Articolo Pubblicato il 6 ottobre, 2020 alle 15:00.

In caso di incidente stradale, bisogna sempre fermarsi, anche se non ci sono danni apparenti a persone e se il possibile infortunato rifiuta i soccorsi. Ma ciò non toglie che chi non resta sul luogo del sinistro fino all’arrivo delle forze di polizia possa evitare la condanna per fuga: a casi particolari del genere può comunque essere applicata la non punibilità per particolare tenuità del fatto.

Lo ha stabilito la sentenza 27241/2020, depositata il primo ottobre 2020 dalla quarta sezione penale della Cassazione, che è tornata sulla delicata questione apportando importanti chiarimenti.

 

Un automobilista condannato per omissione di soccorso a un ciclista

La Corte di Appello di Bologna, con pronunciamento del 28 febbraio 2019, confermando la sentenza del Tribunale di Ferrara dell’anno precedente, aveva condannato un automobilista alla pena di dieci mesi di reclusione, con la sospensione condizionale e la non menzione della stessa, e con la sospensione della patente di guida per un anno per il delitto p. e p. dall’art. 189 co. 1 e 7 D. L.gs 28511992 (il Codice della Strada).

Gli si imputava il fatto, dopo un incidente stradale ricollegabile al suo comportamento (girando a sinistra in un incrocio aveva urtato un ciclista che percorreva un attraversamento ciclopedonale nella medesima intersezione e che, cadendo, aveva riportato ferite guaribili in cinque giorni), e dopo essersi inizialmente fermato, di essersi tuttavia allontanato velocemente, non ottemperando così all’obbligo di prestare assistenza alla persona ferita.

L’automobilista ha presentato ricorso per Cassazione lamentando innanzitutto la circostanza della mancanza di un’effettiva necessità di assistenza della persona offesa. Il ricorrente ha richiamato anche alcune sentenze della stessa Suprema Corte dalle quali si evincerebbe che sarebbe esclusa la sussistenza del necessario bisogno di assistenza in caso di assenza di lesioni ovvero qualora altri vi abbiano già provveduto: nel caso di specie, il ferito (lieve), di origine africana, era stato immediatamente circondato da alcuni connazionali i quali, anzi, ne impedivano il soccorso (anche i sanitari avrebbero incontrato difficoltà in questo senso).

E ha aggiunto, per supportare le sue tesi, il referto del pronto soccorso dove all’infortunato era stata riscontrata una “piccola ferita sanguinante” giudicata guaribile in soli cinque giorni. Non essendosi resa necessaria alcuna cura, pertanto, secondo l’automobilista sarebbe stato poco plausibile che l’investito si trovasse in una situazione effettiva di bisogno di assistenza e, soprattutto, che egli potesse rendersene conto, in quanto la lieve ferita alla gamba era occultata dai pantaloni.

Ma per il ricorrente la fattispecie di cui all’art. 189 co. 7 C.d.S. non sarebbe stata integrata nemmeno sotto il profilo dell’elemento soggettivo. L’investitore, infatti, ha ricordato come lo stesso Pubblico Ministero, nel primo grado di giudizio, avesse chiesto la sua assoluzione perché il fatto non costituiva reato per mancanza di tale elemento soggettivo, in quanto l’omissione di assistenza sarebbe punibile esclusivamente a titolo di dolo, nel cui oggetto deve rientrare dunque anche il bisogno di assistenza delle persone offese.

Secondo la Corte d’Appello di Bologna, invece, l’ipotesi che l’imputato non si fosse reso conto che la persona offesa necessitava di assistenza non era credibile, ma tale assunto secondo il ricorrente non sarebbe stato supportato da alcuna motivazione.  Nel suo articolato ricorso, l’imputato ricorda anche che si era immediatamente fermato per verificare le condizioni dell’investito, e si era recato presso l’abitazione della sua compagna, che distava poche centinaia di metri, soltanto dopo avere appurato l’assenza di lesioni e notato l’arrivo di diversi connazionali della persona offesa con atteggiamento aggressivo, altra ragione addotta per il suo allontanamento.

 

La non punibilità per particolare tenuità del fatto

Infine, con il secondo motivo di doglianza il ricorrente lamentava l’errore di applicazione da parte della Corte d’Appello dell’art. 131 bis cod. pen, nonché mancanza ed illogicità della motivazione, mancando totalmente – per l’appunto – la motivazione circa il mancato accoglimento del motivo già proposto nell’atto d’appello, con il quale veniva richiesta l’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto.

La Cassazione rigetta il primo motivo di ricorso: bisogna sempre fermarsi

Ebbene, nel giudicare questo “caso limite” la Suprema Corte dà ragione a metà al ricorrente. Gli Ermellini giudicano infondato il primo motivo di ricorso. Secondo la Cassazione, la sentenza impugnata in realtà offre sul punto una motivazione logica e congrua, oltre che corretta in punto di diritto, e pertanto immune dai denunciati vizi di legittimità, nel confutare la linea difensiva secondo cui l’imputato non si sarebbe reso conto che la persona offesa necessitasse di assistenza e cure.

Pur dato atto della circostanza che effettivamente un gruppo di connazionali della persona offesa intervenuti in suo soccorso avesse impedito che la stessa venisse soccorsa finanche dal personale del 118 intervenuto con l’ambulanza prima dei rilievi da parte della polizia, i giudici del gravame del merito hanno dato atto logicamente che il comportamento del (omissis) non può essere ritenuto necessitato in quanto lo stesso ben avrebbe potuto allontanarsi di non molto dal luogo dell’incidente ed attendere l’arrivo della pattuglia, oppure mettersi in contatto con la polizia per telefono o recandosi al comando per spiegare l’accaduto, mentre non ha riferito a nessuno dell’incidente fino a che non è stato rintracciato dagli agenti in tarda serata dopo lunghe ricerche, grazie al numero di targa annotato da un testimone” spiegano i giudici del Palazzaccio.

 

L’elemento soggettivo del reato è integrato anche dalla presenza del dolo eventuale

I quali chiariscono e ribadiscono che “l’elemento soggettivo del reato previsto dall’art.189, comma 7, cod. strada è integrato anche in presenza del dolo eventuale, ravvisabile in capo all’utente della strada il quale, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento ed avente connotazioni tali da evidenziare in termini di immediatezza la concreta eventualità che da esso sia derivato danno alle persone, non ottemperi all’obbligo di prestare la necessaria assistenza ai feriti”.

In altre parole, per la punibilità è necessario che ogni componente del fatto tipico (segnatamente il danno alle persone e l’esservi persone ferite, necessitanti di assistenza) sia conosciuta e voluta dall’agente. A tal fine, è però sufficiente anche il dolo eventuale, che si configura normalmente in relazione all’elemento volitivo, “ma che può attenere anche all’elemento intellettivo – prosegue la Suprema Corte -, quando l’agente consapevolmente rifiuti di accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali il suo comportamento costituisce reato, accettandone per ciò stesso il rischio: ciò significa che, rispetto alla verificazione del danno alle persone eziologicamente collegato all’incidente, è sufficiente che, per le modalità di verificazione di questo e per le complessive circostanze della vicenda, l’agente si rappresenti la probabilità – o anche la semplice possibilità – che dall’incidente sia derivato un danno alle persone e che queste necessitino di assistenza e, pur tuttavia, accettandone il rischio, ometta di fermarsi”.

L’obbligo di assistenza grava anche in caso di assenza di ferite in senso tecnico

La Cassazione rammenta anche che, diversamente da quanto ritenuto dal ricorrente, “il reato di omissione di assistenza, di cui all’art. 189, comma 7, cod. strada, presuppone quale antefatto non punibile un incidente stradale da cui sorge l’obbligo di assistenza anche nel caso di assenza di ferite in senso tecnico, essendo sufficiente lo stato di difficoltà indicativo del pericolo che dal ritardato soccorso può derivare per la vita o l‘integrità fisica della persona. La sussistenza o meno di un effettivo bisogno di aiuto da parte della persona infortunata non è elemento costitutivo del reato, che è integrato dal semplice fatto che in caso d’incidente stradale con danni alle persone non si ottemperi all’obbligo di prestare assistenza. E costituisce ius receptum che tale condotta va tenuta a prescindere dall’intervento di terzi, poiché si tratta di un dovere che grava su chi si trova coinvolto nell’incidente medesimo.

Insomma, in caso si resti coinvolti in un incidente, anche se lieve, e anche se intervengono anche altre persone in aiuto alla controparte, ci si deve sempre e comunque fermare mettendosi a disposizione degli agenti rilevatori del sinistro.

 

Accolta però la richiesta della non punibilità per la particolare tenti del fatto

Ribadito questo concetto, tuttavia, gli Ermellini ritengono fondato il secondo motivo di doglianza, convenendo sul fatto che nella sentenza impugnata non vi era una riga sul motivo per il quale era stata respinta la richiesta di non punibilità per la particolare tenuità del fatto.

La Suprema Corte spiega che, secondo quanto già chiarito dalle Sezioni Unite, “la nuova normativa non si interessa della condotta tipica, bensì ha riguardo alle forme di estrinsecazione del comportamento, al fine di valutarne complessivamente la gravità, l’entità del contrasto rispetto alla legge e conseguentemente il bisogno di pena. Insomma, si è qui entro la distinzione tra fatto legale, tipico, e fatto storico, situazione reale ed irripetibile costituita da tutti gli elementi di fatto concretamente realizzati dall’agente“.

E’ a tali elementi che il giudice di merito deve porre attenzione nel valutare la sussumibilità del fatto nell’ipotesi normativa, ma la sentenza di appello, a giudizio della Cassazione, “non ha tenuto conto dei concreti elementi riferibili alla realtà processuale ed alle emergenze istruttorie, desumibili dalle sentenze di merito dai quali si evinca la particolare tenuità del fatto, dei quali il giudice di legittimità può oggi tenere conto alla luce del novellato art. 620 lett. I) cod. proc. pen”.

Gli Ermellini evidenziano come, in particolare, non sia stato attribuito il dovuto rilievo alla natura delle minime lesioni riportate dalla persona offesa e alla non evidente visibilità delle stesse, alla presenza comunque di persone che si erano radunate intorno al loro connazionale, alla mancata costituzione di parte civile, all’avvenuto risarcimento da parte dell’assicurazione dell’automobilista e al fatto che l’imputato si era comunque fermato prima di allontanarsi e che, una volta rintracciato, non aveva mai negato il suo coinvolgimento nell’incidente. “Tutti elementi – conclude la Cassazione – che inducono a ritenere che il fatto sia sussumibile, senza necessità di ulteriori accertamenti, nella previsione dell’art.131 bis cod. pen”. Il provvedimento impugnato è stato pertanto annullato senza rinvio per l’accoglimento, appunto, dell’istanza di applicazione dell’art.131 bis cod. pen., ossia l’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto.