Articolo Pubblicato il 5 gennaio, 2021 alle 14:05.

Rilevante sentenza del Giudice di Pace a favore di un assistito di Studio3A contro una compagnia che disconosceva il modulo per la constatazione amichevole d’incidente

Se il modulo cosiddetto “Cid” è sottoscritto da entrambi i conducenti coinvolti in un sinistro, se è compilato in modo chiaro e se la dinamica descritta è per di più supportata da testimoni, non vi è motivo di metterne il dubbio il contenuto. Al di là del caso specifico, è una sentenza importante quella depositata recentemente dal Giudice di Pace di Venezia, dott.ssa Paola Malvisi, perché riafferma, se sussistono tali condizioni, l’efficacia probatoria di un documento molto utilizzato da quanti rimangono coinvolti in incidenti stradali con danni materiali e lesioni non gravi, il modello per la constatazione amichevole previsto dalla Convenzione per l’Indennizzo Diretto (il Cid appunto, da non confondere con il Cai), in base alla quale ciascuna impresa di assicurazione aderente agisce come mandataria di ogni altra, versando direttamente ai propri assicurati il risarcimento dovuto in nome e per conto della compagnia del responsabile, che poi le rimborserà la somma.

L’introduzione di questa norma aveva come principale obiettivo quello di accelerare le procedure risarcitorie, che però nella vicenda in questione non è stato affatto centrato: parliamo di un incidente risalente a oltre 7 anni fa, al 6 luglio 2013. E peraltro dalla dinamica nient’affatto complessa: un oggi cinquantaduenne di Camposampiero (Pd) sta procedendo, incolonnato dietro ad altri veicoli, in via Caposile, nell’omonima località del Veneziano, nel comune di San Donà di Piave con la sua Ford Focus assicurata con Genertel, e a un certo punto mette la freccia per svoltare a sinistra, ma viene colpito sulla fiancata sinistra dalla Peugeot 406, assicurata con la compagnia Helvetia, condotta da un oggi 48enne di Feltre, nel Bellunese, che stava sciaguratamente sorpassando i mezzi in coda.

Nessun dubbio sulle responsabilità dello scontro, infatti i due automobilisti compilano e firmano il modulo Cid descrivendo puntualmente la dinamica dei fatti. Quando però si tratta di risarcire il proprio assicurato, Genertel liquida solo una minima parte dei danni e non intende andare oltre: 1.500 euro per quelli materiali al veicolo, a fronte di una spesa di oltre 2000 euro tra riparazione e noleggio di un’auto sostitutiva, e appena 850 euro per le lesioni fisiche riportate (trauma cervico lombare e contusione all’emitorace sinistro da cinture) per le quali il conducente della Focus è stato costretto a ricorrere alle cure del pronto soccorso dell’ospedale di Camposampiero e ha dovuto sostenere di sole spese mediche un esborso di 2.500 euro, senza contare l’invalidità permanente residuata e la temporanea.

Il danneggiato, per essere assistito, attraverso l’Area manager Riccardo Vizzi si è affidato a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, che ha cercato in ogni modo di trovare un accordo stragiudiziale nell’interesse del suo assistito per ottenere un risarcimento più equo, ma ha trovato di fronte un muro. Convinti delle proprie ragioni, e non restando alternative, si è così ritenuto di andare fino in fondo e citare in giudizio avanti il Giudice di Pace di Venezia l’automobilista di controparte, la sua compagnia di assicurazione, Helvetia, e Genertel, che hanno contestato sia la dinamica dell’incidente, ossia l’an, sia il quantum richiesto.

Al di là degli aspetti tecnici del procedimento, ciò che qui preme è che la dott.ssa Malvisi, circa il valore di prova del Cid, ha sì ammesso che essa va “liberamente apprezzata dal giudice”, ma ha anche aggiunto che laddove, come nello specifico, esso sia “sottoscritto da entrambe le parti”, risulti “compilato senza contraddizioni” e la grafica ritraente il sinistro “appaia molto chiara”, è legittimo riconoscere “piena efficacia probatoria al documento”. Anche perché, ha sottolineato, “il teste oculare che si trovava a bordo della vettura che seguiva ha confermato in toto la dinamica esposta nell’atto”.

Ma il giudice, per la cronaca, ha dato ragione piena al ricorrente anche sul quantum, riconoscendogli, sulla base della consulenza medico legale affidata ad un proprio Ctu, un danno biologico per oltre 4mila euro, somma peraltro incrementata di un ulteriore 12% in ragione del danno morale, per un totale di 4.540 euro, tutte le spese mediche sostenute e, tra le altre, anche quelle per l’assistenza nella fase stragiudiziale, “considerato che esse si rendono necessarie affinché il danneggiato possa avere un supporto tecnico-professionale nel rapporto con le compagnie di assicurazione, data la complessità della materia che non può essere adeguatamente conosciuta senza nozioni tecniche precise”.  Un risarcimento complessivo per 11.592,89 euro, a fronte dei soli 2.350 che gli erano stati versati prima. Helvetia è stata condannata a corrispondergli la differenza, 9.242,89 euro, più anche le spese per le consulenze tecniche medico legali e quelle di lite, in tutto quasi (ulteriori) 3.500 euro.