Articolo Pubblicato il 18 settembre, 2020 alle 10:30.

Il risarcimento per l’epatite contratta in seguito a trasfusione, così come in tutti i casi di danni cosiddetti “a decorso occulto”, va quantificato partendo dall’età in cui quel danno si è verificato e non da quella nella quale il danneggiato lo ha scoperto: quest’ultimo paramento rileva ai soli fini della prescrizione. E’ un chiarimento importante quello fornito dalla Cassazione con l’ordinanza n. 19187/20 depositata il 15 settembre 2000.

La Suprema Corte si è occupata di uno dei purtroppo frequenti casi di mala sanità legati a una trasfusione di sangue infetto, a causa della quale, nel 1976, un paziente aveva contratto un’epatite.

 

Una causa contro l’Asl per una trasfusione con sangue infetto che ha originato un’epatite

L’uomo, però, se si era accorto della malattia e della sua causa solo tra il 1994 e il 1997 a seguito di due indagini diagnostiche che avevano evidenziato la patologia. Pertanto, aveva agito nei confronti dell’Amministrazione sanitaria, la gestione liquidatoria della Asl di Cremona, presso la quale era stata effettuata la trasfusione, per ottenere il risarcimento dei danni causati da quell’intervento, ed in particolare dei danni alla salute consistenti nell’epatite e nelle sue conseguenze nonché nella malattia psichica subentrata in forma patologica dopo la scoperta della grave patologia.

Il danneggiato aveva ottenuto in primo grado un risarcimento del complessivo danno alla salute di 710.636,60 euro oltre interessi, ma aveva appellato la sentenza censurando la violazione dei criteri di liquidazione del danno, in quanto la sua età, rilevante ai fini del quantum, al momento del fatto, era di 23 anni e non di 44,  e lamentando anche il fatto che non fossero stati liquidati né la perdita di chance né il danno alla capacità lavorativa. La Corte di appello di Brescia tuttavia aveva rigettato la domanda e pertanto l’uomo ha proposto ricorso per Cassazione.

 

Il ricorso per Cassazione: in discussione l’età su cui è stato calcolato l’indennizzo

Dei sei motivi di doglianza quello che qui interessa è il secondo, attraverso il quale il ricorrente tornava a dolersi del fatto che la Corte d’appello, confermando in ciò il giudizio di primo grado, avesse calcolato l’ammontare del danno ritenendo che egli avesse 44 anni, anziché 23, o in subordine 35, al momento in cui il pregiudizio si era prodotto, e lamentando la violazione dell’articolo 1226 c.c., in quanto nella stima tabellare del risarcimento l’età del danneggiato rileva quale criterio che concorre alla stima dell’ammontare.

Secondo la Corte territoriale il momento al quale occorre riferirsi ai fini della decorrenza del danno era quello in cui la malattia era stata percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, e non già quello in cui era insorta. Una tesi contestata dal ricorrente, secondo il quale invece, come detto, il momento al quale andava riferita l’età del danneggiato (quale criterio utile alla stima del danno) era quello di insorgenza del pregiudizio e non già della sua manifestazione, o quello in cui esso era stato conosciuto.

 

La Cassazione accoglie il motivo: va considerato il momento in cui il danno si produce

Per la Suprema Corte la censura è fondata. “Se infatti si assume che l’età del danneggiato è un parametro che rileva ai fini dell’ammontare del risarcimento, allora va verificata al momento in cui il danno si è verificato e non a quello in cui è stato percepito dal danneggiato: quest’ultimo paramento rileva semmai ai fini della prescrizionespiegano gli Ermellini – Altro è il momento in cui il danno si verifica, altro è quello in cui è percepito come tale dal danneggiato: il danno esiste come peggioramento di un bene a prescindere dalla conoscenza che il danneggiato ne abbia; ai fini del risarcimento, o meglio del suo ammontare, è rilevante il momento in cui il danno si produce, poiché è in quel momento che il bene leso è peggiorato, e subisce la diminuzione che deve essere risarcita.

Ai fini della stima del danno rileva, in sostanza, il momento in cui si è prodotto e si è determinato il peggioramento, anziché quello in cui tale mutamento è stato percepito”.

Anche se, puntualizza la Suprema Corte, “come nel caso presente, vi sono danni alla persona, come l’epatite, che sono insorti con la trasfusione, ma ve ne sono altri, come il danno psichico conseguente alla conoscenza della malattia, che invece sono insorti successivamente, e di questa diversità occorrerà tenere conto”. La sentenza impugnata è stata pertanto cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Brescia in diversa composizione per la ri-quantificazione del risarcimento tenendo conto di questo principio.