Articolo Pubblicato il 11 agosto, 2020 alle 11:00.

La giurisprudenza di legittimità riconosce ormai un’altissima valenza al cosiddetto “danno riflesso” patito dai familiari delle vittime di gravi sinistri che riportino lesioni pesanti e invalidanti, perché lo stravolgimento di vita a cui è costretto il danneggiato si riflette, appunto, inevitabilmente anche suoi congiunti, che devono assisterlo e a loro volta soffrono nel vederlo in queste condizioni.

Significativa, al riguardo, l’ordinanza n. 16225/20 depositata il 29 luglio 2020 con la quale la Cassazione non solo ha chiarito che tale voce di danno è autonoma e distinta rispetto alla lesione patita dall’infortunato, ma ha anche stabilito che i familiari, che si erano visti negare quest’istanza della corte territoriale, vanno inseriti tra i creditori privilegiati dell’attività fallita per la quale lavorava il loro caro.

 

Un operaio vittima di un grave infortunio sul lavoro ma l’impresa fallisce

L’incidente in questione, infatti, è un infortunio sul lavoro. Un operaio aveva subito un grave politrauma che lo aveva costretto a un lungo ricovero ospedaliero, a sottoporsi a due interventi chirurgici, a seguire sedute quotidiane di riabilitazione e fisioterapia, a utilizzare a lungo il tutore all’arto inferiore, con grave limitazione dell’autonomia motoria e funzionale. Insomma un calvario.

La domanda d’insinuazione privilegiata al passivo

L’impresa tuttavia era fallita e il giudice fallimentare di Torino aveva respinto la domanda del danneggiato e dei suoi familiari di insinuazione al passivo in via privilegiata per il credito di 189.769,38 euro, di cui 76.058, a titolo di personalizzazione nella misura del 25% del pregiudizio psico fisico e morale patito dall’infortunato, e centomila euro a titolo di danno riflesso per i congiunti.

E anche il tribunale ordinario di Torino aveva rigettato il loro ricorso ex articolo 28 della legge fallimentare sostenendo che la personalizzazione del danno non patrimoniale, per ritenersi non compresa nella liquidazione del danno alla persona attraverso il meccanismo tabellare, dovesse formare oggetto di specifica allegazione e dimostrazione di circostanze ed elementi fattuali caratterizzanti le conseguenze pregiudizievoli.

Secondo il collegio, le circostanze allegate dall’opponente, pur nell’oggettiva gravità dell’evento lesivo, non eccedevano le conseguenze mediamente riconducibili a lesioni di analoga gravità ed entità, e non erano pertanto idonee a connotare particolari e peculiari condizioni soggettive di sofferenza fisica dell’infortunato o ulteriori danni riflessi per i congiunti.

Analoghe considerazioni, secondo i giudici, potevano essere effettuate in ordine alle deduzioni istruttorie formulate dai ricorrenti, in quanto le circostanze dedotte nel complesso non risultavano idonee ad assolvere tale onere probatorio, in quanto non avrebbero evidenziato specifici profili di singolarità lesiva rilevanti sul piano della personalizzazione ulteriore del danno.

Il danneggiato e i congiunti ricorrono per Cassazione

Il lavoratore e i suoi congiunti hanno pertanto proposto ricorso anche per Cassazione, lamentando il fatto che nel decreto impugnato sarebbe stato omesso l’esame di fatti decisivi rappresentati nel corso del giudizio sulla personalizzazione del danno patito dal lavoratore infortunato e sul danno riflesso patito dai congiunti. I ricorrenti hanno anche fatto rilevare, con riferimento alle medesime voci di danno, il contrasto irriducibile fra affermazioni, avendo il giudice del merito ritenuto non provati fatti per i quali era stata richiesta la prova testimoniale che, pur non dichiarata inammissibile, non veniva mai esperita. Inoltre, il danneggiato e i suoi familiari hanno eccepito sulla motivazione mancante o solo apparente sempre a proposito del danno riflesso e dell’inabilità temporanea.

 

Personalizzazione e danno riflesso

Motivi che per la Cassazione sono fondati. “Il tribunale – osservano i giudici del Palazzaccio – ha infatti respinto le domande sulla personalizzazione del danno ritenendo insufficienti le allegazioni e le deduzioni istruttorie effettuate dagli opponenti, senza però in alcun modo considerare, proprio, i fatti storici allegati e le prove documentali e testimoniali dedotte ai fini della stessa personalizzazione del danno e del danno riflesso.

Il decreto impugnato ha infatti totalmente omesso di considerare la serie di elementi di fatto specificamente allegati dai ricorrenti per valorizzare le peculiarità del caso concreto, già indicati nella istanza di ammissione al passivo e dettagliatamente allegati e documentati pure nell’opposizione.

Le ulteriori circostanze su cui si è invece soffermato il tribunale nel provvedimento impugnato erano state bensì allegate e documentate dagli opponenti con esclusivo riferimento all’inabilità temporanea, e non avevano alcuna attinenza con la personalizzazione della invalidità permanente; né tanto meno potevano avere rilievo ai fini del danno riflesso ai congiunti.

 

Confuse le poste risarcitorie nel provvedimento impugnato

Con tale modus operandi, censura il provvedimento la Suprema Corte, il tribunale ha finito pure per “confondere poste risarcitorie differenti cui corrispondevano allegazioni e deduzioni specifiche e distinte. Il decreto non ha effettuato alcun riferimento alle circostanze espressamente capitolate nell’atto di opposizione allo stato passivo ed ai documenti ivi indicati finalizzati proprio a supportare l’istanza di personalizzazione del danno e del risarcimento del danno riflesso ai congiunti”.

Nel decreto, infatti, evidenziano i giudici del Palazzaccio non si faceva riferimento ad alcuno dei documenti o alle allegazioni intesi ad affermare e dimostrare gli elementi costitutivi della personalizzazione del pregiudizio non patrimoniale e del danno riflesso ai congiunti in quanto non integranti normali conseguenze di una lesione grave: vi si parlava del venir meno dell’apporto familiare dell’infortunato, del mancato reperimento di un nuovo lavoro dopo il sinistro, del suo atteggiamento irascibile e nervoso con i familiari e gli amici, della mancata partecipazione alle attività familiari, del disturbo psichiatrico, dell’etilismo cronico post traumatico posto in connessione con il sinistro, dei ricoveri subiti, eccetera.

Sulla scorta della premesse, “devono pertanto ritenersi fondate le doglianze sollevate in proposito nel ricorso ed intese non già alla mera rivalutazione del fatto, bensì a censurare l’omesso esame di fatti decisivi allegati e documentati dagli opponenti negli atti processuali – va a concludere la Cassazione – E senza che, nel caso di specie, sia neppure necessario dimostrare l’esistenza di un nesso con l’erronea decisione presa dai giudici, perché nel caso in esame l’errore consiste proprio nella omessa valutazione delle allegazioni e nella denegata ammissione delle prove, la cui decisività viene affermata dalla stessa sentenza impugnata nel momento in cui dalla loro asserita mancanza fa derivare il rigetto delle pretese, in quanto non provate”.

 

Il danno riflesso è una voce risarcitoria autonoma

Con riferimento, infine, al danno riflesso ai congiunti, oltre che nell’omesso esame di fatti decisivi, “il tribunale – osserva la Suprema Corte – è incorso anche nel vizio di motivazione inesistente e solo apparente, in quanto dalla pronuncia impugnata è stato completamente pretermesso ogni riscontro non solo ai fatti, ma anche ai principi giurisprudenziali riferibili al danno riflesso dei congiunti del macroleso ed al danno da inabilità temporanea.

Il tribunale si è limitato ad argomentare sulla personalizzazione per poi estendere le stesse valutazioni al danno riflesso dei congiunti, mentre si tratta di due voci risarcitorie non sovrapponibili e quindi meritevoli di autonomo esame. Per di più il tribunale di Torino ha escluso la rilevanza della prova orale formulata ai fini della personalizzazione del danno, ma nulla ha detto rispetto al valore che la prova orale avrebbe avuto nella dimostrazione del danno riflesso e del danno temporaneo.

Manca invero del tutto una motivazione del rigetto della domanda relativa alla maggiore valorizzazione dell’inabilità temporanea”. Il ricorso è stato pertanto accolto e la sentenza impugnata è stata cassata, con rinvio.