Articolo Pubblicato il 13 luglio, 2020 alle 15:00.

L’accertamento del momento in cui a un paziente viene resa nota l’esistenza della sua malattia, da solo, non è sufficiente per desumerne che a partire da quel momento egli sia anche consapevole della causa della malattia stessa. Pertanto, in mancanza di ulteriori elementi, l’inizio della prescrizione del diritto al risarcimento del danno consistito nella contrazione di una malattia infettiva, causata da un fatto illecito, non si può far decorrere dal momento della sola comunicazione al paziente dell’esistenza della malattia.

A riaffermare con forza questo importante principio la Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con l’ordinanza n. 14480/20 depositata il 9 luglio 2020 con cui ha accolto il ricorso di una donna per il danno patito a causa di un’infezione da virus Hcv causata da una emotrasfusione a cui si era sottoposta nel 1983.

 

Una donna che ha contratto l’epatite C per una trasfusione cita il Ministero della Salute

Nel 2013 la paziente aveva chiesto i danni al Ministero della Salute avanti il Tribunale di Milano, che tuttavia, con sentenza del 2016, aveva rigettato la domanda, ritenendo prescritto il diritto. Con sentenza del 2017 anche la Corte d’appello meneghina aveva rigettato il gravame proposto dalla donna, condividendo il giudizio di intervenuta estinzione del diritto al risarcimento del danno. Secondo i giudici, a fronte del contagio avvenuto nel 1983, il primo atto interruttivo era stato compiuto del 2012, laddove a vittima sin dal 1997 avrebbe avuto piena contezza della malattia, e della sua origine trasfusionale.

Richiesta danni respinta per prescrizione, la paziente ricorre per Cassazione

La danneggiata ha quindi proposto ricorso per Cassazione fondato su due motivi, asserendo in primis che il diritto al risarcimento del danno patito in conseguenza di una emotrasfusione con sangue infetto, come in tutti i casi di danni cosiddetti “a decorso occulto”, decorre non dal momento in cui il danno si sia concretamente verificato, ma da quando il danneggiato può percepirne da un lato l’esistenza, e dall’altro la sua riconducibilità al fatto ingiusto commesso da un terzo.

Nel caso di specie, ha chiarito la ricorrente, il contagio contratto aveva avuto un andamento silente per lunghi anni, e solo nel 2008 si era verificata “una precipitazione della situazione clinica”, e dunque soltanto in tale occasione la paziente aveva saputo ufficialmente di essere ammalata di epatite “C”, e che causa della malattia era stata la trasfusione a cui si era sottoposto 25 anni prima.

 

La ricorrente insiste sulla consapevolezza della riconducibilità della malattia al contagio

La donna ha altresì specificato che in precedenza, in particolare nel periodo intercorso fra il 1983 e il 1997, gli esami a cui si era sottoposta avevano evidenziato soltanto l’alterazione di alcuni valori ematici, circostanza di per sé non sufficiente a integrare la consapevolezza necessaria circa l’esistenza di un danno ingiusto, e di conseguenza a far scattare il decorso del termine di prescrizione.

Secondo la paziente, dunque, la Corte d’appello aveva errato nel ritenere che la semplice conoscenza dell’esistenza d’una malattia fosse di per sé sufficiente a far decorrere la prescrizione del diritto al risarcimento del danno nei confronti di chi quella malattia aveva causato.

La Cassazione accoglie le doglianze

Secondo la Cassazione, il motivo è fondato. La Suprema corte ricorda infatti che, “nel caso di danni a decorso occulto, l’exordium praescriptionis va individuato nel momento in cui il danneggiato, con l’ordinaria diligenza esigibile dal cittadino medio, sia in grado di avvedersi non solo dell’esistenza del danno, ma anche della sua derivazione causale dalla condotta illecita d’un terzo”. Nel caso di specie, invece, la sentenza impugnata “ha prestato un ossequio solo apparente a tale principio” proseguono gli Ermellini.

 

Nella sentenza impugnata provata solo la conoscenza della malattia, non della sua origine

La Corte d’appello infatti, aveva esordito affermando che “l’attrice era consapevole del danno lamentato e della sua riferibilità all’evento lesivo specifico, ossia alle trasfusioni di sangue praticate nel 1983, sin dal 1997“.

I giudici di legittimità avevano quindi elencato tutte le fonti di prova a sostegno dell’assunto: più specificamente, una consulenza tecnica d’ufficio, dalla quale risultava che nel 1993 alla ricorrente era staro diagnosticato un innalzamento lieve delle transaminasi; tre esami ematici, eseguiti nell’arco di un quadriennio (dal 1991 al 1994), che pure evidenziavano la permanenza di elevate transaminasi; un’analisi di laboratorio del 1997, che aveva rilevato la presenza di anticorpi anti-HCV; un’analisi del 1998, all’esito della quale la paziente era risultata positiva per la ricerca del genoma virale HCV-RNA; un’analisi del 2007 sulla scorta della quale era risultata positiva alla ricerca degli anticorpi anti-HCV.

Tutti gli atti elencati dalla Corte d’appello – osservano però i giudici del Palazzaccio – certamente consentivano di affermare che la paziente fosse a conoscenza di essere ammalata. Da quegli atti, tuttavia, non risulta affatto che la paziente, oltre a sapere di essere ammalata, sapesse anche, o potesse sapere con l’uso dell’ordinaria diligenza, che causa della malattia fosse la trasfusione eseguita nel 1983”.

Insomma, l’istruttoria aveva consentito di acquisire documenti comprovanti che la paziente sino al 1994 aveva un alto livello di transaminasi, e dal 1997 aveva sviluppato anticorpi anti-HCV, “ma nessuno dere tali sintomi con la trasfusione del 1983” continua la Cassazione, secondo cui la  Corte d’appello, in definitiva, è effettivamente incorsa nel denunciato vizio di falsa applicazione dell’articolo 2935 c.c.”.

 

Il principio di diritto

Questo perché, torna a ripetere la Suprema Corte, il pronunciamento in questione ha accertato in fatto una serie di circostanze “dimostrative della sola conoscenza, da parte della paziente, dell’esistenza della malattia ma non della sua genesi causale”, e tuttavia ha concluso, sulla scorta di tali circostanze, “che la paziente conoscesse non solo l’esistenza della malattia, ma anche la sua genesi causale”.

La sentenza è stata pertanto cassata con rinvio alla Corte d’appello di Milano, la quale nell’esaminare l’appello proposto dovrà applicherà il seguente principio di diritto:

l’accertamento del momento in cui ad un paziente viene resa nota l’esistenza della sua malattia, da solo, non è sufficiente per desumerne che a partire da quel momento il paziente sia anche consapevole della causa della malattia. Pertanto, in mancanza di ulteriori elementi, l’exordium praescriptionis del diritto al risarcimento del danno consistito nella contrazione di una malattia infettiva, causata da un fatto illecito, non può farsi decorrere dal momento della sola comunicazione al paziente dell’esistenza della malattiai documenti elencati nella sentenza, per come riassunti nella motivazione, lascia intravedere o supporre che a quelle diagnosi avesse fatto seguito anche la sicura possibilità, per la paziente, di collega