Articolo Pubblicato il 15 maggio, 2020 alle 16:09.

Di casi simili ne accadono migliaia ogni anno nelle nostre scuole: i ragazzini, all’intervallo o in mensa, giocano, o litigano, e un alunno, magari più problematico di altri, fa male a un compagno, che riporta lesioni pesanti.

Chi ne risponde? L’istituto scolastico, e quindi il Ministero, a meno che questi non provi che si sia trattato di un incidente del tutto imprevedibile. A riaffermare con forza questo principio la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8811/20 depositata il 12 maggio 2020, con la quale ha dato ragione piena a due genitori ribaltando il pronunciamento dei primi due gradi di giudizio.

 

I genitori di un’alunna chiedono i danni al Miur per l’incidente occorso alla figlia a scuola

Il padre e la madre di un’alunna veneziana avevano citato in causa il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, nonché la compagnia assicurativa chiamata in manleva, Axa, per ottenere il risarcimento dei danni subiti dalla figlia a causa di un incidente occorsole nel cortile della scuola durante la ricreazione: la minore, che si era avvicinata ad un cestino di metallo per gettare un oggetto, era stata avvicinata da un compagno che ne aveva chiuso violentemente il coperchio colpendola all’occhio, rimasto lesionato.

Domanda respinta in primo e secondo grado: il ricorso per Cassazione

Il tribunale di Venezia tuttavia aveva respinto la richiesta e altrettanto aveva fatto, nel 2018, la Corte d’Appello lagunare con con il gravame proposto dai genitori, i quali a quel punto hanno presentato ricorso per Cassazione avanzando tutta una serie di doglianze.

I ricorrenti si sono lamentati del fatto che i giudici di merito non avessero sentenziato in ordine alla domanda di responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c. proposta in primis, per l’inadempimento da parte del personale scolastico ed extra-scolastico dell’obbligo di vigilanza, protezione e cura dei minori avuti in affidamento, responsabilità da applicare anche in relazione agli educatori, con i quali il Convitto in questione aveva un rapporto contrattuale.

Così come hanno eccepito sul fatto che i giudici di secondo grado avessero omesso la motivazione sulla prospettata responsabilità contrattuale dell’istituto scolastico per la lamentata violazione dell’art. 1218 c.c., nonostante fosse pacifico l’affidamento dei minori non agli insegnanti ma a degli educatori, con i quali il Convitto aveva un rapporto contrattuale rivestendo la figura di datore di lavoro e nonostante fosse stata contestata l’idoneità della vigilanza dei minori operata da questi ultimi dopo l’affidamento e, comunque, l’inidoneità dell’organizzazione dell’ora ricreativa anche da parte del Convitto stesso.

 

L’inversione dell’onere della prova

I genitori hanno osservato inoltre di aver provato sia che la loro figlia risultava regolarmente iscritta presso l’istituto in questione sia che il fatto dannoso era avvenuto durante l’orario scolastico, mentre, dopo il pranzo, svolgeva l’attività ricreativa affidata agli educatori, sia che l’alunno che aveva concorso a causare le lesioni all’occhio era stato già segnalato come bambino “difficile” che aveva in precedenza già provocato traumi ai compagni e danni alla scuola, avendo così ampiamente assolto all’onere probatorio che gravava su di loro ai fini del titolo di responsabilità azionato (onere che vale anche per l’art. 2048 c.c.).

Secondo loro tutto questo avrebbe dovuto indurre la Corte d’Appello di Venezia a verificare se il Ministero avesse o meno offerto la prova liberatoria, costituita unicamente dall’impossibilità della prestazione dovuta costituita dall’attenta e fattiva sorveglianza, trattandosi di minori, da parte degli educatori, anche e, soprattutto, in relazione all’alunno “particolarmente vivace”, nonché se avesse o meno offerto la prova dell’esistenza di un’idonea organizzazione dell’attività ricreativa dopo la pausa pranzo e prima del rientro in classe per le lezioni pomeridiane. Il tutto per fatto non imputabile all’istituto e/o al personale al quale era stato demandato l’affidamento dei minori/alunni, oppure di non aver potuto impedire l’evento dannoso.

Il giudice aveva invece motivato la sua decisione di rigetto dell’appello omettendo completamente di considerare il titolo di responsabilità contrattuale e “da contatto” azionato dai genitori della bambina già in primo grado e riproposto con il primo motivo di appello, avendo valutato il fatto come descritto solo sotto la lente della violazione degli artt. 2048 e 2051 c.c., con ciò addossando erroneamente a loro l’onere della prova circa l’adeguatezza, pur dai medesimi contestata e censurata, dell’organizzazione datasi dall’istituto con riferimento all’ora dedicata alle attività ricreative e della conseguente mancata sorveglianza dei minori affidati a soggetti terzi rispetto al personale scolastico. Sarebbe stata così realizzata una immotivata inversione dell’onere probatorio, in violazione del principio generale previsto nell’art. 2697 c.c.”, giacché “l’onere della prova dell’approntamento di idonee misure organizzative ricadevano su parte convenuta/appellato e non certo sui danneggiati”.

 

Censurata anche la decisione circa l’imprevedibilità della condotta dell’alunno “feritore”

Hanno quindi ribadito tutte le loro censure per il fatto che i giudici di secondo grado avessero giudicato “imprevedibile” il gesto del minore che aveva causato l’incidente e non avessero considerato che questi era già segnalato come “bambino assai vivace”, cosicché la controparte era ben a conoscenza della “criticità” dello stesso.

A loro dire non sussisteva nell’accaduto il carattere dell’imprevedibilità, giacché essa va per il custode riferita al caso fortuito, laddove non sarebbe stato nello specifico imprevedibile che un alunno potesse chiudere il coperchio dell’unico contenitore della spazzatura posto al centro del cortile ove si svolge normalmente la ricreazione di tutte le classi e cagionare, volontariamente o meno, lesioni ad un compagno”.

E “non essendo imprevedibile”, la condotta del minore sarebbe stata perciò solo concausa dell’evento dannoso, essendo individuabile come altra causa, per l’appunto, l’omessa predisposizione, da parte del personale scolastico dirigente e/o dal responsabile della sicurezza, di misure organizzative idonee a prevenire che tale oggetto pericoloso, anche se inerte potesse, essere mal utilizzato dagli alunni e recare danno agli stessi o agli altri, unitamente all’omessa idonea e fattiva sorveglianza da parte dell’educatore (se presente) sul comportamento del minore “particolarmente vivace”, proprio durante l’ora riservata al movimento ed allo svago di tutti gli alunni”.

 

La domanda si basa sull’illecito contrattuale ed extracontrattuale

Dunque, i ricorrenti hanno fondato la loro pretesa sulla “responsabilità dell’istituto per aver commesso i suoi preposti un illecito contrattuale ed extracontrattuale per la violazione, in primis, dell’art. 1218 c.c. – il vincolo negoziale derivante dalla domanda di iscrizione, dal quale sorge l’obbligo di vigilanza sulla sicurezza e sull’incolumità dell’allievo nel tempo in cui fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, contratto di protezione – nonché, secondariamente, degli artt. 2043 – 2048 c.c. (con riferimento all’omessa vigilanza degli educatori a ciò preposti e per non aver il Convitto predisposto, in via preventiva, misure organizzative idonee ad evitare il fatto dannoso) e dell’art. 2051 c.c. (in riferimento all’inadeguato e pericoloso cestino dell’immondizia con pesante coperchio in metallo, avendo a riferimento le normative di sicurezza del settore)”.

Pretesa su tali basi riproposta anche in grado di appello.

 

L’ammissione a scuola determina un vincolo negoziale

Ebbene, per la cassazione su questa domanda ala Corte di merito ha totalmente omesso qualsivoglia pronunzia, integrando error in procedendo ex art. 112 c.p.c.

E’ un principio recepito nella giurisprudenza di legittimità – spiegano gli Ermellini – che l’ammissione dell’allievo a scuola determina l’instaurazione di un vincolo negoziale dal quale sorge a carico dell’istituto l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni e, quindi, di predisporre gli accorgimenti necessari affinché non venga arrecato danno agli alunni in relazione alle circostanze del caso concreto: da quelle ordinarie, tra le quali l’età degli alunni, che impone una vigilanza crescente con la diminuzione dell’età anagrafica; a quelle eccezionali, che implicano la prevedibilità di pericoli derivanti dalle cose e da persone, anche estranee alla scuola e non conosciute dalla direzione didattica, ma autorizzate a circolare liberamente per il compimento della loro attività”.

La Corte di merito, nel fondare la propria decisione sulla responsabilità extracontrattuale ex art. 2048 c.c., aveva affermato che “nel caso di specie, nell’atto di citazione l’appellante non ha dedotto ai fini della responsabilità fatta valere l’adozione di un sistema di sorveglianza degli allievi non adeguato, affermando solo che l’evento si era verificato durante la ricreazione in cui i bambini, dell’età di (x) anni, erano sorvegliati da educatori”, al riguardo sostenendo che “se quindi la stessa parte attrice ha dato atto della presenza degli educatori e non ha censurato la loro inadeguatezza per numero, non spettava al Ministero dare una dimostrazione di un fatto non contestato dalla controparte”.

 

Confermato l’errore commesso dalla Corte di merito circa l’onere probatorio

Un assunto, però, del tutto erroneo, secondo la Cassazione, “non essendo una tale prova richiesta in capo al danneggiato laddove incombe all’amministrazione scolastica rispondere del fatto illecito commesso dagli allievi minori sottoposti alla sua vigilanza, e di tale responsabilità speciale (trattandosi di regola che fa eccezione alla regola generale posta all’art. 2043 c.c.) ex art. 2048 c.c., comma 3 si libera “soltanto se prova di non aver potuto impedire il fatto”: la cosiddetta responsabilità aggravata.

La Suprema Corte ribadisce che incombe sull’allievo “l’onere della prova dell’illecito commesso da altro allievo”, quale fatto costitutivo della sua pretesa, mentre “è a carico della scuola la prova del fatto impeditivo, e cioè dell’inevitabilità del danno nonostante la predisposizione, in relazione al caso concreto, di tutte le cautele idonee a evitare il fatto.

 

Amministrazione scolastica responsabile anche se si avvale di terzi per un dato servizio

Gli Ermellini aggiungono anche che quando, come nella specie, nell’espletamento della propria attività la scuola si avvalga dell’opera di terzi, “(anche) l’amministrazione scolastica assume il rischio connaturato alla relativa utilizzazione nell’attuazione della propria obbligazione e, pertanto, risponde direttamente di tutte le ingerenze dannose, dolose o colpose, che a costoro, sulla base di un nesso di occasionalità necessaria, siano state rese possibili in virtù della posizione conferita nell’adempimento dell’obbligazione medesima rispetto al danneggiato e che integrano il “rischio specificoassunto dal debitore, fondando tale responsabilità sul principio cuius commoda eius et incommoda, essendo sufficiente che il fatto illecito sia commesso da un soggetto legato da un rapporto di preposizione con il responsabile, ipotesi che ricorre, non solo in caso di lavoro subordinato, ma anche quando per volontà di un soggetto un altro esplichi un’attività per suo conto.

Al riguardo, la Cassazione osserva che, facendo eccezione alla regola generale di cui al combinato disposto degli art. 2043 e 2697 c.c., l’art. 2051 c.c. integra un’ipotesi di responsabilità caratterizzata da un criterio di inversione dell’onere della prova, “imponendo al custode, presunto responsabile, di dare eventualmente la prova liberatoria del fortuito, c.d. responsabilità aggravata”.

Il custode è cioè tenuto – in ragione dei poteri che la particolare relazione con la cosa gli attribuisce, a cui fanno riscontro corrispondenti obblighi di vigilanza, controllo e diligenza (in base ai quali è tenuto ad adottare tutte le misure idonee a prevenire ed impedire la produzione di danni a terzi, con lo sforzo adeguato alla natura e alla funzione della cosa e alle circostanze del caso concreto), nonché in ossequio al principio di c.d. vicinanza alla prova – a dimostrare che “il danno si è verificato in modo non prevedibile, né superabile con lo sforzo diligente adeguato alle concrete circostanze del caso.

Tale prova consiste nella dimostrazione del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con la cosa in custodia, e può essere data anche con presunzioni, giacché la prova del danno è di per sé indice della sussistenza di un risultato “anomalo”, e cioè dell’obiettiva deviazione dal modello di condotta improntato ad adeguata diligenza che normalmente evita il danno.

 

Sentenza impugnata cassata con rinvio

Per concludere, secondo la Cassazione nella sentenza impugnata non risultano spiegate le ragioni per le quali essa abbia ritenuto “imprevedibile” la condotta del “minore danneggiante”, tanto più in presenza di “pregresse condotte dal medesimo mantenute”.

Parimenti, secondo la Suprema Corte, risulta del tutto “apodittica la ravvisata sussistenza del fortuito idoneo a scriminare la responsabilità ex art. 2051 c.c. dei convenuti (ossia il Ministero, ndr)“, non essendo state spiegate anche qui dalla corte di merito le ragioni in base alle quali essa ha ritenuto che, “quand’anche il cestino fosse stato di tipo diverso ovvero altrimenti allocato e sorvegliato, la condotta dell’allievo minore danneggiante sarebbe stata ugualmente, e con la stessa efficienza causale, posta in essere”.

Di qui l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza, con rinvio alla Corte d’Appello di Venezia, che in diversa composizione  dovrà procedere a un nuovo esame, applicando i principi suesposti.