Articolo Pubblicato il 4 dicembre, 2020 alle 12:00.

Il datore di lavoro deve non solo predisporre le idonee misure di sicurezza e impartire le direttive da seguire a tale fine, ma anche, e soprattutto, controllarne costantemente il rispetto da parte dei lavoratori per evitare la “tentazione” di trascurarle, omissione della quale sarà egli a dover rispondere nel caso di infortuni.

Con la significativa sentenza n. 32194/20, depositata il 17 novembre 2020, la Cassazione ha precisato uno dei stringenti obblighi in capo al titolare di un’attività, confermando la condanna per un grave incidente sul lavoro accaduto nel 2013 nel Pisano.

 

Datore di lavoro condannato per il grave infortunio di un dipendente

La Corte d’appello di Firenze, nel 2019, confermando la sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale di Pisa, aveva condannato alla pena, con la sospensione condizionale, di nove mesi di reclusione per il reato di lesioni personali gravi, con l’aggravante di essere stato commesso in violazione delle norme antinfortunistiche, il legale rappresentate di un’impresa.

All’imputato si contestava di aver causato lesioni gravi a un suo dipendente per colpa consistita in negligenza, imprudenza ed imperizia nonché inosservanza degli artt. 71, comma 7, lett. a) e 221, comma 1, D. Lgs. nr. 81/2008. In particolare, per aver impiegato il suo operaio, addetto ai controlli di vendita, per la pulizia di una macchina rullo denominata “spalmatrice” senza avergli impartito l’idonea formazione, informazione ed addestramento per l’uso specifico del macchinario, e per non aver adeguatamente valutato il rischio connesso alle operazioni di pulizia della macchina e previsto procedure di manutenzione e pulizia adeguate e tali da ridurre al minimo il rischio specifico conseguente a tale attività.

Il lavoratore, infatti, adoperando per la pulizia acetone tecnico, un liquido estremamente infiammabile, e mantenendo in movimento il rullo spalmatore, aveva innescato un incendio che aveva avvolto il macchinario e la parte superiore del corpo dell’operaio, procurandogli ustioni di secondo grado alla nuca, al volto e al collo e di terzo grado al gomito e alla mano destra.

 

Il datore addebita l’incidente a un’imprudenza del lavoratore

Il datore di lavoro ha proposto ricorso anche per Cassazione, lamentando in primis il fatto che il fornitore della macchina spalmatrice, come aveva testimoniato, aveva fornito alla ditta e al suo personale le istruzioni per l’uso e la pulizia della macchina, da effettuarsi con un solvente, e precisando altresì come fosse impossibile che il macchinario prendesse fuoco senza una scintilla esterna: dichiarazioni che non sarebbero state assolutamente considerate nei precedenti gradi di giudizio.

Secondo il ricorrente, dunque, non solo i suoi addetti erano stati informati sulle modalità di manutenzione della macchina, ma l’incendio si sarebbe verificato per l’accensione imprudente di una sigaretta da parte del lavoratore che era un fumatore e non indossava i guanti protettivi al momento dell’incidente. Perciò, l’infortunio si sarebbe verificato per la condotta abnorme da parte dell’operaio.

La Suprema Corte rigetta i motivi di doglianza

Ma per la Suprema Corte i motivi addotti sono inammissibili, a cominciare dalla forma, avendo l’imprenditore riproposto le medesime ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice di secondo grado.

Ma la Cassazione entra comunque nel merito evidenziando come risulti non contestato il fatto che l’infortunato fosse “un operaio addetto alle vendite che, come tale, contrariamente a quanto prescritto nel manuale d’uso (“l’uso, la manutenzione e la riparazione della macchina deve essere affidato a personale qualificato“), non aveva avuto alcuna formazione in ordine all’uso della spalmatrice”, così come non fosse stato in alcun modo dimostrato dal ricorrente che egli avesse “predisposto procedure di manutenzione e pulizia della macchina, idonee a ridurre rischio di infortuni e, in specie, di incendio”.

E’ indubbio – proseguono gli Ermellini  l’obbligo di informazione e formazione del lavoratore che andava certamente sensibilizzato dal datore di lavoro sull’esistenza del rischio di incendio collegato all’uso dell’acetone e al mancato arresto del macchinario”.

 

L’obbligo di formazione da parte del titolare permane costantemente

La sentenza impugnata, in buona sostanza, secondo i giudici del Palazzaccio, “si colloca nell’alveo del consolidato orientamento di questa Corte di legittimità che individua nell’obbligo di fornire adeguata formazione ai lavoratori, uno dei principali oneri gravanti sul datore di lavoro, ed in generale sui soggetti preposti alla sicurezza del lavoro”.

Di più, la Cassazione ricorda che la violazione degli obblighi inerenti la formazione e l’informazione dei lavoratori integra “un reato permanente, in quanto il pericolo per l’incolumità dei lavoratori permane nel tempo e l’obbligo in capo al datore di lavoro continua nel corso dello svolgimento del rapporto lavorativo fino al momento della concreta formazione impartita o della cessazione del rapporto”.

In altri termini, il datore di lavoro deve non solo predisporre le idonee misure di sicurezza ed impartire le direttive da seguire a tale scopo, ma anche, e soprattutto, “controllarne costantemente il rispetto da parte dei lavoratori, di guisa che sia evitata la superficiale tentazione di trascurarle”.

Infatti, il datore di lavoro risponde dell’infortunio occorso al lavoratore, “in caso di violazione degli obblighi, di portata generale, relativi alla valutazione dei rischi presenti nei luoghi di lavoro nei quali siano chiamati ad operare i dipendenti, e della formazione dei lavoratori in ordine ai rischi connessi alle mansioni, anche in correlazione al luogo in cui devono essere svolte.

È infatti tramite l’adempimento di tale obbligo che il datore di lavoro rende edotti i lavoratori dei rischi specifici cui sono esposti. Ove egli non adempia a tale fondamentale obbligo, sarà chiamato a rispondere dell’infortunio occorso al lavoratore, laddove l’omessa formazione possa dirsi causalmente legata alla verificazione dell’evento”.

 

La condotta imprudente del lavoratore non formato non basta a scagionare il datore di lavoro

E non vale a esimente il comportamento imprudente posto in essere dai lavoratori non adeguatamente formati.

Il datore di lavoro che non adempie agli obblighi di informazione e formazione gravanti su di lui e sui suoi delegati risponde, infatti, a titolo di colpa specifica, “anche dell’infortunio dipeso dalla negligenza del lavoratore il quale, nell’espletamento delle proprie mansioni, pone in essere condotte imprudenti, trattandosi di una conseguenza diretta e prevedibile della inadempienza degli obblighi formativi.

La Suprema Corte rammenta che che anche un’eventuale colpa del lavoratore, “concorrente con la violazione della normativa antinfortunistica ascritta al datore di lavoro, ovvero al destinatario dell’obbligo di adottare le misure di prevenzione, esime questi ultimi dalle loro responsabilità (solo) allorquando il comportamento anomalo del primo sia assolutamente estraneo al processo produttivo o alle mansioni attribuite, risolvendosi in un comportamento del tutto esorbitante ed imprevedibile rispetto al lavoro posto in essere, ontologicamente avulso da ogni ipotizzabile intervento e prevedibile scelta del lavoratore.

M nel caso specifico, la Corte di merito, correttamente secondo gli Ermellini, non ha ritenuto configurabile una “condotta abnorme del lavoratore, non essendo emerso alcun elemento di prova in tal senso: non vi è alcun elemento oggettivo che la dimostri”.

La tesi “suggestiva” che il lavoratore stesse fumando, anche secondo la Corte di Cassazione, oltre che “indimostrata”, risulta pure “inverosimile, atteso che le manovre da compiere, rapidamente, per eliminare la cera dai rulli appaiono poco compatibili con un contemporaneo fumo di sigaretta”.

Dunque, condanna del datore di lavoro confermata.