Articolo Pubblicato il 7 dicembre, 2020 alle 11:00.

Va subito premesso che chi va per strada in bicicletta in ore serali e notturne deve assolutamente, per la propria incolumità, accendere i fanali del velocipede e dotarsi di giubbotti ad alta visibilità, ma la mancanza di questi importanti e prescritti accorgimenti non fa automaticamente venire meno la responsabilità dei conducenti dei veicoli in caso di investimento.

La sentenza n. 33226/20 depositata dalla Cassazione il 26 novembre 2020 è particolarmente interessante in quanto chiarisce alcuni punti chiave su come debba essere valutata una questione spesso oggetto di giudizi contrastanti.

 

Un’automobilista travolge e uccide un ciclista

Il caso affrontato dagli Ermellini è tragico ed è utile descriverlo nel dettaglio, proprio per apprezzare meglio le spiegazioni della Suprema Corte. La sera del 13 agosto 2011 a Roveto, nel Bresciano, un’infermiera, dopo il turno in ospedale, alla guida della propria auto stava percorrendo la strada provinciale BS11, con carreggiata rettilinea pianeggiante e con limite di velocità di 70 km/h, proveniente da Chiari e diretta a Ospitaletto.

Giunta nei pressi di un sottopasso ferroviario, procedendo ad una velocità di circa 60/70 km/h, la donna aveva tamponato la biciletta di un ciclista, che marciava ad una velocità di 15/25 km/h nella sua stessa direzione, ad una distanza di 90 centimetri dal margine destro della carreggiata senza indossare il giubbotto ad alta visibilità con catarifrangenti, causandone la morte: l’illuminazione pubblica, peraltro, era assente, ma non erano altresì state rilevate tracce di frenata e il manto stradale era asciutto.

La vittima non aveva il giubbotto con catarifrangenti

Il Tribunale di Brescia, avanti il quale l’automobilista era stata chiamata a rispondere de reato di omicidio (allora) colposo, aveva ritenuto che non vi fosse la prova dell’esigibilità di una condotta alternativa da parte dell’imputata idonea a evitare l’evento mortale, in quanto non sarebbe stato provato che i dispositivi di illuminazione della bicicletta fossero in funzione mentre i catarifrangenti posti sui pedali potevano non essere visibili al momento dell’impatto a causa delle scarpe sportive indossate dalla vittima.

Secondo i giudici di primo grado, era verosimile che il ciclista si fosse spostato repentinamente dal lato destro della carreggiata sulla sinistra, per evitare una pozza d’acqua posta lungo la sua corsia di marcia, rendendo così inevitabile l’investimento.

 

La bici era comunque visibile, vi era il catarifrangente posteriore

La Corte d’Appello bresciana, al contrario, in totale riforma della decisione di prime cure del 2015 con cui l’imputata era stata assolta perché “il fatto non costituisce reato”, con sentenza del 2019 l’aveva condannata alla pena di mesi sei di reclusione “perché, per colpa consistita nella violazione della regola cautelare di cui all’art. 141 Cds, in particolare per non aver adeguato la condotta di guida della propria autovettura allo stato dei luoghi in cui transitava, cagionava la morte di (omissis) investendolo mentre era alla guida del proprio velocipede”.

 I giudici di secondo grado erano giunti a tale conclusione in quanto, dai rilievi fotografici e planimetrici, risultava che il catarifrangente posteriore del velocipede era installato e rendeva la bici avvistabile, nonostante la vittima non indossasse il giubbotto catarifrangente e non si avesse la prova che i dispositivi dei pedali della bicicletta fossero concretamente visibili. Secondo la Corte territoriale, l’automobilista non aveva tenuto una guida attenta e prudente che le avrebbe consentito di avvistare la bicicletta o comunque di evitarla, frenando o allargandosi verso il centro della carreggiata e comunque riducendo la velocità.

Infine, era stato escluso anche un improvviso “scarto” da parte della vittima: in base al punto d’urto, nessuna manovra repentina sarebbe stata imputabile al ciclista che, al momento dell’investimento, si trovava a 90 centimetri dal margine destro, essendosi già spostato da più tempo verso il centro della carreggiata, proprio per superare la pozzanghera che si trovava all’inizio del sottopasso.

 

Il ciclista guidava in stato di ebbrezza

L’automobilista ha quindi proposto ricorso per cassazione contro quest’ultima sentenza, lamentando, in particolare, che la Corte d’appello avesse riformato la sentenza assolutoria sulla base di una diversa valutazione delle dichiarazioni del consulente tecnico del Pubblico ministero senza procedere alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, che non avesse minimamente considerato la sua memoria difensiva nella quale si ricostruiva puntualmente il sinistro e, di più, che non avesse tenuto in debito conto che la perizia medico-legale aveva accertato che il ciclista era alla guida del bicicletta con una concentrazione di alcool di 1,91 g/l e 2.06 g/l e che tale alterazione e stato di ebbrezza potevano aver causato la manovra repentina di spostamento a sinistra ipotizzata dal Tribunale nella sentenza assolutoria.

Ma la Suprema Corte ha rigettato il ricorso ritenendo innanzitutto che la Corte territoriale non avesse violato il principio della rinnovazione del dibattimento secondo il patrimonio condiviso della giurisprudenza di legittimità, “che ha efficacemente chiarito come alla rinnovazione dovrà darsi corso non già quando si pongano questioni di valutazione tout court di una prova dichiarativa, bensì nelle sole ipotesi in cui vi sia stata, della prova predetta, una valutazione difforme rispetto a quella che si ritenga doverosa e la dichiarazione sia ritenuta decisiva”. 

Nel caso in esame, infatti, osservano gli Ermellini, “il giudice di secondo grado ha ricostruito i fatti in termini diversi da quelli cui era approdato il Tribunale alla luce della valorizzazione di elementi tecnici oggettivi desumibili dalla relazione scritta del consulente tecnico del Pm (non dalle sue dichiarazioni), dalla documentazione fotografica e dai rilievi della polizia giudiziaria, in particolare dal rinvenimento dei frammenti del catarifrangente posteriore della bici e dall’individuazione del punto d’urto situato a 90 cm dal margine destro”: dati oggettivi che, secondo la Corte territoriale, avrebbero consentito l’avvistamento in concreto del velocipede da parte dell’imputata.

E ciò anche in considerazione del fatto che il tratto di strada, rettilineo sia prima e lungo il sottopasso, “rendeva visibile la bici a seguito dell’accensione dei fari, sia abbaglianti che anabbaglianti, e quindi rendeva esigibile la manovra di emergenza, con spostamento verso il centro della carreggiata, o comunque di frenata da parte della automobilista per evitare l’evento mortale o comunque rendere meno drammatico l’effetto della collisione”.

 

La guida attenta e prudente in relazione alle condizioni di luogo e di tempo

La Corte d’appello, quindi, secondo i giudici del Palazzaccio, ai fini della decisone ha dato particolare e specifico rilievo all’insieme dei dati oggettivi acquisiti durante l’istruttoria e ha argomentato che, “proprio la presenza del catarifrangente posteriore di cui sono stati rinvenuti solo i frammenti, ma che costituisce l’elemento fisso e tipico di ogni velocipede dotato di dispositivo di illuminazione, rendeva la bicicletta visibile da chi era alla guida dell’auto sia che l’imputata avesse azionato gli abbaglianti o invece solo i fari anabbaglianti”: in quest’ultimo caso la bici sarebbe stata visibile a circa dieci metri di distanza.

Dunque, valorizzando questi elementi tecnici, desunti, oltre che dai rilievi fotografici effettuati dalla polizia giudiziaria, dalla stessa consulenza tecnica depositata dal Pubblico Ministero, “la Corte territoriale – prosegue la Cassazione – ha affermato, sulla base della stessa rappresentazione dei luoghi e della dinamica del sinistro ritenuta dal primo giudice, la responsabilità per colpa della ricorrente in quanto non aveva avuto una guida attenta e prudente in relazione alle condizioni di luogo e di tempo (ora notturna, attraversamento di un sottopasso privo di illuminazione) e non aveva compiuto alcuna manovra di emergenza ( spostamento al centro della carreggiata o azionamento del dispositivo di frenata ) per evitare il velocipede, che era ben visibile anche in considerazione dei vestiti chiari indossati dalla vittima”. 

Insomma, per la Suprema Corte la sentenza impugnata risulta fondata su una motivazione “rinforzata”, idonea a spiegare e ad evidenziare, anche alla luce delle deduzioni difensive, quali fossero le emergenze istruttorie certe idonee a confutare il ragionamento del Tribunale di Brescia.

In particolare – riassumono e concludono gli Ermellini – la Corte d’Appello ha evidenziato alla luce della incontestata rappresentazione dei luoghi: che il fatto che la vittima non indossasse il giubbotto catarifrangente e non vi fosse prova certa che i dispositivi dei pedali della bicicletta fossero visibili non escludeva che il ciclista fosse ben visibile in quanto sicuramente il veicolo era dotato del catarifrangente posteriore, elemento fisso e tipico della bicicletta, che è stato trovato in frantumi sul luogo dell’impatto; che il tratto di strada era rettilineo e quindi, se la imputata avesse azionato gli abbaglianti, poteva avvistare il velocipede ben prima del sottopasso, e se invece avesse utilizzato solo gli anabbaglianti, il ciclista era comunque avvistabile a 10 metri di distanza e quindi avrebbe potuto porre in essere una minima manovra di emergenza spostandosi verso il centro della carreggiata o anche solo di frenata per attutire l’impatto; che proprio la presenza del ciclista quasi al centro della carreggiata avrebbe dovuto imporre all’imputata una velocità più adeguata alle condizioni di luogo e tempo (si trovava infatti all’interno di un sottopassaggio con riduzione di visibilità, assenza di spazi di manovra esterni e con una vasta pozzanghera al lato destro dell’ inizio della carreggiata) e comunque inferiore a quella da crociera tenuta in concreto ( 63/73 Kmh). 

Per la cronaca, respinti anche gli altri motivi del ricorso che lamentavano l’entità del trattamento sanzionatorio, confermato integralmente.