Articolo Pubblicato il 3 agosto, 2020 alle 11:00.

Ormai l’orientamento della Cassazione al riguardo appare assodato e dovrà tenerne conto chi presenta le richieste di risarcimento. In presenza di un danno permanente alla salute costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico e l’attribuzione di una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi di cui è già espressione il grado percentuale di invalidità permanente. In altre parole, non si può parlare di danno esistenziale “in re ipsa” secondo la Suprema Corte, che ha ribadito il concetto con l’ordinanza n. 16039/20 depositata il 28 luglio 2020.

 

Danno esistenziale non riconosciuto

Un lavoratore calabrese, nel lontano 1990, mentre era intento a svolgere le proprie mansioni nel piazzale antistante l’imbarco delle navi traghetto, era stato urtato da un’auto riportando gravi lesioni personali e aveva pertanto citato in causa il conducente e la compagnia di assicurazione della vettura, Zurich, per essere risarcito.

Quest’ultima, costituitasi in giudizio, aveva eccepito, tra le altre cose, la carenza di legittimazione attiva da parte del danneggiato, in quanto era stato risarcito dei danni riportati da parte dell‘Inail, ma il tribunale aveva accolto la domanda condannando la compagnia, con sentenza del 2003, al pagamento di 93.940 euro.

Quantificazione sostanzialmente confermata anche dalla Corte d’appello di Reggio Calabria, a cui avevano appellato la sentenza sia Zurich Insurance Plc, che insisteva per l’accertamento dell’infondatezza della domanda e censurava la liquidazione del danno patrimoniale e del danno morale nonché l’indicazione dei criteri di calcolo degli interessi, sia il lavoratore, che criticava la mancata liquidazione del danno subito nella sua interezza per un totale, al netto degli oneri ed accessori, di 415.356,57 euro.

Il danneggiato ha dunque proposto ricorso anche per Cassazione deducendo, il motivo che qui interessa, la violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 1226, 2043, 2054, 2056 e 2059 cod. civ. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ. ed ai precedenti in tema di risarcimento del danno non patrimoniale inteso quale modificazione peggiorativa della qualità della vita, dovuta alle ridotte possibilità di svolgere la propria individualità e personalità: la tesi sostenuta dal ricorrente è che il danno conseguenza può essere provato, rimanendo esclusa l’ipotesi del danno “in re ipsa”, anche attraverso elementi presuntivi ricavabili dalla concreta esperienza esistenziale, per dimostrare che è conseguenza pregiudizievole derivata, ex art. 1223 cod. civ.

In buona sostanza, tutto l’apparato argomentativo era diretto a contestare il mancato riconoscimento del danno esistenziale e a dimostrare che, essendo esso un danno ontologicamente in re ipsa, la Corte territoriale avrebbe dovuto ritenerlo logicamente sussistente.

 

Danno esistenziale ricompreso nel danno biologico

Secondo gli Ermellini, tuttavia, il motivo è inammissibile ex art. 360 bis n. 1. “Tutta la censura ruota intorno al mancato riconoscimento del danno esistenziale a fronte del riconoscimento del danno biologico e di quello moraleevidenziano gli Ermellini, ribadendo l’orientamento della Suprema Corte al riguardo e citando la sentenza n 7513/18, secondo cui “non, dunque, che il danno alla salute “comprenda” pregiudizi dinamico-relazionali dovrà dirsi; ma piuttosto che il danno alla salute è un danno dinamico relazionale”.

“Se non avesse conseguenze dinamico-relazionali – prosegue l’ordinanza della Cassazione – la lesione della salute non sarebbe nemmeno un danno medico legalmente apprezzabile e giuridicamente risarcibile.

In presenza di un danno permanente alla salute, costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e l’attribuzione d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi di cui è già espressione il grado percentuale di invalidità permanente (quali i pregiudizi alle attività quotidiane, personali e relazionali, indefettibimente dipendenti dalla perdita anatomica o funzionale: ovvero il danno dinamico-relazionale”.

 

Rientra tutto nel danno dinamico-relazionale

La Suprema Corte sottolinea poi come a ciò abbia fatto seguito una “giurisprudenza conforme e consolidata” sulla non scindibilità di danno biologico e danno esistenziale (rectius dinamico-relazione)”, citando l’ulteriore sentenza n. 8755, secondo cui “il danno esistenziale, essendo stato già riconosciuto e liquidato il danno biologico, inteso, secondo la stessa definizione legislativa, come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico relazionali, non può essere liquidato perché costituirebbe una inammissibile duplicazione risarcitoria”, laddove invece, chiarisce, “quello che ha un autonomo rilievo fenomenologico è il danno morale, che nella specie è stato liquidato”.

Secondo i giudici del Palazzaccio, la sentenza impugnata è dunque esente da critiche, perché essa “non si è resa indisponibile alla liquidazione di una voce di danno ulteriore rispetto a quella avente fonte medico-legale, ma ha ritenuto che non fosse stata provata la ricorrenza del danno richiesto, giacché la relativa domanda si basava su asserzioni generiche non sostenute da fatti concreti”.

Respinto anche il motivo relativo alla rivalutazione degli interessi, il ricorso è stato pertanto rigettato con conferma di quanto statuito dalla Corte d’Appello.