Articolo Pubblicato il 3 luglio, 2020 alle 11:00.

In tema di risarcimento del danno da “micropermanente”, non basta il solo esame obiettivo del consulente tecnico ad attestare l’assenza di postumi permanenti, tanto più se è documentata una frattura per la quale sono le stesse tabelle del Decreto Ministeriale 3 luglio 2003 a prevedere un danno biologico.

A stabilire l’importante principio la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 13292/20 depositata il primo luglio 2020, in un caso contrario a quelli che spesso si trova ad affrontare la Suprema Corte circa i colpi di frusta, dove le compagnie assicurative spesso si rifiutano di risarcire i danneggiati perché manca l’esame strumentale, venendo puntualmente smentite dagli Ermellini che invece ribadiscono l’importanza anche della visita medico legale.

Qui infatti è la radiografia a “soccorrere” l’infortunata, ma a ben vedere il concetto riaffermato è sempre lo stesso, ossia che l’accertamento del danno alla persona va sempre condotto secondo una rigorosa metodologia nella quale i referti degli esami strumentali e l’esame obiettivo (criterio visivo) e l’esame clinico non sono, ciascuno, l’unico mezzo utilizzabile ma si pongono tra loro in una posizione di fungibilità e/o di alternatività.

 

Una donna investita sulle strisce cita in causa automobilista e assicurazione

Nel caso di specie, nel 2011 una donna aveva citato in giudizio dinanzi al Giudice di Pace di Torre Annunziata un’automobilista e l’assicurazione, Ina Assitalia, della vettura, per ottenere il risarcimento dei danni subiti in seguito a un sinistro successo l’anno precedente, sempre a Torre Annunziata: la signora, mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali, era stata investita dalla macchina in questione per una negligente manovra di retromarcia effettuata dalla conducente, riportando lesioni personali consistenti in un “trauma scheletrico alla coscia destra, trauma articolare coxofemorale destro, bacino con S.L.0.

Accolta la domanda di risarcimento, ma in appello la somma viene ridotta

Con sentenza del 2012 il Giudice di Pace aveva dichiarato l’automobilista l’esclusiva responsabile del sinistro e l’aveva condannata, in solido con l’assicurazione, al pagamento di 7.591 euro al pedone. Ma la compagnia, nel frattempo inglobata in Generali, aveva appellato il verdetto e, con sentenza del 2018, il Tribunale di Torre Annunziata, quale giudice di seconde cure, in parziale accoglimento del gravame, aveva ridotto il risarcimento a 2.306 euro, limitando quello per i postumi di natura temporanea e, soprattutto, escludendo quello per i postumi permanenti per come richiesti dalle tabelle delle micropermanenti di cui al già citato D. M. del luglio 2003.

 

I giudici di merito tengono conto del solo esame obiettivo del Ctu

Alla base della decisione dei giudici il fatto che dalla consulenza tecnica medico legale non si evincevano né un esito doloroso né una limitazione funzionale: il Tribunale aveva evidenziato che il Ctu da un lato non aveva rilevato nulla in ordine ad esiti permanenti per come precisati dalle dette tabelle – dall’esame obiettivo, infatti, risultavano non dolente la palpopressione del bacino, completo l’accosciamento, nella norma dell’età i movimenti -, dall’altro lato aveva ritenuto, in base alle “risultanze dell’esame obiettivo”, che residuavano postumi permanenti, rappresentati da “esiti di frattura branca ischio pubica di dx“, che configuravano una percentuale di danno biologico pari al 3,5%.

La danneggiata ricorre per Cassazione

La donna ha quindi proposto ricorso per Cassazione contro quest’ultima sentenza lamentandosi per l’appunto che il Tribunale, sulla sola base dell’esame obiettivo, effettuato peraltro ben sei anni dopo l’incidente, avesse accertato la sussistenza esclusivamente del danno attinente all’inabilità temporanea, senza riconoscere anche il danno biologico di natura permanente, derivante dalla documentata “frattura branca ischio pubica di dx“. E aveva anche denunciato, in subordine, il mancato esame delle risultanze della Ctu in ordine alle valutazioni strumentali.

La Cassazione ha ritenuto fondate le doglianze, ricordando che, “in tema di risarcimento del danno da cd. micropermanente, la disposizione contenuta nell’art. 32, comma 3 ter, del d.l. n. 1 del 2012, conv., con modif., dalla I. n. 27 del 2012, costituisce non già una norma di tipo precettivo, ma una “norma in senso lato”, a cui può esser data un’interpretazione compatibile con l’art. 32 Cost., dovendo essa esser intesa nel senso che l’accertamento del danno alla persona deve essere condotto secondo una rigorosa criteriologia medico-legale, nel cui ambito, tuttavia, non sono precluse fonti di prova diverse dai referti di esami strumentali, i quali non sono l’unico mezzo utilizzabile ma si pongono in una posizione di fungibilità ed alternatività rispetto all’esame obiettivo (criterio visivo) e all’esame clinico”.

 

Il solo esame obiettivo non può escludere i postumi permanenti

Ne consegue, ribadisce la Suprema Corte, che il solo esame obiettivo non può comportare, di per sé, l’insussistenza di postumi invalidanti permanenti, in contrasto con quanto affermato dalla stessa Ctu e con la documentata “frattura branca ischio pubica di dx”.

La Cassazione evidenzia altresì che la stessa tabella delle menomazioni alla integrità psicofisica comprese tra 1 e 9 punti di invalidità di cui al d.m. 3 luglio 2003 (entro cui rientrano le cosiddette micropermanenti) comporta un danno biologico permanente da 3 a 5% per “esiti attendibilmente dolorosi di frattura extra articolare di bacino ben consolidata e in assenza o con sfumata ripercussione funzionale”.

Ha dunque sbagliato, il Tribunale, a escludere il risarcimento per i postumi permanenti sulla sola base delle risultanze dell’esame obiettivo e senza considerare la documentata “frattura branca ischio pubica di dx” e la stessa tabella. In conclusione il ricorso è stato accolto, la sentenza impugnata è stata cassata, con rinvio al Tribunale di Torre Annunziata, in persona di diverso magistrato, per la definizione del caso.