Articolo Pubblicato il 29 luglio, 2020 alle 10:00.

Quando le obbligazioni di diligenza professionale del medico non sono correttamente adempiute, a venire in rilievo come danno è la lesione del diritto alla salute, da intendersi come interesse primario presupposto a quello regolato contrattualmente: non rileva, invece, il perseguimento delle leges artis nella cura del creditore, che è l’interesse strumentale che l’obbligazione è preposta a soddisfare.

E non basta alla struttura sanitaria la semplice produzione dei protocolli previsti in ospedale per andare esente da responsabilità. A riaffermare con forza questo principio a tutela dei pazienti, la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11599/20 del 15 giugno 2020.

 

Una paziente cita in causa l’ospedale per un’infezione contatta durante un intervento

La vicenda. Una paziente aveva citato in giudizio l’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Monza, chiedendo che fosse condannata a un risarcimento di 60.407 euro per i danni riportati ad un occhio (forti dolori e oftalmite) a causa dell’infezione nosocomiale che le era derivata a seguito di un’operazione effettuata presso la struttura ospedaliera monzese, un intervento di vitrectomia. Il  Tribunale aveva respinto la domanda ritenendo che la donna non avesse allegato un inadempimento qualificato ed avesse mal qualificato la responsabilità dell’Azienda sanitaria in termini di responsabilità oggettiva.

La Corte d’appello riforma la sentenza di primo grado e accoglie la domanda

La paziente aveva dunque appellato la decisione presso la Corte d’appello di Milano, obiettando che l’Asl avanti il giudice di primo grado avrebbe dovuto provare di non essere stata inadempiente. L’azienda a sua volta aveva obiettato che l’onere della prova a carico dell’azienda sarebbe sorto solo laddove la paziente avesse allegato e specificato l’altrui condotta efficiente alla causazione del danno, e aveva prodotto nuovamente i protocolli di igiene adottati in ospedale.

Con sentenza del 2017 la Corte meneghina, in riforma della pronuncia di primo grado, aveva condannato l’Azienda sanitaria di Monza al risarcimento dei danni, affermando che era sì onere del paziente allegare quanto meno un inadempimento qualificato, ma che nel caso di specie il Tribunale aveva interpretato tale principio in maniera formalistica, non individuando adeguatamente le allegazioni della ricorrente poste alla base della domanda di risarcimento. La Corte territoriale, inoltre, aveva rimarcato che l’azienda, limitandosi a depositare i protocolli senza dar prova della loro attuazione, non aveva fornito la prova liberatoria richiesta per andare esenta da responsabilità.

 

L’Azienda sanitaria ricorre per cassazione

L’Asl ha quindi proposto per Cassazione denunciando, in particolare, la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1218, 1223, 1228, 1176, 2236, 2697, 2727 c.c. e 40 e 41 c.p., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. 3.1. Dopo aver premesso che ai casi di infezione nosocomiale vanno applicati gli stessi principi che regolano in generale la materia della responsabilità medica, l’azienda ha sottolineato come, anche in base all’art. 7 della Legge Gelli, la responsabilità della struttura sanitaria non potesse essere ritenuta oggettiva e nemmeno presunta. E ha lamentato il fatto che la Corte d’appello avesse ritenuto allegato da parte della paziente l’inadempimento qualificato dell’Asl, obiettando che invece non sarebbe stato allegato nessun comportamento omissivo o commissivo direttamente riferibile alla struttura

Secondo l’azienda, affermando che la paziente aveva solo l’onere di dimostrare l’esistenza del contratto e l’aggravamento della propria situazione patologica rispetto a quella preesistente, la Corte d’appello avrebbe tralasciato di considerare che essa doveva provare anche il nesso causale tra inadempimento e danno, ribadendo infine che non erano stati adeguatamente tenuti in conto i documenti prodotti dall’ospedale per dimostrare la propria diligenza.

La Suprema Corte rigetta il ricorso

Secondo la Cassazione, però, il motivo è infondato.

La sentenza impugnata, osservano gli Ermellini, aveva ritenuto che la paziente avesse denunciato un’inadempienza qualificata nella struttura sanitaria, consistente nel non essersi attenuta rigidamente alle misure precauzionali dalla stessa indicate nei protocolli post-operatori, e ha concluso, “con ragionamento probabilistico basato sulla regola del più probabile che non, che non avendo alcuna infezione all’occhio prima del suo accesso in ospedale per l’operazione, e avendone subìto a causa dell’intervento il bendaggio che rendeva la zona accessibile al contatto ai soli medici e al personale dell’ospedale, per la sostituzione delle medicazioni, l’infezione da stafilococco faecalis dalla quale era risultata affetta all’uscita dell’ospedale fosse dovuta ragionevolmente ad una falla nella attuazione dei protocolli di sepsi”.

 

Il principio del più probabile che non

I giudici del Palazzaccio precisano quindi che la struttura sanitaria non è stata ritenuta responsabile a titolo di responsabilità oggettiva “ma secondo la regola ordinaria, sulla base di un ragionamento probabilistico con cui la corte d’appello ha ritenuto che la danneggiata avesse fornito la prova del nesso di causalità materiale tra evento lesivo e comportamento attivo o omissivo della struttura avvalendosi delle presunzioni (basandosi sulle quali ha dedotto dai fatti noti – assenza dell’infezione all’ingresso in ospedale, accesso alla zona infetta solo da parte dei dipendenti dell’ospedale – il fatto ignoto (ossia il comportamento attivo o omissivo di un dipendente dell’ospedale quale causa del contagio), a fronte del quale la semplice produzione dei protocolli previsti in ospedale per le medicazioni in fase post-operatoria è stata ritenuta insufficiente ad integrare la prova liberatoria, da parte della struttura, che il danno subito dalla paziente si fosse verificato per causa a sé non imputabile”.

 

Il danno evento consta della lesione non dell’interesse strumentale ma del diritto alla salute

La decisione di seconde cure, conclude pertanto la Suprema Corte, è conforme “al principio di diritto di recente riaffermato da questa Corte”, e cioè che ”in tema di inadempimento di obbligazioni di diligenza professionale sanitaria, il danno evento consta della lesione non dell’interesse strumentale alla cui soddisfazione è preposta l’obbligazione (perseguimento delle “leges artis” nella cura dell’interesse del creditore) ma del diritto alla salute (interesse primario presupposto a quello contrattualmente regolato).

Ne consegue che, laddove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l’inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute, “è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie) e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, la causa imprevedibile ed inevitabile dell’impossibilità dell’esatta esecuzione della prestazione.”.