Articolo Pubblicato il 5 luglio, 2020 alle 10:00.

La Cassazione, VI sezione civile, con l’ordinanza n. 13261/20 depositata il primo luglio 2020, ha ribadito la non risarcibilità del cosiddetto danno da perdita della vita, sull’assunto che la morte di una persona può costituire un danno non patrimoniale per chi le sopravvive ma non per chi viene a mancare .

 

Danno catastrofico e danno tanatologico

Va prima di tutto premesso che la giurisprudenza ha definito il danno catastrofico come quel danno non patrimoniale conseguente alla sofferenza patita dalla persona che, a causa delle lesioni sofferte, nel lasso di tempo compreso tra l’evento che le ha provocate e la morte, assiste alla perdita della propria vita.

Il risarcimento del danno catastrofale può essere fatto valere iure hereditario a condizione che sia effettivamente entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte: ciò significa che la persona offesa doveva essere vigile e cosciente, quantomeno per un breve lasso di tempo, nel periodo intercorrente le lesioni subite e l’evento morte. Il danno tanatologico viene invece considerato come danno in sé, causato dalla perdita della vita.

 

Il danno da perdita della vita

Operata questa distinzione, nel caso specifico la Suprema Corte ha definitivamente sentenziato sul tragico caso di un ragazzo veneziano di soli 15 anni rimasto vittima nel 2002 di un incidente stradale come terzo trasportato di una vettura condotta dalla madre, a sua volta deceduta: un dramma terribile.

Il padre nel 2010 citò in causa avanti il Tribunale di Venezia la compagnia Carige Assicurazioni (che in seguito muterà ragione sociale in “Amissima”) chiedendone la condanna al risarcimento del danno patito iure proprio e jure hereditario in conseguenza del tragico evento. Tra gli altri danni, il papà del ragazzo chiese il risarcimento del danno non patrimoniale patito dalla vittima primaria, ed il cui credito risarcitorio era stato a lui trasmesso jure hereditario. Domanda, quest’ultima, rigettata dal Tribunale lagunare, sezione di San Donà di Piave, con sentenza del 28 novembre 2014.

Anche la Corte d’appello di Venezia, con sentenza del 25 agosto 2017, rigettò, su questo punto, il gravame proposto da genitore, ritenendo che il ragazzo fosse deceduto pochissimo tempo dopo il sinistro, che non vi fosse certezza che in tale periodo di tempo fosse stato cosciente, e che pertanto potesse avere acquisito e trasmesso al padre un credito risarcitorio.

Il padre del quindicenne ha quindi proposto ricorso per Cassazione lamentando di aver chiesto, sia in primo grado che in appello, la condanna dell’assicuratore al risarcimento del danno patito dal figlio in conseguenza della perdita del diritto alla vita, ed il cui credito risarcitorio si era trasmesso a lui jure hereditario, e che tuttavia la Corte d’appello aveva trascurato di pronunciarsi su tale domanda.

E in ogni caso, secondo il ricorrente, la Corte d’appello, nell’escludere la sussistenza del danno jure hereditatis, avrebbe disatteso i principi stabiliti dalla sentenza n. 1361 del 23 gennaio 2014 della stessa Cassazione, sostenendo che tale fattispecie di danno va risarcito a prescindere dall’esistenza di una lesione della salute, e che il relativo risarcimento è dovuto anche nel caso in cui la vittima primaria sia trascorsa dall’infortunio alla morte in stato di incoscienza.

 

Non risarcibile il danno da perdita della vita

Secondo la Cassazione, tuttavia, il motivo è infondato in tutti i profili in cui si articola. La Suprema Corte in particolare, come avevano fatto i giudici d’appello, richiama la decisione pronunciata dalle Sezioni Unite n. 15350 del 22/07/2015, – appositamente investite all’epoca al fine di definire e precisare il quadro relativo alla risarcibilità iure haereditario del danno da morte immediata -, le quali hanno stabilito che “non è risarcibile nel nostro ordinamento il danno “da perdita della vita”, poiché non è sostenibile che un diritto sorga nello stesso momento in cui si estingua chi dovrebbe esserne titolare”.

“Anche a voler ritenere – continua la Cassazione – in ipotesi – che il richiamo contenuto nella sentenza impugnata alla decisione con cui le Sezioni Unite di questa Corte hanno negato la risarcibilità del c.d. “danno da perdita della vita” sia stato talmente generico da non assolvere l’onere della motivazione, resterebbe il fatto che la suddetta pretesa, se fosse stata esaminata nel merito si sarebbe dovuta comunque rigettare.

Dal punto di vista del diritto civile, infatti, la morte d’una persona può costituire un danno non patrimoniale per chi le sopravvive, e non per chi viene a mancare, e la diversa opinione sostenuta nella isolata decisione invocata dal ricorrente (Cass. 23.1.2014 n. 1361), come accennato, non può essere più condivisa dopo la pronuncia delle Sezioni Unite sopra ricordata, per l’appunto intervenute a comporre il contrasto”.