Articolo Pubblicato il 16 gennaio, 2020 alle 13:35.

Se una persona rimasta gravemente macrolesa dopo un incidente stradale ha ricevuto delle provvidenze pubbliche, come l’indennità di accompagnamento od eventuali benefici per l’assistenza domiciliare, all’atto della liquidazione del danno patrimoniale da parte della compagnia di assicurazione della controparte (evidentemente, quanto meno corresponsabile del sinistro) egli può trattenere questi importi o vanno scomputati?

Secondo la Cassazione vanno sottratti dal credito risarcitorio o restituiti. La Suprema Corte ha ribadito questo principio con la sentenza n. 526/2020 depositata il 15 gennaio, deliberando definitivamente su un caso di cui si era già occupata con la sentenza 07774 del 20 aprile 2016, cassando la precedente sentenza con rinvio.

 

Risarcimento decurtato e ricorso in Cassazione

La Corte di Appello di Milano, con pronunciamento n. 05165 dell’11 dicembre 2017, in parziale riforma della sentenza del Tribunale meneghino, aveva quindi condannato Zurich Insurance Plc e Clear Channel S.p.a., in solido, a corrispondere al danneggiato la somma, già riconosciuta in primo grado, di 550mila euro a titolo di danni non patrimoniali e di 856.874 euro a titolo di danni patrimoniali, con però la detrazione di 244.943 euro e 557.160 euro, ordinando alla vittima di restituire le maggiori somme versategli dall’assicurazione.

Il danneggiato e i suoi familiari hanno quindi proposto nuovamente ricorso per Cassazione sulla definizione del quantum, con svariati motivi: ad esempio, si censurava la sentenza della Corte d’appello per aver sottratto l’importo delle supposte provvidenze pubbliche dalla sola quota del compendio risarcitorio per danno patrimoniale per spese di assistenza, astrattamente riconosciuta ai fini del calcolo del danno effettivamente risarcibile, a seguito della decurtazione del 50% per la condotta imputabile ala vittima.

Ancora, si lamentava l’assoluta mancanza di motivazione rispetto a due fatti storici rilevanti per il giudizio, costituiti dalla supposta percezione dell’assegno mensile per l’assistenza personale e continuativa ai pensionati per inabilità erogato dall’Inps, nonché della supposta percezione del voucher erogato dalla Regione Lombardia, ritenuto scomputabile “pur in assenza della puntuale allegazione del fatto storico, costituito dalla percezione dell’importo della provvidenza”.

E ci si doleva del fatto che la Corte di merito non avesse liquidato il danno derivante dalla necessità dell’adattamento domotico della casa di abitazione per fare fronte alle mutate esigenze di vita del danneggiato, con specifico riferimento alle spese per l’installazione e manutenzione di impianti.

 

L’accompagnamento e l’assistenza domiciliare vanno decurtati dal risarcimento

La Suprema Corte tuttavia ha rigettato il ricorso, ricordando che già all’atto del rinvio aveva enunciato tre principi di diritto che è opportuno ripercorrere.

Primo, “la liquidazione del danno patrimoniale consistente nelle spese sostenute per l’assistenza domiciliare a vantaggio di persona invalida presuppone l’accertamento che la relativa spesa sia stata effettivamente sostenuta; nulla, dunque, può essere liquidato per tale titolo a chi non dimostri di avere sostenuto alcuna spesa al riguardo”.

Secondo, “nella liquidazione del danno patrimoniale consistente nelle spese che la vittima di lesioni personali deve sostenere per l’assistenza domiciliare, il giudice deve detrarre dal credito risarcitorio sia i benefici spettanti alla vittima a titolo di indennità di accompagnamento, sia i benefici ad essa spettanti in virtù della legislazione regionale in tema di assistenza domiciliare, legislazione che in virtù del principio jura novit curia il giudice deve applicare d’ufficio, se i presupposti di tale applicabilità risultino comunque dagli atti”.

Tre, “il danno permanente futuro, consistente nella necessità di dovere sostenere una spesa periodica vita natural durante, non può essere liquidato semplicemente moltiplicando la spesa annua per il numero di anni di vita stimata della vittima, ma va liquidato o in forma di rendita, oppure moltiplicando il danno annuo per il numero di anni per cui verrà sopportato, e quindi abbattendo il risultato in base a coefficiente di anticipazione, o, infine, attraverso il metodo della capitalizzazione, consistente nel moltiplicare il danno annuo per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie”.

 

Le spese di assistenza sostenute vanno sempre ben rendicontate

Sulla scorta di questi principi, gli Ermellini hanno respinto come infondati tutti i motivi. Per esempio, la Suprema corte ricorda che il “giudizio di rinvio è un giudizio chiuso” e che quindi in esso “non possono essere dedotte ed articolate prove che potevano e dovevano essere allegate nelle fasi di merito antecedenti la sentenza rescindente”. E ripete che non si può mettere in discussione il già enunciato principio di diritto laddove si statuisce che “l‘importo delle provvidenze pubbliche deve essere interamente sottratto dall’importo risarcitorio. Questo motivo di doglianza “è, altresì, infondato – aggiunge la sentenza – in quanto in contrasto con la costante e risalente giurisprudenza di legittimità”, secondo cui “le somme, che il danneggiato abbia ricevuto a titolo di provvisionale o di indennità versata dall’Inail, vanno detratte dall’ammontare al medesimo concretamente spettante, e, pertanto, ove questo venga liquidato in misura percentuale del danno globale, per effetto di concorso di colpa di esso danneggiato, devono essere portate in riduzione dell’importo risultante da detta percentuale, non dell’importo di quel danno globale”.

I giudici del Palazzaccio, quanto all’indennità di accompagnamento, sottolineano come il danneggiato stesso avesse pacificamente ammesso in precedenza di averla percepita, e infine, in relazione alle spese per l’adattamento dell’abitazione alle mutate esigenze di vita del disabile, evidenzia come non fossero state documentate, fino alla precisazione delle conclusioni nell’originario giudizio di appello, spese ulteriori, in quanto per la “barella-doccia” ed il sollevatore risultavano prodotti dei soli preventivi e le spese di ristrutturazione non erano documentate neppure da preventivi.

Tutte attrezzature di cui il macroleso aveva bisogno e di cui avrebbe certo avuto diritto, ma sulla cui carenza di riscontri probatori, che devono essere sempre precisi, la Cassazione non ha potuto passare sopra, respingendo quindi questa come le altre pretese risarcitorie.