Articolo Pubblicato il 10 gennaio, 2020 alle 11:48.

Che le strade italiane versino in condizioni precarie lo si sapeva, ma le notizie di stampa apparse sui principali quotidiani quest’oggi, 10 gennaio 2020, sono inquietanti. Nel Paese ci sarebbero almeno duecento gallerie fuorilegge: 105 sulla rete in concessione ad Autostrade per l’Italia, 90 gestite invece da altre società.

È lo sconfortante risultato del primo censimento dopo i controlli partiti in seguito al crollo all’interno della galleria Bertè (in foto), sulla A26, il nei pressi del comune di Masone (in provincia di Genova), avvenuto il 30 dicembre e che solo per un autentico miracolo non ha causato vittime, e dopo le indagini sulla sicurezza della rete autostradale che il Ministero delle Infrastrutture aveva avviato in seguito al disastro del ponte Morandi.

 

Le norme europee sulle gallerie stradali

Un’indagine, quella sul crollo della galleria Bertè, che peraltro potrebbe allargarsi a macchia d’olio, con un nuovo ciclone giudiziario che incombe sulla società concessionaria, già sotto inchiesta, appunto, per il crollo del Ponte Morandi e per lo scandalo dei falsi report sulla sicurezza dei viadotti.

Sotto la lente degli investigatori è finito il mancato adeguamento alla direttiva europea 2004/54, recepita in Italia nel 2006, i cui obiettivi dovevano essere raggiunti nell’aprile del 2019. E il primo censimento operato dalla Guardia di Finanza inquadra una situazione drammatica che, di fatto, accomuna tutti i concessionari.

Cosa prevede la direttiva comunitaria 2004/54

La direttiva fissava per le gallerie lunghe più di 500 metri requisiti di sicurezza su antincendio (ventilazione, rifugi, impianti di estinzione), illuminazione, eccetera, dando tempo fino al 30 aprile 2019 per adeguarsi.

Ancora nella primavera il Mit ha cercato di ottenere una proroga al 2022 data l’alta concentrazione di gallerie in Italia, ma a ottobre l’Unione Europea ha comunicato l’avvio degli atti per una procedura d’infrazione.

 

Gran parte delle strutture non è in regola

Buona parte delle strutture, infatti, non è a norma con i requisiti antincendio. E solo dopo il crollo di fine anno sono state avviate ispezioni approfondite sulla sicurezza strutturale.

L’indagine della Guardia di Finanza, peraltro, avrebbe portato alla luce un sistema improntato al risparmio dei costi di manutenzione e basato su controlli “falsati” praticamente fotocopia a quello emerso per i viadotti nell’inchiesta sul crollo del Morandi. Per le gallerie, la scala di valutazione dei rischi va da 10 (che indica condizioni ottimali) a 70, punteggio che impone la chiusura immediata e interventi altrettanto rapidi: ebbene, la galleria Bertè, da cui si sono distaccate due tonnellate e mezzo di cemento, aveva ricevuto come voto un 40, vale a dire un “rischio di cedimento molto contenuto”.

Superfluo concludere che, al di là delle inchieste della magistratura che dovrà fare piena luce su tutte le responsabilità, urge intervenire per mettere in sicurezza le troppe infrastrutture a rischio: deve essere una priorità assoluta.