Articolo Pubblicato il 13 settembre, 2020 alle 11:00.

Il danno permanente da incapacità di guadagno in seguito ad un sinistro è una posta risarcitoria spesso al centro di valutazioni contrastanti, ma è indubbio che esso non possa esser liquidato con i coefficienti di un Regio Decreto di un secolo fa, ovviamente del tutto inadeguati all’epoca attuale.

Il danneggiato ha quindi tutto il diritto di impugnare una sentenza che dovesse basarsi su questi parametri atavici. Non si tratta di una ipotesi del terzo tipo ma del caso reale toccato a un automobilista lucano vittima di un grave incidente, che è dovuto arrivare fino in Cassazione, la quale, con l’ordinanza n. 18093/2020 del 31 agosto 2020, gli ha finalmente (su questo punto) dato ragione.

 

La Corte d’Appello decurta il risarcimento ad un automobilista vittima di un grave incidente

In realtà, infatti, l’uomo aveva presentato un articolato ricorso, su più motivi, contro la sentenza del 2018 della Corte d’Appello di Potenza che, accogliendo parzialmente il gravame dell’assicurazione di controparte, la HDI, verso la sentenza di primo grado del 2008 del Tribunale di Lagonegro, aveva riconosciuto un concorso di colpa del 30% in capo al danneggiato nella causazione del sinistro in seguito al quale egli aveva riportato pensanti danni fisici e al proprio veicolo. Per effetto di questa rilettura, il risarcimento gli era stato rideterminato con un minore importo di 145.749 euro.

Il ricorrente ha contestato innanzitutto la corresponsabilità, sia pur minoritaria, attribuitagli dalla Corte territoriale sulla base di un discusso superamento dei limiti di velocità, ma il motivo che qui preme è il secondo, incentrato appunto sulla liquidazione del danno da perdita delle capacità lavorativa specifica. Il danneggiato ha rilevato che, mentre il giudice di prime cure aveva ampiamente argomentato e motivato il criterio di calcolo facendo ricorso ad un criterio equitativo che teneva conto delle peculiarità del caso concreto, la Corte territoriale, invece, avrebbe fatto, erroneamente, applicazione del criterio di cui al regio decreto del 9 ottobre 1922, n. 1403, andando contro all’orientamento recente della Corte di Cassazione stessa.

 

I coefficienti del regio decreto del 1922 non garantiscono l’integrale ristoro del danno

E infatti la Suprema Corte reputa fondato questo secondo motivo di ricorso, “avendo la sentenza impugnata – confermano gli Ermellini – disatteso il principio enunciato da questa Corte e secondo cui il danno permanente da incapacità di guadagno non può essere liquidato in base ai coefficienti di capitalizzazione approvati con r.d. n. 1403 del 1922, i quali, a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse, non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’art. 1223 cod. civ.”.

La compagnia di assicurazione, nel suo controricorso, al riguardo aveva battuto sul cosiddetto “prospective overruling”, meccanismo finalizzato a porre la parte al riparo dagli effetti processuali pregiudizievoli di mutamenti imprevedibili della giurisprudenza di legittimità su norme regolatrici del processo e in forza del quale il giudice dovrebbe continuare ad applicare il precedente orientamento giurisprudenziale alla controversia, evitando qualsiasi retroattività.

Ma per la Cassazione questi rilievi non ostano all’accoglimento di questa doglianza del ricorrente, “dal momento che i principi evocati sul cosiddetto “prospective overruling” operano solo in materia processuale, o meglio esclusivamente in caso di mutamento dell’interpretazione di una regola del processo che preveda una preclusione o una decadenza”. E non era il caso specifico. La sentenza impugnata è stata pertanto cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Potenza, in diversa composizione, per la decisione nel merito.