Articolo Pubblicato il 9 febbraio, 2020 alle 9:30.

I familiari del giovane, sconcertati dal disservizio subìto e dalle contestazioni addotte dalla Direzione dell’obitorio dell’ospedale di Dolo, si sono rivolti a Studio3A

Non bastava lo strazio per la morte di un figlio: non hanno neanche potuto dargli un decoroso addio perché il suo corpo era “impresentabile”. Hanno dovuto patire un ulteriore “oltraggio” da parte di chi aveva il compito istituzionale di conservarlo adeguatamente, con l’improponibile ed inaccettabile giustificazione che la salma era giunta a destinazione già in avanzato stato di decomposizione. Esprimono tutta la loro amarezza i familiari del giovane deceduto in circostanze tragiche il mese scorso, suo malgrado finito al centro di un caso di cronaca per i successivi risvolti “funerari” che hanno destato scalpore in tutta la Riviera del Brenta.

Paolo Lucarda, titolare dell’impresa di onoranze funebri a cui la famiglia si è rivolta, aveva sporto denuncia per lo stato di conservazione disastroso in cui aveva trovato la salma all’atto della vestizione, il giorno delle esequie, sentendosi contestare dall’Ospedale che il corpo del defunto era giunto in obitorio a Dolo già in uno stato compromesso. L’Asl 3 ha di fatto scaricato colpa e responsabilità del fatto sull’impresario funebre.

Versione che la famiglia ha accolto con dolore e sconcerto, perché i fatti provano il contrario. La madre aveva sentito al telefono il figlio alle ore 16 di quella domenica e il ritrovamento del cadavere in casa è avvenuto verso le 18.10, quando i genitori sono rientrati e hanno cercato di soccorrere il figlio ormai senza vita. Il corpo era ancora caldo. Hanno chiamato telefonicamente il 118, la cui ambulanza è giunta tempestivamente e il personale medico e infermieristico dopo aver tentato, secondo protocollo, le manovre rianimatorie, non ha potuto che constatarne il decesso. Le successive operazioni sono state rapide: alle 18.50 i carabinieri erano già sul posto; alle 19.15 concedevano il nulla osta alla rimozione del cadavere e, arrivata subito dopo l’impresa funebre, alle 20.05 la salma è stata consegnata all’obitorio di Dolo. Il giorno successivo, di prima mattina, all’obitorio, il medico legale, effettuata l’ispezione cadaverica esterna, ha certificato che il corpo era in buono stato. Ma da allora qualcosa non ha funzionato.

Il martedì i familiari e Lucarda hanno concordato la data dei funerali per il giovedì successivo, con partenza dall’obitorio alle 14.30: il giovane aveva tanti amici, anche da fuori regione, e i familiari desideravano allestire una degna camera ardente. L’impresa funebre ha dunque chiesto anticipatamente di poter preparare e vestire adeguatamente la salma, ma dall’obitorio è stato risposto che le operazioni non si potevano compiere prima delle 11 del giorno stesso del funerale. Inutili i tentativi effettuati dal titolare per anticipare la preparazione. Quando, giovedì, alle 11, Lucarda si è presentato in obitorio, ha trovato la salma gonfia, con fuoriuscite di liquidi e sangue, ormai in avanzato stato di decomposizione. Non gli è rimasto che avvisare la famiglia e spiegare che era impossibile tenere la bara aperta. A questa ferita si sono aggiunte, in sequenza, le insostenibili giustificazioni addotte dall’Azienda Ospedaliera.

Siamo rimasti offesi e indignati da questa gestione del caso da parte dell’obitorio di Dolo che, oltre a ferire noi, ha screditato ingiustamente l’impresa funebre a cui ci siamo rivolti” affermano i familiari della vittima, che intendono andare a fondo della questione per conoscere le responsabilità. Per fare piena luce sui fatti, si sono affidati, tramite l’Area manager Riccardo Vizzi, a Studio3A-Valore S.p.A. società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini. “In un momento tragico per noi, di elaborazione di un lutto immane, c’è stato impedito di salutare nostro figlio come avremmo voluto e come avrebbe meritato e, questo, è stato impedito anche alle tantissime persone, giunte da ogni dove, presenti alla cerimonia funebre – proseguono i genitori – Qui si tratta di inciviltà nella gestione delle salme, nel terzo millennio, quando fin dalle origini del mondo c’è sempre stato un sacro rispetto per i morti. Questa è una violazione profonda che ha ripercussioni umane, culturali e sociali: chi si nasconde dietro la burocrazia fa emergere solo la sua pochezza umana, tanto più grave da parte di chi rappresenta un’Istituzione cardine com’è quella sanitaria”. Parole forti.

Ora la famiglia, attraverso Studio3A, scriverà una formale lettera di rimostranze alla direzione sanitaria, e – conclude Riccardo Vizzi -, “ci riserviamo di valutare se vi siano i presupposti per chiedere i danni morali per i nostri assistiti. In questi casi, l’unica forma di tutela per le salme è rappresentata dall’articolo del codice penale che punisce il vilipendio di cadavere, reato che però qui non si configura, ma al di là del diritto e della giurisprudenza esistono delle “leggi non scritte”, morali, che tutelano la vita e la dignità delle persone e che qui sono state violate. La famiglia aveva il sacrosanto diritto di dare una degna sepoltura al proprio caro, e questo diritto è stato loro precluso: la nostra attività consiste proprio nel far valere i diritti delle persone, per questo abbiamo assunto pro bono la tutela di questa famiglia e andremo fino in fondo”. Studio3A un anno fa ha seguito un caso analogo a Verona, supportando la battaglia di una vedova che alla fine ha portato alla modifica del regolamento di preparazione delle salme per i funerali negli ospedali di Borgo Roma e Borgo Trento: anche alla luce di altri episodi sul genere con relative lamentale, l’azienda ospedaliera veronese ha dovuto prendere atto delle carenze della gestione del personale interno dei due nosocomi, delegando le operazioni direttamente agli addetti delle imprese funebri