Articolo Pubblicato il 24 agosto, 2020 alle 11:00.

Con la sentenza n. 23947/20 depositata il 14 agosto 2020 la Corte di Cassazione ribadisce un principio fondamentale in tema di sicurezza sul lavoro: è penalmente responsabile il datore di lavoro per l’infortunio occorso al proprio dipendente se non lo ha correttamente informato e formato sull’utilizzo di attrezzi e macchinari.

In primo e secondo grado datore di lavoro condannato per l’infortunio a un dipendente

La vicenda. Un dipendente di fatto di un parco divertimenti veneziano aveva riportato un grave incidente con postumi pesanti e una prognosi di oltre quaranta giorni mentre era intento ad eseguire delle operazioni di spostamento di una saldatrice, compiute unitamente ad altri due colleghi tramite un trattore muletto: l’operaio aveva perso l’equilibrio, era caduto a terra ed era stato infine investito dal mezzo.

La Corte d’Appello di Venezia, confermando peraltro la sentenza pronunciata in primo grado dal tribunale lagunare nel 2018, aveva ritenuto colpevole il legale rappresentante della società per il reato di lesioni personali colpose gravi e omissione, condannandolo alla relativa sanzione pecuniaria.

Il ricorso per Cassazione del legale rappresentante della società

Questi, tuttavia, ha proposto ricorso anche per Cassazione, lamentando il fatto che l’infortunio sarebbe stato causato da un mezzo, il muletto, di proprietà di un’altra società, e pertanto non gli si sarebbe potuto imputare l’omessa formazione per la prevenzione antinfortunistica (informazioni sull’uso, formazione del personale e indicazioni sul Documento di Valutazione dei Rischi relative all’uso).

Secondo il ricorrente, inoltre, non risultava nemmeno provata la circostanza – data invece per acquisita dai giudici di merito – circa l’impiego abituale del mezzo da parte dei dipendenti della sua società. Inoltre, il datore di lavoro obiettava di aver dato indicazioni a un collega del lavoratore infortunatosi di effettuare la riparazione di una cancellata mediante una saldatrice, peraltro munita di ruote, ordinandogli di riportarla nel ricovero attrezzi a fine lavoro, ma senza fare alcuna menzione all’impiego del muletto così come di altri operai. Sarebbe stato dunque il dipendente rimasto vittima dell’incidente a offrirsi spontaneamente di aiutare il collega e sarebbe stato quest’ultimo ad avere l’idea di utilizzare il mezzo.

Il titolare attribuisce ogni responsabilità alla condotta “autonoma” e abnorme degli operai

Ancora, secondo il ricorrente, i giudici di merito avrebbero errato nella ricostruzione dei fatti su più circostanze: in particolare, l’area dello stabilimento balneare non era rimasta chiusa al pubblico per lavori di manutenzione, ma era aperta, trovandosi la cancellata oggetto di riparazione su di un camminamento che conduce al mare, ed egli non sarebbe stato presente sul luogo del fatto né avrebbe visto all’opera i tre dipendenti, circostanza, questa, che sarebbe stata basata sull’erroneo presupposto che il luogo fosse chiuso al pubblico per lavori di manutenzione.

Il datore di lavoro, inoltre, censurava la decisione dei giudici di merito per non aver riconosciuto l’abnormità della condotta tenuta dalla persona offesa e degli altri due operai, sulla scorta dell’erroneo – a suo dire – presupposto di fatto che analogo comportamento fosse stato tenuto dallo stesso datore di lavoro, per portare la saldatrice sul luogo del fatto, circostanza invece smentita da quanto avrebbe dichiarato uno degli operai.

Il legale rappresentante della società ha ribadito che il muletto trattore era di proprietà di un’altra s.r.l. e di non esser a conoscenza del fatto che sarebbe stato utilizzato dai tre lavoratori per riportare la saldatrice nel deposito attrezzi, in quanto frutto di una loro decisione autonoma e abnorme, e non era stato dunque messo in grado di impartire le necessarie informazioni antinfortunistiche. A sostegno di questa tesi difensiva rammentava che lo stesso teste dello Spisal aveva dichiarato che costituisce fatto notorio che salire sulle forche del cofano di un muletto risponde a una condotta imprudente, pericolosa e quindi vietata e che pertanto la condotta tenuta dai tre operai era da ritenersi abnorme.

La Corte lagunare avrebbe dunque omesso di valutare se la condotta tenuta dalla persona offesa fosse di per sé sola idonea e sufficiente a cagionare l’evento lesivo, incorrendo in un’evidente mancanza di motivazione sul punto: secondo il ricorrente, il comportamento del dipendente infortunatosi era imprevedibile e dunque inevitabile da parte del datore di lavoro, essendosi egli volontariamente esposto al pericolo nel momento in cui si era offerto sua sponte di dare un aiuto al collega per riportare la saldatrice nel rimessaggio attrezzi.

La Cassazione rigetta le doglianze

Ma per la Cassazione il ricorso è inammissibile, innanzitutto per aver riproposto il ricorrente  censure già sottoposte al vaglio del Collegio territoriale confrontandosi soltanto in parte con i passaggi argomentativi sviluppati in risposta nella sentenza impugnata, che peraltro secondo gli Ermellini è stata ben argomentata. “Nel confermare il giudizio di penale responsabilità a carico del ricorrente, la Corte d’appello lagunare ha convincentemente argomentato: che deve ritenersi pacificamente acquisito che il muletto, sebbene di proprietà della (omissis) srl, fosse utilizzato nella pratica in maniera promiscua da entrambe le società; che la prima non aveva lamentato l’indebito utilizzo del mezzo da parte dei dipendenti della società dell’imputato; che il muletto era stato anche incluso nel corso di aggiornamento, imposto dallo Spisal ed effettuato nel maggio 2013; che il giorno del fatto il mezzo era immediatamente reperibile sul luogo dell’infortunio con disponibilità delle chiavi: i testi avevano ribadito che quel mezzo era di fatto guidato da tutti”. Pertanto, rientrava nella responsabilità datoriale dell’imputato “l’obbligo di impartire le dovute istruzioni ai propri dipendenti dirette ad assicurare che l’uso del mezzo, normalmente utilizzato nell’ambito aziendale, avvenisse in modo tale da garantire, in ogni evenienza, la sicurezza sul luogo di lavoro”.

Il titolare era perfettamente a conoscenza di come stavano operando i tre dipendenti

I giudici del Palazzaccio convengono poi sul fatto che “risulta non credibile che il titolare, presente sull’area del cantiere come riferito da uno degli operai, non sapesse della presenza, oltre che del lavoratore a cui aveva affidato l’incarico, anche degli altri due, come confermato anche dal fatto che, subito dopo l’infortunio, il ricorrente aveva provveduto all’immediata regolarizzazione di questi ultimi che erano in realtà ex dipendenti”.

Di più, la Suprema Corte rileva come sia risultato provato che quella stessa mattina “era stato lo stesso imputato ad utilizzare il muletto per portare la saldatrice sul posto, lasciando le chiavi sul quadro del mezzo”. E anche se manca la prova che l’imputato abbia dato l’ordine di utilizzare quel mezzo per riportare la saldatrice a posto, “la circostanza che egli potesse confidare sulla collaborazione dei due dipendenti presenti sul posto si desume in via logica, in primo luogo, dal fatto che il ricorrente aveva lasciato sul posto il muletto e, in secondo luogo, dalla circostanza che egli non poteva fare affidamento sul fatto che la saldatrice potesse essere spostata dal solo operaio che aveva incaricato, atteso che il trattore Manitou e la pedana non potevano essere movimentati da una sola persona”.

La Cassazione aggiunge poi che, ai fini della valutazione dell’accertamento della responsabilità colposa del datore di lavoro per l’infortunio occorso sul luogo di lavoro, “poco rilevi la circostanza che l’area nella quale si verificava l’incidente fosse chiusa o aperta al pubblico. E invero, secondo quanto non irragionevolmente ricostruito dai Giudici di merito, (omissis) era consapevole del fatto che l’operaio che aveva incaricato sarebbe stato aiutato nelle operazioni di movimentazione della saldatrice dai due colleghi tra cui la persona offesa – non potendo detta operazione, come detto, essere eseguita da un solo operaio – ed era pertanto tenuto – in quanto datore di lavoro tenuto al controllo dei fattori di rischio anche nei riguardi di terzi non dipendenti e nonostante i comportamenti imprudenti di costoro – ad attuare le misure antinfortunistiche, ad assicurare la necessaria formazione professionale sull’utilizzo dei macchinari impiegati nelle lavorazioni (segnatamente del muletto) e sulle misure precauzionali da addottare (compreso il divieto di salire sui pallet per il rischio caduta e di investimento), a garantirne la loro rigorosa osservanza da parte del proprio dipendente, nonché ad inibire agli altri due colleghi di fare accesso al luogo e di prendere parte alle lavorazioni affidate all’operaio incaricato del lavoro”.

Insomma, secondo la Cassazione, nel riconoscere la responsabilità colposa dell’imputato, “i giudici di merito hanno fatto ineccepibile applicazione dei consolidati principi di diritto in materia, secondo cui il datore di lavoro – quale responsabile della sicurezza dell’ambiente di lavoro – è tenuto a dare ai lavoratori una formazione sufficiente ed adeguata in materia di sicurezza e di salute, fornendo specifiche informazioni sulle modalità di svolgimento delle attività lavorative e sull’uso dei macchinari e quindi ad eliminare le fonti di pericolo per i lavoratori dipendenti, e risponde pertanto dell’infortunio occorso al dipendente a causa della mancanza di tali requisiti”.

La condotta degli operai non era abnorme

Immune da vizi di ordine logico o giuridico, poi, spiegano gli Ermellini, è anche la ritenuta assenza dei presupposti dell’eccentricità o abnormità della condotta tenuta dai tre cittadini lituani tale da renderla imprevedibile e pertanto esulante dall’orizzonte del rischio prevedibile e governabile dal datore di lavoro. “La Corte distrettuale ha ineccepibilmente notato come l’abnormità del comportamento sia esclusa dal fatto che i tre operai si limitavano a replicare la condotta tenuta dal datore di lavoro  per portare la saldatrice sul luogo dei lavori, nonché ad utilizzare un mezzo di cui avevano in quel momento la disponibilità e l’uso e che avevano anche in precedenza utilizzato per eseguire i lavori nell’area, senza peraltro ricevere la formazione antinfortunistica necessaria. L’assunto difensivo contrario, che pretende non essere stato fatto uso del muletto da parte del ricorrente per il trasferimento della saldatrice prima dell’infortunio, non è ritualmente supportato dai necessari riscontri probatori perché possa essere apprezzato da questo Giudice di legittimità”.

Quando ricorrono i presupposti dell’abnormità

Il ragionamento del Giudice del gravame, conclude la Suprema Corte, risulta perfettamente “allineato alla costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità in materia, secondo cui l’abnormità della condotta del lavoratore tale da escludere la responsabilità del datore di lavoro non coincide con la mera imprudenza o disattenzione nello svolgimento delle lavorazioni, ma postula che il comportamento si svolga al di fuori dell’ambito delle mansioni assegnate ovvero che, pur collocandosi nell’alveo di esse, risulti radicalmente avulso da un’avventatezza prevedibile – e dunque evitabile – nelle operazioni”.

Il comportamento del lavoratore può ritenersi “abnorme”, e come tale non suscettibile di controllo da parte delle persone preposte all’applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro, “allorché provochi l’infortunio ponendo in essere, colposamente, un’attività del tutto estranea al processo produttivo o alle mansioni attribuite, realizzando in tal modo un comportamento “esorbitante” rispetto al lavoro che gli è proprio, assolutamente imprevedibile (ed evitabile) per il datore di lavoro, come, ad esempio, nel caso che il lavoratore si dedichi ad un’altra macchina o ad un altro lavoro, magari esorbitando nelle competenze attribuite in esclusiva ad altro lavoratore. D’altra parte, si è giudicata abnorme quella condotta che, pur rientrando nelle mansioni lavorative proprie del lavoratore o comunque in attività con esse connesse, sia consistita in qualcosa di radicalmente, ontologicamente lontano dalle pur ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nell’esecuzione del lavoro. In un caso assimilabile a quello di specie, questa Corte ha escluso che presenti le caratteristiche dell’abnormità il comportamento, pur imprudente, del lavoratore che non esorbiti completamente dalle sue attribuzioni, nel segmento di lavoro attribuitogli e mentre vengono utilizzati gli strumenti di lavoro ai quali è addetto, essendo l’osservanza delle misure di prevenzione finalizzata anche a prevenire errori e violazioni da parte del lavoratore, trattandosi di comportamento “connesso” all’attività lavorativa o da essa non esorbitante e, pertanto, non imprevedibile”. Confermata dunque la condanna del datore di lavoro.