quale, con gru e moderne attrezzature, si occupa del sollevamento, movimentazione e montaggio di macchinari e impianti: la vittima, peraltro, ha lasciato in un immenso dolore la moglie, coetanea, due figli di 10 e 15 anni, la mamma e quattro fratelli, i quali, per fare piena luce sui fatti e ottenere giustizia, attraverso il consulente personale Riccardo Vizzi, si sono rivolti a Studio 3A, società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità in ogni tipologia di sinistro, a tutela dei diritti dei cittadini.

Ma quel maledetto giorno, nel capannone di viale dell’Industria 16, a San Pietro di Legnago, qualcosa è andato storto. Alle 14.30 il “mitico”, com’era soprannominato Eugenio per la sua capacità di far sembrare semplici anche i trasporti più complessi, era intento ad apprestare l’ennesimo carico. Più precisamente, stava eseguendo da solo lo smontaggio delle pesanti rampe di acciaio dal bordo posteriore del pianale di un autocarro della ditta, in vista di un lavoro da eseguire l’indomani con l’automezzo e che sarebbe stato precluso con quell’ingombro. Aveva già smontato la rampa sinistra, ma facendo altrettanto con quella di destra, quest’ultima gli è improvvisamente franata addosso dalla sua posizione verticale, colpendolo violentemente alla testa e scaraventandolo sul pavimento dell’opificio.

Inutile l’allarme lanciato dai colleghi e l’intervento dell’elisoccorso del 118: troppo gravi e devastanti i traumi riportati, ai sanitari non è rimasto che constatare il decesso. Come da prassi in queste drammatiche vicende, sul posto sono intervenuti anche i carabinieri di Cerea e gli ispettori dello Spisal dell’Ulss 9 Scaligera, che hanno condotto le indagini e gli accertamenti per chiarire l’esatta dinamica e le cause dell’ennesimo infortunio sul lavoro, su disposizione della Procura di Verona, la quale ha subito aperto d’ufficio un fascicolo per omicidio colposo a carico del titolare della ditta. Ora, le conclusioni a cui sono giunti gli esperti del Servizio di Prevenzione Igiene e Sicurezza Ambienti di Lavoro non lasciano spazio a dubbi; “l’infortunio si ritiene avvenuto a causa di inosservanza delle Norme speciali in materia di sicurezza sul lavoro”: norme di cui era “destinatario”, e che quindi doveva applicare, “il titolare della ditta”, per citare il rapporto firmato dall’ing. Giuliano Franchini.

Le violazioni contestate sono riassunte nel provvedimento con cui il Pubblico Ministero ha chiesto il rinvio a giudizio di M. N. “L’imputato – si legge nell’atto della dott.ssa Vitulli -, in qualità di legale rappresentante della ditta Nicolini Marco Group s.r.l., datore di lavoro, cagionava per colpa la morte del dipendente Grasso Eugenio con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro; in particolare non effettuava, in violazione della previsione di cui all’art. 17 lett. a) D.lvo n. 81/2008, una corretta valutazione dei rischi, con particolare riferimento all’operazione – periodicamente effettuata all’interno del deposito – di smontaggio delle pesanti rampe metalliche degli automezzi in uso alla ditta e non elaborava un idoneo documento di cui all’art. 28, incompleto e non aggiornato”: il Documento di Valutazione dei Rischi, dall’indagine dello Spisal, è risultato carente e per di più riferito alla precedente sede dell’impresa, a Cerea.

Ma l’inadempienza più grave e decisiva è stata quella relativa, come continua il Sostituto Procuratore, “alle previsioni di cui all’art. 71 commi 1 e 7 D.lvo 81/2008, perché (l’indagato, ndr) non metteva a disposizione dei lavoratori attrezzature adeguate al lavoro né li informava e addestrava adeguatamente sull’uso delle stesse al fine di far svolgere i lavori in condizioni di sicurezza, cosi procurando la morte dell’autista e operatore di automezzi Grasso Eugenio”. “Il quale – chiarisce meglio il magistrato sulla scorta del rapporto dello Spisal -, intento all’interno del deposito allo svolgimento dell’operazione di smontaggio delle rampe metalliche posteriori del pianale dell’autocarro-autogru Scania (…), dopo aver smontato con le medesime modalità la rampa sinistra, effettuava con l’ausilio di una pinza-cagna lo sfilamento manuale della vite-perno che manteneva la rampa destra attaccata al pistone-cilindro idraulico e in posizione verticale, non utilizzando gli idonei e previsti sistemi di imbracatura della rampa stessa ma avvalendosi semplicemente delle cosiddette “cinghie con cricchetto”, presenti sul mezzo solo al fine di contenere le oscillazioni delle rampe durante la marcia del veicolo (peraltro sfilacciate e deteriorate), ed espressamente vietate per il sollevamento di carichi. Cinghie che infatti cedevano, facendo cosi istantaneamente cadere verso il basso la pesante rampa che, ruotando parzialmente, colpiva Grasso al capo facendolo cadere indietro e cagionandogli gravissime lesioni per cui decedeva immediatamente”.

Lo Spisal ha infatti accertato che per quest’operazione nella ditta non solo si usavano, a dispetto delle prescrizioni delle istruzioni d’uso, soltanto le cinghie in poliestere con cricchetto, ma anche che quelle “incriminate” si trovavano in pessimo stato, sporche e usurate. E inoltre, osserva l’ing. Franchini, “gli autisti incaricati dell’esecuzione risultavano non aver ricevuto una adeguata-necessaria formazione ed addestramento al fine di eseguire in previste condizioni di sicurezza tale lavoro e sul corretto utilizzo e sui divieti per le cinghie con cricchetto”: il dispositivo in questione aveva solo un’etichetta pressoché illeggibile, con un’unica scritta che indicava il divieto di utilizzo per il sollevamento di carichi, ma in lingua tedesca!

Queste conclusioni acuiscono il dolore e la rabbia dei familiari di Eugenio per una tragedia che era del tutto evitabile, ma rappresentano anche un primo, importante punto fermo per ottenere giustizia. “Le indagini compiute dalla Procura, che ha operato con scrupolo e anche rapidamente, confermano le valutazioni che avevano effettuato fin da subito anche i nostri esperti, e che cioè alla base di questa ennesima morte bianca non ci fosse l’errore umano ma le solite, gravi lacune nelle misure di sicurezza addebitabili all’azienda – commenta il dott. Ermes Trovò, Presidente di Studio 3A Purtroppo, ancora una volta, la vita dei lavoratori viene messa in secondo piano rispetto alle logiche del profitto e gli imprenditori non entrano nell’ordine delle idee che, al contrario, investire in sicurezza non fa bene solo alla salute e alla vita dei propri collaboratori, ma anche ai bilanci della propria impresa”.

Saremo a fianco dei congiunti di Eugenio fino in fondo per assicurare loro verità e giustizia ma anche un congruo risarcimento, che mai come in questo caso non è un capriccio – aggiunge Riccardo Vizzi, Area Manager di Studio 3AQui abbiamo una giovane vedova e due ragazzini rimasti orfani, che non hanno perduto solo il marito e il papà, ma anche l’unica fonte di reddito e di sostentamento della famiglia. Ci auguriamo che la compagnia di assicurazione dell’azienda, con cui abbiamo già preso contatti, a fronte delle chiare responsabilità individuate dagli inquirenti, non faccia le consuete “meline” per non risarcire il dovuto o per allungare i tempi del risarcimento”.

I familiari sono sconvolti: Pesce lascia la moglie e cinque figli. Nel giro di un paio d’ore uno dei figli riceve prima la telefonata di uno dei cardiologi che gli comunica che il padre è caduto dal letto con la faccia a terra, ma che è vigile e parla, e poi la notizia dallo stesso medico, dopo essersi precipitato all’ospedale ed aver aspettato in sala d’attesa, che il genitore è morto per una lesione al collo da cui era fuoriuscito midollo spinale. I congiunti, non avendo ottenuto informazioni chiare sull’accaduto, ed essendo venuti a sapere per caso che la Direzione Sanitaria dell’ospedale aveva disposto per il 19 dicembre il riscontro diagnostico (in sostanza l’autopsia interna), senza che in questo modo potesse partecipare alle operazioni peritali un loro medico di fiducia, il giorno stesso hanno presentato un esposto ai carabinieri di Castellaneta. E si sono rivolti, tramite il consulente personale Luigi Cisonna, a Studio 3A, società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità in ogni tipologia di sinistro, a tutela dei diritti dei cittadini, che, per ottenere giustizia per i propri assistiti, oltre che sul fronte penale, si è subito attivato anche sul piano civile nei confronti dell’Azienda Sanitaria per ottenere un congruo risarcimento.

Il Pm, dott. Mariano Buccoliero, ha dunque aperto un fascicolo per omicidio colposo iscrivendo nel registro degli indagati ben dieci tra medici e infermieri che hanno avuto in cura la vittima: si tratta di due cardiologi, E. D. e F. D.A., della caposala della Cardiologia, F. A., e di cinque infermieri, G. C., A. C., J. D. S., A. D. L. e M. T., più altri due medici, P. M., del reparto di Anestesia Rianimazione, e G. G. della Radiologia. Inoltre, il Sostituto Procuratore, come avevano invocato i familiari della vittima, ha disposto il sequestro di tutta la documentazione medica e, appunto, l’esame autoptico, incaricando a tale scopo la dott.ssa Stefania Concetta Bello, specialista in medicina legale e dottore di ricerca presso l’Università di Foggia, che lo scorso 16 ottobre da depositato la sua perizia.

La dott.ssa Bello dissipa innanzitutto ogni dubbio sulla causa della morte, individuata nella “insufficienza respiratoria acuta in lesioni cervico-midollari (frattura del soma di C5 con contusione midollare) e trauma cranico, riportati a seguito di caduta”: dunque, il signor Pesce è deceduto per i postumi di quel tonfo dal letto. Il medico legale si sofferma quindi sugli accorgimenti da adottare per ridurre il pericolo di cadute accidentali all’ospedale: “controllare e valutare i pazienti a rischio, accompagnarli al bagno a intervalli regolari, verificare il livello di autonomia nei trasferimenti e la stabilità durante la deambulazione, fornire il sistema di chiamata e utilizzare le spondine nel letto”. Ed è qui che individua le responsabilità dei sanitari nella gestione del paziente, in particolare per quella infermieristica. La dott.ssa Bello, infatti, sottolinea come una delle infermiere avesse riportato nel suo diario allegato alla cartella clinica: “ore 9.00: paziente vigile a tratti disorientato”. “Questo segno clinico avrebbe dovuto costituire, di per sé, un elemento sufficiente atto a intensificare considerevolmente la sorveglianza clinica attiva e continua del paziente da parte del personale infermieristico – spiega – E ancor più avrebbe dovuto imporre l’allerta del medico di reparto e la messa in atto di provvedimenti anche pratici finalizzati a prevenire l’evento caduta”. E invece, conclude la perizia, “non vi è stato un attento monitoraggio clinico del paziente, se non per il solo rilievo dei parametri vitali, ed ancor più non vi è stato un attento esame neurologico, che anche il personale infermieristico è chiamato a effettuare compiutamente ancor prima del personale medico, non vi è stata tanto meno alcuna richiesta di visita medica né sono stati presi provvedimenti pratici in capo al personale infermieristico, nello specifico l’impiego di spondine al letto”.

Considerazioni che sono una prima importante risposta alle istanze di chiarezza, verità e giustizia dei familiari della vittima e di Studio 3A, in appesa dei provvedimenti che deciderà di assumere il Pubblico Ministero.

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