Articolo Pubblicato il 12 novembre, 2020 alle 10:00.

Il fatto che i fratelli abbiano in comune uno solo dei genitori non incide negativamente sull’intimità della relazione di parentela e sul reciproco legame affettivo: dunque, anche un fratellastro, in caso di perdita del fratello a causa di un incidente o di una morte violenta, ha diritto ad essere risarcito al pari degli altri fratelli che abbiano in comune con la vittima entrambi i genitori.

E anche nel caso in cui non sia convivente.

 

Un carabiniere uccide accidentalmente un sospetto spacciatore durante un inseguimento

E’ un’ordinanza illuminante quella, la n. 24689/20, depositata il 5 novembre 2020 dalla Cassazione, peraltro su un tragico fatto di cronaca che all’epoca, nel 2003, destò vasta eco in tutto il Bresciano, dov’è avvenuto. Il 20 luglio di quell’anno, alle 22.30, una pattuglia dei carabinieri aveva notato l’auto lasciata in sosta nel parcheggio di un centro commerciale di Brescia da tre fratelli “germani”, che condividevano cioè padre e madre, i quali, dopo aver parcheggiato il mezzo, avevano proseguito a piedi in direzione del greto del fiume Mella, luogo noto come zona di spaccio di sostanze stupefacenti.

Sospettando che i proprietari dell’auto vi si fossero recati proprio allo scopo di spacciare droga, un carabiniere e una guardia giurata, incaricata della vigilanza del park dell’esercizio, si erano quindi inoltrati nel boschetto che conduceva al greto del fiume e, con l’uso di una torcia, avevano scorto i tre fratelli, uno accucciato a terra e gli altri poco distanti. Alla vista del militare, un appuntato, i tre avevano cominciato a proferire frasi minacciose nei suoi riguardi.

E’ stato allora che l’agente, mentre era ancora intento a scendere lungo la scarpata, a circa sei metri di distanza dai tre giovani, aveva estratto la pistola di ordinanza, e l’aveva armata, ma cadendo a terra aveva fatto accidentalmente partire un colpo che aveva ferito a morte uno dei fratelli.

 

La madre e i fratelli citano in causa il militare e i Ministeri, condannati a risarcirli

La madre della vittima, i due fratelli germani superstiti e un suo fratellastro avevano quindi citato in causa l’appuntato, il ministero della Difesa ed il Ministero dell’Interno avanti il Tribunale di Brescia che, per ciò che qui interessa, accertata la responsabilità esclusiva del carabiniere nella causazione del decesso della vittima, lo aveva condannato, in solido con il Ministero della Difesa, al pagamento, a titolo di perdita del rapporto parentale, di 300mila euro nei confronti della madre e di 110mila euro nei confronti di ciascuno dei tre fratelli.

La sentenza era stata quindi appellata sia da Ministero sia dal carabiniere, che insistevano perché fosse accertata l’assenza di qualsiasi responsabilità da parte del militare o quanto meno il concorso colposo della vittima nella causazione della sua morte, dovendo tener conto della situazione di pericolo in cui l’agente si era venuto a trovare, ma la Corte d’appello di Brescia, con pronunciamento del 2018, aveva confermato integralmente la sentenza di primo grado, comprese le somme stabilite a titolo di risarcimento, ritenendo che l’appuntato avesse tenuto un comportamento oggettivamente imprudente ed imperito nella manipolazione dell’arma, puntata in avanti anziché in basso, armata in condizioni precarie, mentre, in ora notturna, scendeva verso una scarpata.

L’imputato e i Ministeri hanno quindi impugnato la sentenza d’appello per Cassazione e anche il Pubblico Ministero con una requisitoria scritta si è pronunciato per l’accoglimento del secondo motivo di doglianza, quello che qui preme, e che riguardava appunto la liquidazione del danno da lesione del rapporto parentale a favore del fratello uterino (cioè fratellastro) della vittima, sia perché il legame di fratellanza con il deceduto era “unilaterale” (solo da parte di madre) ma, soprattutto perché esso non era accompagnato da convivenza.

Pur tenendo conto di tali circostanze e che quindi la sua situazione non poteva essere interamente equiparata a quelle degli altri fratelli, la Corte territoriale aveva finito per liquidargli la stessa somma.

 

Il presupposto della convivenza non è conditio sine qua non

Ma per la Cassazione il motivo è infondato e nella circostanza la Suprema Corte “vola alto” affermando importanti conquiste recenti della giurisprudenza di legittimità.

Gli Ermellini premettono che, in tema di pregiudizio derivante da perdita o lesione del rapporto parentale, il giudice è tenuto a verificare, in base alle evidenze probatorie acquisite, se sussista il profilo del danno non patrimoniale subito dal prossimo congiunto e, cioè, “l’interiore sofferenza morale soggettiva e quella riflessa sul piano dinamico-relazionale, nonché ad apprezzare la gravità ed effettiva entità del danno in considerazione dei concreti rapporti col congiunto, anche ricorrendo ad elementi presuntivi quali la maggiore o minore prossimità del legame parentale, la qualità dei legami affettivi (anche se al di fuori di una configurazione formale), la sopravvivenza di altri congiunti, la convivenza o meno col danneggiato, l’età delle parti ed ogni altra circostanza del caso”.

Facendo appunto applicazione di tali principi il giudice territoriale aveva riconosciuto la ricorrenza del danno parentale subito dalla madre e dai fratelli della vittima e lo aveva quantificato tenendo conto di tutti gli elementi acquisiti.

Una quantificazione che la Suprema Corte condivide, ribadendo con forza in primis un orientamento recente ma ormai consolidato, e cioè che “il danno derivante dalla sofferenza per la morte ex delicto del congiunto non è rigorosamente circoscritto ai familiari con lui conviventi al momento del decesso”: la cessazione della convivenza non è cioè “elemento indiziario tale da sorreggere da solo la congettura di un automatico allentamento della comunione spirituale tra congiunti (fratelli e sorelle), con conseguente riduzione della sofferenza dei superstiti a livelli immeritevoli di apprezzamento giuridico”.

E ancora, il rapporto di convivenza, pur costituendo elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, “non assurge a connotato minimo di esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto, escludendoli automaticamente, in caso di insussistenza dello stesso”.

 

Incidono anche altri fattori come l’età e la situazione familiare

Ma gli Ermellini si soffermano, condividendo anche questa, sulla spiegazione fornita dalla Suprema Corte sul perché il fratello unilaterale della vittima avesse diritto a vedersi riconosciuto il risarcimento del danno da lesione del rapporto parentale e nella stessa misura degli altri fratelli germani, pur non convivendo con il fratellastro al momento del fatto ed avendo, quindi, una minore frequentazione con lui: perché era minorenne e aveva già subito precocemente la morte del padre.

Queste circostanze erano state contestate dalla Procura in quanto consideraste estranee all’evento, ma la Corte territoriale ha ritenuto di doverle prendere in considerazione allo scopo di giustificare, “non solo il riconoscimento del danno da lesione del rapporto parentale a favore del fratello “unilaterale”, nient’affatto escluso per il difetto di convivenza – osserva la Cassazione -, ma anche la sua quantificazione”.

In altri termini, la giovane età del fratellastro, minorenne all’epoca della tragedia, e il fatto che la sua vita fosse stata già segnata dalla tragica e prematura morte del padre “lo avevano posto, rispetto alla perdita risentita, nella stessa condizione degli altri fratelli, anche loro peraltro non conviventi con la vittima, ma accomunati dalle stesse circostanze in cui si erano svolti i fatti e per di più presenti al momento della sua morte e testimoni della sua pur breve agonia” prosegue la sentenza della Suprema Corte.

 

Neanche il vincolo di sangue è un elemento imprescindibile

I giudici del Palazzaccio, infine, ribadiscono un altro fermo principio., e cioè che nessun rilievo può essere attribuito alla circostanza che il rapporto di fratellanza fosse unilaterale.

Il vincolo di sangue – ribadisce la Cassazione -, non è un elemento imprescindibile ai fini del riconoscimento del danno da lesione del rapporto parentale, dovendo esso essere riconosciuto in relazione a qualsiasi tipo di rapporto che abbia le caratteristiche di una stabile relazione affettiva, indipendentemente dalla circostanza che il rapporto sia intrattenuto con un parente di sangue o con un soggetto che non sia legato da un vincolo di consanguineità naturale, ma che ha con il danneggiato analoga relazione di affetto, di consuetudine di vita e di abitudini, e che infonda nel danneggiato quel sentimento di protezione e di sicurezza insito, riferendosi alla presente fattispecie, nel rapporto padre figlio

Insomma, il fatto che i fratelli abbiano in comune solo uno dei genitori “non incide negativamente sull’intimità della relazione di parentela, sul reciproco legame affettivo, sulla pratica della solidarietà.

Il legame di parentela resta, peraltro, diretto e immediato pur se l’origine comune si concreti in un solo genitore; insomma, non c’è, né può esservi una differenza qualitativa tra fratelli germani da un lato e consanguinei o uterini dall’altro”.

Per la cronaca, la Cassazione ha rigettato anche tutti gli altri motivi di ricorso, confermando definitivamente, quindi, le sentenze dei primi due gradi di giudizio.