Articolo Pubblicato il 8 ottobre, 2020 alle 13:00.

Il lavoratore era deceduto a causa di un tumore e il consulente medico legale aveva acclarato che la patologia poteva essere correlata anche alla lunga esposizione all’amianto, ma i giudici avevano rigettato la richiesta di indennizzo Inail ritenendo non provata questa circostanza e che la malattia oncologica fosse stata determinata in via prevalente dal fumo di sigaretta da parte della vittima, per l’appunto un assiduo fumatore.

Una decisione che la Corte di Cassazione, sezione Lavoro, ha cassato con un’ordinanza, la n. 21300/20 depositata il 5 ottobre 2020, estremamente significativa per tutti i lavoratori esposti all’asbesto e ai loro familiari in quanto chiarisce che il trattamento previdenziale previsto per la malattia professionale va riconosciuto anche laddove l’esposizione sia solo una concausa del male.

 

Respinta in appello la richiesta di indennizzo Inail di un operaio esposto all’amianto

Un lavoratore aveva citato in causa l’Inail per ottenere l’indennizzo che riteneva dovesse spettargli per la malattia professionale denunciata all’istituto e che lo avrebbe successivamente condotto alla morte e in primo grado la sua domanda era stata accolta: la consulenza tecnica d’ufficio disposta dal giudice di prime cure aveva ritenuto l’esposizione all’amianto del lavoratore, uno “stradino”, una concausa idonea a sviluppare il tumore.

La Corte d’appello di Firenze, però, con sentenza del 2014, in totale riforma del precedente pronunciamento, aveva rigettato l’istanza, di qui il ricorso per Cassazione contro quest’ultima decisione da parte della moglie dell’operaio, che nel frattempo era morto.

Il ricorso per Cassazione della vedova del lavoratore

La ricorrente ha lamentato il fatto la Corte di merito non avesse esaminato dovutamente il materiale probatorio e avesse deciso facendo meccanica applicazione dei principi di riparto dell’onere della prova. Quindi, ha dedotto l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ossia la mancata valutazione dell’esposizione all’amianto che pure, come si è detto, era stata reputata dal Ctu di prime cure come concausa idonea a determinare il decesso dell’assicurato.

 

Anche se l’esposizione è concausa, al lavoratore spetta l’indennizzo Inail

Un motivo di censura, questo, ritenuto centrale dalla Suprema Corte, riguardando “la sussistenza di una potenziale concausalità nell’esposizione del de cuius al rischio professionale”.

La Cassazione spiega che al riguardo la corte territoriale, nella sentenza impugnata, premettendo come l’attività della vittima fosse relativa a “lavorazioni di asfaltatura, per la realizzazione del manto stradale”, e che “tale tipo di lavorazioni viene di norma realizzato con il bitume che, pur avendo un aspetto simile al catrame, a differenza di quest’ultimo non sviluppa fumi contenenti agenti cancerogeni quali idrocarburi policiclici aromatici in misura significativa”, aveva conseguentemente escluso che fosse stata raggiunta la prova in ordine alla “esposizione anche al catrame“, che, rispetto alla “patologia neoplastica dalla quale era affetto il de cuius, e in gran parte correlata al fumo di sigaretta”, avrebbe potuto fungere comunque da concausa rispetto alla malattia professionale che lo aveva condotto a morte”

Secondo gli Ermellini, tuttavia, rispetto a tale accertamento “risulta del tutto omesso (da parte della Corte d’Appello fiorentina, ndr) l’esame della esposizione professionale all’amianto, che il CTU di prime cure aveva rilevato anche per stessa ammissione dell’Inail e valutato come fattore di concausalità tra l’esposizione lavorativa e il tumore”. Di qui l’accoglimento del ricorso da parte della Suprema Corte con rinvio della causa alla Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione.