Articolo Pubblicato il 24 settembre, 2020 alle 18:00.

Con l’ordinanza n. 19186/20 depositata il 15 settembre 2020 la Corte di Cassazione ha affrontato una problematica molto sentita che riguarda centinaia di migliaia di famiglie italiane, quella relativa all’assistenza domiciliare alle persone anziane e, più precisamente, i danni che badanti o assistenti possano cagionare ai pazienti a loro affidati, fornendo utili indicazioni sui profili di responsabilità in questo tipo di contratti e rapporti di lavoro.

I danneggiati e i loro familiari possono ovviamente richiedere il risarcimento, ma bisogna prestare particolare attenzione a come viene proposta la domanda, perché una cosa è la responsabilità contrattuale, un’altra la responsabilità aquiliana.

 

La corte d’appello condanna una badante a risarcire un’anziana per “culpa in vigilando”

La vicenda riguarda una causa promossa da un’anziana, deceduta nel corso del procedimento, e dal figlio perché fosse accertata la responsabilità civile di una badante, incaricata dell’assistenza domiciliare della donna, non autosufficiente, per i danni patrimoniali e non conseguiti alle lesioni personali, la frattura del femore destro, che la paziente aveva subìto, cadendo dalla sedia a rotelle. La Corte d’Appello di Roma, in parziale riforma della decisione di primo grado, con sentenza del 2018 aveva accolto l’appello dalla danneggiata e dal figlio, accertando la responsabilità civile dell’imputata e condannandola al risarcimento dei danni da liquidarsi nel prosieguo del giudizio.

La Corte territoriale aveva invece rigettato il medesimo appello concernente l’altra domanda di condanna al risarcimento dei danni nei confronti della ex amministratrice della società, nel frattempo cancellata dal registro delle imprese, della quale la badante era dipendente. Il Giudice di appello aveva ritenuto che l’avere quest’ultima continuato ad agire come amministratore, anche dopo l’estinzione della società, non aveva inciso sull’esecuzione del contratto e, in ogni caso, la domanda risarcitoria risultava proposta nei confronti di soggetto non titolare della posizione passiva del rapporto, potendo ritenersi tali soltanto i soci, ex art. 2495, comma 2, c.c.

L’assistente domiciliare ricorre per Cassazione

Contro quest’ultima sentenza la badante ha proposto ricorso per Cassazione lamentando, in particolare, il fatto che con l’atto di citazione e con l’istanza di accertamento tecnico preventivo fosse stata fatta valere della controparte esclusivamente  la “responsabilità extracontrattuale” ex artt. 2043 e 2049 c.c., in relazione alla violazione del dovere di “neminem laedere”, nei confronti, rispettivamente, suoi, per non aver attentamente vigilato sull’incapace, e della sua datrice di lavoro, e che soltanto con i motivi di gravame, cioè appunto in appello, il figlio dell’anziana avesse richiesto di qualificare la responsabilità come “ex contractu”, contestandole l’inadempimento alle obbligazioni contrattuali e ritenendosi in tal modo assolto da ogni ulteriore onere della prova, in relazione all’elemento della colpa, venendo a ricadere in questo caso sul prestatore del servizio l’onere della prova liberatoria ex art. 1218 c.c.

 

La ricorrente contesta l’esistenza di un contratto di assistenza

Inoltre, essa obiettava come i giudici di seconde cure avrebbero erroneamente individuato la esistenza di un “contratto di assistenza” stipulato con lei dall’anziana, visto che tale circostanza di fatto non era mai stata dedotta in primo grado, trattandosi quindi di mera congettura priva di riscontri nei fatti allegati e provati in giudizio, e che aveva condotto persino all’accertamento della violazione di una obbligazione contrattuale il cui oggetto era una prestazione rimasta indefinita nel suo contenuto e che non avrebbe potuto pertanto costituire parametro dell’asserito inadempimento. Nello stesso controricorso proposto dal figlio della danneggiata, egli riferiva di aveva preso contatti con la società e la sua amministratrice affinché venissero forniti servizi di assistenza domiciliare alla madre non autosufficiente, e che era quest’ultima – alla quale egli eseguiva tutti i pagamenti convenuti e a cui mensilmente inviava per fax i riepiloghi dettagliati delle ore di assistenza fornite al fine del calcolo del corrispettivo dovuto – ad averle affidato tale incarico.

La Suprema Corte accoglie il ricorso

Per la Cassazione i motivi sono fondati. La Suprema Corte spiega che l’indagine deve essere innanzitutto indirizzata a verificare se, nel caso concreto, la trasformazione del rapporto da extracontrattuale a contrattuale venga ad integrare una mera – differente – “qualificazione giuridica” della fattispecie concreta, o venga, invece, a incidere sugli stessi “elementi identificativi della domanda”, determinando una innovazione rispetto alla pretesa originaria.

 

Due tipologie di responsabilità civile ben distinte sotto il profilo processuale

La Cassazione opta per la seconda ipotesi, rilevando subito gli effetti rilevanti che attengono al diverso regime processuale dell’onere probatorio e della prescrizione estintiva, previsti per le due tipologie di responsabilità civile qui in discussione: “la scelta processuale della applicazione, alla fattispecie dedotta in giudizio, dei peculiari regimi del riparto dell’onere delle prova e della prescrizione, esplicherà senza dubbio rilevanti riflessi sul piano delle modalità di esercizio della difesa e sulla effettività della garanzia del contraddittorio nel corso del processo” scrivono gli Ermellini, specificando altresì che “il risarcimento del danno esige che l’attore indichi espressamente i “fatti materiali” che assume essere stati lesivi del proprio diritto, a pena di nullità per violazione dell’art. 163, n. 4, cod. proc. civ., costituendo tali fatti materiali gli elementi indispensabili ad identificare la “causa petendi”, ossia il titolo o meglio il fatto genetico del diritto di cui si chiede la tutela”.

Fatti storici cambiati dal primo al secondo grado

Venendo al caso in esame, il Collegio osserva che i “fatti storici” originariamente allegati a sostegno dell’azione svolta in primo grado dalla danneggiata e dal figlio sono stati “sostituiti od integrati da fatti nuovi e diversi dedotti con i motivi di gravame. L’appellante non si è limitato a contestare la sentenza di primo grado, in quanto avrebbe qualificato giuridicamente la fattispecie concreta sub specie di illecito extracontrattuale, quando invece, avrebbe potuto disattendere il “nomen juris” indicato dalla parte attrice nell’atto introduttivo e sussumere i medesimi fatti materiali nello schema dell’inadempimento contrattuale.

Questa richiesta di una diversa qualificazione giuridica dei fatti viene sollecitata dall’appellante alla Corte territoriale, non sull’errore qualificatorio compiuto dal primo giudice, sebbene in relazione all’esito negativo della valutazione dei fatti dimostrati in giudizio a sostegno della domanda risarcitoria formulata per violazione del dovere del “neminem laedere” ravvisata nella condotta della (omissis) quale incaricata dalla (omissis), cui si aggiungeva la responsabilità oggettiva per fatto altrui del committente ex art. 2049 c.c., avendo il Tribunale rigettato la domanda, in quanto la parte attrice non aveva assolto all’onere della prova dei fatti costituivi del diritto derivante dall’asserito “illecito extracontrattuale“.

Il figlio dell’anziana, con il motivo di gravame in appello, aveva infatti lamentato che “non di responsabilità aquiliana si tratta ma di responsabilità contrattuale avendo la (omissis) assunto l’incarico di prendersi cura di una persona gravemente inferma”.

Su tale allegazione posta a fondamento del gravame principale, rilevano i Giudici del Palazzaccio, la Corte d’appello ha ritenuto sussistente un contratto di assistenza alla persona stipulato tra l’imputata e la danneggiata e “ha quindi applicato il diverso regime dell’onere prova, in quanto, essendo presunta, ex art. 1218 c.c., la colpa dell’obbligato nell’inadempimento della prestazione, spettava alla assistente fornire la prova liberatoria”, e ha inoltre – a questo punto superfluamente – rivalutato l’unico mezzo di prova assunto nel giudizio (l’interrogatorio formale della imputata), confermando l’inadempimento per colpa della operatrice”.

 

Il supposto contratto danneggiata-operatrice ha modificato il “quadro fattuale”

Se fossero rimasti immutati i “fatti materiali”, allegati ed acquisiti nel primo grado di giudizio, la Corte d’appello si sarebbe limitata a riqualificare come azione di risarcimento del danno da responsabilità contrattuale quella che originariamente era stata impostata come azione di risarcimento danni per responsabilità extracontrattuale: in questo caso – puntualizza la Cassazione – “tale attività non esulerebbe dall’ambito consentito al Giudice di merito, investito specificamente sul punto con motivo di gravame – di dare alla fattispecie concreta, una qualificazione giuridica diversa da quella attribuita dal primo Giudice.

Il problema è che “proprio la allegazione in fatto, su cui risulta fondato il motivo di gravame, che l’operatrice aveva concluso il contratto di assistenza con l’anziana, viene a costituire una modifica del “quadro fattuale”, atteso che il rapporto contrattuale indicato, ancor prima che essere riguardato come fonte di produzione di effetti giuridici e della obbligazione inadempiuta, deve trovare riscontro negli elementi spaziali, temporali e materiali che ne costituiscono il substrato storico: tali essendo la individuazione dei soggetti, i contatti intercorsi tra i soggetti, le modalità ed i tempi in cui si sono svolti, le prestazioni richieste e le condotte materiali tenute dai soggetti”.

Specificazioni tanto più necessarie, quanto più ci si discosta dallo schema tipico del “tipo” contrattuale previsto e disciplinato – quanto al contenuto delle prestazioni principali od essenziali – dalle norme codicistiche o speciali. “L’affermazione che tra l’anziana e la badante fosse intercorsa una trattativa e che all’esito la seconda si fosse vincolata personalmente a svolgere determinate prestazioni definite nel contenuto dietro corrispettivo, si traduce nell’allegazione di una sequenza di fatti materiali ( che sorreggono la domanda di accertamento della responsabilità per violazione dei patti contrattuali) introdotti per la prima volta, e dunque inammissibilmente, in grado di appello”.

Con il motivo di gravame – conclude la Suprema Corte – è stato infatti introdotto un nuovo tema di indagine sul quale, in primo grado, non si era svolto il contraddittorio, dovendo quindi qualificarsi come nuova la domanda, poiché i “fatti storici” allegati in primo grado dall’attore (secondo cui tutte le trattative si erano svolte invece svolte tra il figlio dell’anziana e l’amministratrice della società cui venivano corrisposte le somme dovute), postulano una ricostruzione degli accadimenti oggettivamente diversa da quella riscontrabile nei fatti allegati con l’atto di impugnazione in grado di appello, in quanto vengono ad essere immutati i termini soggettivi delle sopra descritte condotte, viene indicato un nuovo e diverso contraente e si deduce, per la prima volta, la materiale esistenza di trattative intercorse direttamente tra l’assistente e l’anziana e il figlio in ordine alla definizione del contenuto delle prestazioni e del corrispettivo”.

In conclusione il ricorso è stato accolto, la sentenza cassata e il caso rinviato per il suo riesame alla Corte d’appello partenopea.