Articolo Pubblicato il 5 agosto, 2020 alle 12:00.

Chi risponde dei danni causati da un animale domestico? Il proprietario o chi ne ha in quel momento la custodia? Anche entrambi, se i titoli di responsabilità sono diversi.

Con la sentenza n. 9661/2020 depositata il 26 maggio 2020 la Cassazione è tornata ad occuparsi di una questione molto sentita, quella delle aggressioni da parte dei cani e, nello specifico, si trattava anche di un una razza particolarmente pericolosa.

 

Una donna aggredita da un pitbull chiede i danni alla proprietaria

Una donna era stata appunto aggredita da un pitbull e aveva citato in causa avanti al Tribunale di Velletri la sua proprietaria, chiedendo che fosse condannata al risarcimento dei danni personali subiti. La padrona si era costituita in giudizio obiettando che il cane, al momento dell’aggressione, era custodito da un’altra donna e dal suo fidanzato, e chiedendo comunque di poter chiamare in garanzia la compagnia di assicurazione con cui aveva stipulato una polizza per la responsabilità civile verso terzi, Sara Assicurazioni, per essere manlevata in caso di condanna. Quest’ultima si era a sua volta costituita chiedendo di poter chiamare in garanzia il fidanzato della donna che aveva in custodia il cane, il quale, costituendosi, aveva chiesto il rigetto della domanda. Insomma, una matassa particolarmente intricata.

Il Tribunale aveva accolto la domanda di risarcimento, condannando la proprietaria, la sua assicurazione e il “custode”, in solido tra loro, a risarcire i danni, oltre alle spese di lite. In buona sostanza i giudici avevano ravvisato a carico della padrona la responsabilità ai sensi dell’art. 2052 cod. civ., mentre a carico del custode quella di cui all’art. 2043.

 

La Corte d’Appello scagiona l’uomo che aveva la custodia del pitbull

La sentenza era stata tuttavia appellata in via principale da Sara Assicurazioni e in via incidentale dall’uomo che aveva in custodia l’animale: nelle more del giudizio, era intervenuta una transazione tra la compagnia e la danneggiata, per cui la Corte d’Appello di Roma aveva dichiarato cessata la materia del contendere in ordine a tale domanda.

Quanto, invece, all’appello incidentale, i giudici di seconde cure, con sentenza del 29 novembre 2017, avevano ritenuto il gravame fondato, rigettando quindi la domanda proposta nei confronti del custode: secondo la Corte d’Appello, la responsabilità del proprietario, riconosciuta in primo grado, andava a escludere quella del custode, essendo le medesime alternative l’una all’altra.

Contro questo pronunciamento la danneggiata ha infine proposto ricorso per Cassazione lamentando che la concreta dinamica dei fatti avrebbe comprovato, nello specifico, la responsabilità solidale del proprietario e del custode, dal momento che nessuno dei due aveva dimostrato l’imprevedibilità, l’eccezionalità o inevitabilità dell’evento, tanto più che entrambe le condotte avevano contribuito a determinare l’evento.

 

Responsabilità a titolo oggettivo e in via alternativa

Un motivo che la Suprema Corte reputa fondato. Gli Ermellini osservano che la Corte d’Appello, a sostegno della propria decisione, aveva richiamato la giurisprudenza della stessa Cassazione secondo cui la responsabilità per il danno causato dall’animale, prevista dall’art. 2052 cod. civ., incombe a titolo oggettivo e in via alternativa o sul proprietario, o su chi si serve dell’animale, “intendendosi per tale non già il soggetto diverso dal proprietario che vanti sull’animale un diritto reale o parziale di godimento, che escluda ogni ingerenza del proprietario sull’utilizzazione dell’animale, ma colui che, col consenso del proprietario, ed anche in virtù di un rapporto di mero fatto, usa l’animale per soddisfare un interesse autonomo, anche non coincidente con quello del proprietario”.

I giudici del Palazzaccio confermano questa giurisprudenza, facendo però notare che i giudici territoriali l’hanno richiamata in modo improprio.

Le sentenze citate al riguardo, infatti, puntualizza la Cassazione, avevano specificato che la responsabilità oggettiva prevista dall’art. 2052 può essere posta a carico, in via alternativa, del proprietario dell’animale o di chi se ne serve per il periodo in cui l’ha in uso, “e l’alternatività è dimostrata dall’uso della congiunzione disgiuntiva “o” contenuta nell’articolo citato”.

 

Possibile il concorso di responsabilità se i titoli sono diversi

Tali sentenze, però, prosegue la Suprema Corte, hanno anche chiarito che “il carattere alternativo concerne la responsabilità ai sensi della disposizione citata, ma che tanto non impedisce che dell’azione dell’animale possa rispondere anche altro soggetto, svincolato da un rapporto di custodia”: in questo caso non si tratta più di una responsabilità ai sensi dell’art. 2052 cit., bensì “di responsabilità aquiliana ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., la quale presuppone l’accertamento del dolo o della colpa e può concorrere con quella indicata dall’art. 2052 cit.”.

In altre parole, “il concorso di responsabilità è ben possibile ove i titoli siano diversi”, ed è esattamente la situazione verificatasi nella vicenda in questione. “La sentenza impugnata, infatti – conclude la Cassazione – ha dato conto del fatto che il Tribunale aveva affermato la responsabilità solidale della proprietaria della società di assicurazione della medesima e del custode, la prima ai sensi dell’art.2052 cod. civ. e quest’ultimo ai sensi dell’art. 2043 del medesimo codice. Il primo giudice, quindi, aveva condannato entrambi i soggetti che avevano avuto la responsabilità dell’animale, sul presupposto evidente che la danneggiata avesse esteso la propria domanda, ai sensi dell’art. 2043 cit., nei confronti del custode.

Da tanto consegue che la Corte d’appello non poteva escludere la responsabilità di quest’ultimo per il solo fatto che fosse stata ritenuta la responsabilità della proprietaria, posto che i titoli erano diversi, ed avrebbe invece dovuto spiegare il perché fosse da escludere la responsabilità del custode ai sensi dell’art. 2043 citato. Né, d’altra parte, la sentenza impugnata ha detto alcunché in ordine all’effettiva estensione della domanda risarcitoria da parte della danneggiata nei confronti di quest’ultimo”.

La sentenza impugnata è stata dunque cassata e il giudizio è stato rinviato alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, la quale dovrà decidere sulla causa attenendosi a tale principio.