Articolo Pubblicato il 17 luglio, 2020 alle 10:00.

E’ una decisione che ha fatto subito discutere quella assunta dalla Cassazione con l’ordinanza n. 11483/20 depositata il 9 luglio 2020 con la quale ha definitivamente negato il risarcimento del “danno estetico” a una bambina di Sarno, in Campania, rimasta sfregiata ad una guancia durante il parto: va precisato che la piccola è stata risarcita, ma per la Suprema Corte questa particolare fattispecie di danno rientra nel danno biologico e un suo ulteriore riconoscimento avrebbe portato a un’ingiustificata duplicazione.

 

Danno estetico subito dal neonato durante il parto

Nel 2006 i suoi genitori avevano citato in causa dinanzi al Tribunale di Nocera Inferiore la Asl di Salerno e il medico che aveva fatto nascere la loro figlia con un parto cesareo in quanto quest’ultimo, nell’esecuzione dell’intervento, aveva provocato per imperizia alla piccina una brutta ferita alla guancia sinistra, che era sì guarita ma con con esiti cicatriziali permanenti, estesi per due centimetri. Il padre e la madre avevano pertanto chiesto la condanna della struttura e del sanitario al risarcimento dei danni patiti da loro e dalla neonata.

Con sentenza 4 novembre 2010 il Tribunale, accertato che effettivamente la bimba aveva patito in conseguenza dell’errore medico un’invalidità permanente stimata dal medico-legale incaricato di redigere apposita perizia nella misura del 2-3%, aveva accolto la domanda, stabilendo che andava liquidata una somma di 268.594 euro alla danneggiata: i giudici avevano ritenuto che spettasse alla minore il risarcimento del danno biologico, l’aumento equitativo del relativo risarcimento, il risarcimento del danno estetico e quello per il danno da perdita di chances. Determinò inoltre in 4.773 euro la somma da versare alla mamma.

La Asl e la compagnia di assicurazioni dell’ospedale, UGF Assicurazioni, tuttavia, aveva appellato la decisione e con sentenza del 22 febbraio 2018 la Corte d’appello, accogliendo sul punto il gravame proposto dalla Azienda sanitaria, ritenne che non fosse stata dimostrata l’esistenza di alcun danno da perdita di chances a carico della bambina, e che erroneamente il tribunale avesse accordato alla danneggiata sia il risarcimento del danno biologico, sia quello del danno estetico, in quanto quest’ultimo “non rappresenta una categoria di danno autonoma e diversa rispetto al danno biologico”. Di riflesso, i giudici di secondo grado hanno rideterminato il danno non patrimoniale sofferto dalla danneggiata nella minor somma di 10.707,42 euro, oltre accessori.

 

Mancato riconoscimento del danno e ricorso per Cassazione

Questa volta sono stati quindi i genitori a impugnare la sentenza proponendo ricorso per Cassazione e sostenendo che le somme conteggiate dalla Corte d’appello di Salerno sarebbero state errate.

La madre e il padre della danneggiata hanno censurato la sentenza d’appello nella parte in cui ha liquidato il danno non patrimoniale sofferto dalla figliola, lamentando in particolare il mancato riconoscimento del danno estetico e del danno da perdita di chances lavorative: a loro dire, infatti, quest’ultima consisterebbe nella perdita della possibilità di conseguire un vantaggio futuro e probabile, e nel caso di specie “la menomazione subita dalla piccola, proiettandosi nel futuro, verrà ad incidere su alcune sue chances lavorative che richiedono una bella presenza, come ad esempio il caso di possibili impieghi nelle pubbliche relazioni nel settore privato, nel marketing o, in genere, in tutte quelle situazioni di costante contatto con il pubblico”.

La Suprema Corte rigetta le doglianze

Ma la Suprema corte ha rigettato il ricorso. La Cassazione, ripercorrendo i precedenti gradi di giudizio, ricorda come il consulente tecnico d’ufficio medico legale nominato dal giudice di primo grado, visitata la bambina, avesse stimato (“con valutazione che non risulta contestata dalle parti”) che questa, in conseguenza dell’errore del medico, avesse subito postumi permanenti stimabili nella misura del 2-3%.

Sulla scorta di tale valutazione, proseguono gli Ermellini, la Corte d’appello aveva ritenuto che fosse corretta la liquidazione del danno biologico compiuta dal tribunale, così come la scelta di aumentare il risarcimento del danno alla salute per tenere conto della sofferenza morale soggettiva e quella di accordare alla vittima il risarcimento del danno patrimoniale consistente nella spesa necessaria per un futuro intervento correttivo di chirurgia plastica.

I giudici di seconde cure invece, come si è detto, avevano giudicato erronea la decisione di primo grado di liquidare alla vittima, in aggiunta al risarcimento del danno biologico, un’ulteriore somma di denaro a titolo di risarcimento del “danno estetico”, poiché in tal modo il Tribunale aveva duplicato il risarcimento del medesimo pregiudizio, così come quella di liquidare il risarcimento del danno patrimoniale da perdita delle chances lavorative future, per difetto di prova.

 

Il danno estetico è una lesione alle salute

Secondo la Suprema Corte, entrambe le valutazioni sono conformi a diritto. Ribandendo il proprio orientamento in materia, la Cassazione afferma che il cosiddetto “danno estetico non è che un modo diverso di chiamare le lesioni della salute che guariscano con effetti deturpanti od in-estetismi. Infatti a colui il quale riporti uno sfregio permanente del viso guarito con postumi permanenti, la liquidazione del danno biologico permanente non lascia spazio alcuno per la successiva liquidazione di un preteso danno estetico: in questo caso il danno biologico è il danno estetico, e la liquidazione dell’invalidità permanente ristorerà le conseguenze ordinariamente derivanti da quel tipo di postumi.

Infatti il grado di invalidità permanente determinato dal consulente sulla base di un barème medico legale, e condiviso dal giudice, esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima, restando preclusa la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona, quali il danno alla vita di relazione e alla vita sessuale, e, per l’appunto, il danno estetico.

Per quanto attiene poi, il rigetto della domanda di risarcimento del danno patrimoniale da perdita di chances, la Cassazione puntualizza che la Corte d’appello non ha negato in astratto la risarcibilità di un simile pregiudizio patrimoniale, ma ha semplicemente ritenuto in concreto che di esso non vi fosse una prova sufficiente.

E anche nel ricorso per Cassazione, osservano i giudici del Palazzaccio, non viene mossa alcuna valida censura a questa valutazione, non essendovi indicato “da quali atti, fatti, presunzioni, dichiarazioni confessorie, la Corte d’appello avrebbe dovuto trarre il convincimento che (omissis) in età adulta sarebbe stata costretta a rinunciare ad attività lavorative che, in assenza degli esiti cicatriziali, avrebbe verosimilmente svolto”.

Inoltre, osserva infine la Suprema Corte, vendo il giudice di merito liquidato alla persona danneggiata sia il danno biologico permanente, sia il danno patrimoniale consistente nel costo necessario per rimuovere gli esiti cicatriziali con un intervento chirurgico ad hoc, “viene a cadere la concepibilità stessa di un danno da perdita di chances, dal momento che mercé l’ottenuto risarcimento, la vittima potrà emendare il pregiudizio estetico”. Dunque, ricorso respinto e confermata l’entità del risarcimento stabilito dalla Corte d’Appello.