Articolo Pubblicato il 25 settembre, 2020 alle 12:00.

La consulenza tecnica d’ufficio nei giudizi di responsabilità medica costituisce uno strumento istruttorio imprescindibile. Grazie ad essa, infatti, è possibile colmare le inevitabili lacune tecniche dei giudici nella materia e giungere a decretare con le opportune conoscenze la sussistenza o meno di un danno alla salute imputabile a un intervento sanitario o alla condotta di uno o più medici.

Il ricorso alla Ctu e, soprattutto, la sua valutazione però non possono essere per così dire “acritiche”, ma vanno effettuate tenendo conto di una serie di elementi e di principi, come ha ben chiarito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 19631/20 depositata il 18 settembre 2020 e relativa per l’appunto ad un caso di presunta malpractice sanitaria.

 

Un paziente rimane paraplegico e cita in causa l’ospedale

Un paziente aveva citato in giudizio avanti il tribunale di Roma l’Azienda Policlinico Umberto I di Roma e un suo medico per ottenerne la condanna solidale al risarcimento dei danni, biologico, morale, biologico dinamico relazionale e patrimoniale, imputabili a negligenza.

Egli riferiva e documentava di essere stato ricoverato presso la struttura una prima volta nell’agosto del 2000, con diagnosi di ingressofebbre di origine sconosciuta“, e di esservi stato dimesso a seguito di una serie di accertamenti diagnostici che non avevano individuato l’origine del quadro patologico; di essere stato nuovamente ricoverato nel mese successivo e rimandato a casa con la diagnosi “febbre di origine sconosciuta, anemia iporigenerativa, gammopatia monoclonale” e con la prescrizione di una cura a base di farmaci steroidei ed immunostimolanti; di aver subìto un ennesimo ricovero nel gennaio del 2001 a causa della persistenza della sintomatologia e di essere stato dimesso, dopo essere stato sottoposto ad un ciclo di chemioterapia, con una diagnosi di mieloma multiplo in II stadio e mielofibrosi secondaria; di essere tornato all’Umberto I nel mese di marzo, sempre del 2001, accusando forti dolori alla colonna vertebrale, venendo questa volta dimesso con diagnosi di “algia al rachide da compressione in paziente con mieloma multiplo“; di essere stato infine sottoposto, il 23 maggio 2001, a un intervento di scheletrizzazione dorsale, nel corso del quale era stata accertata la presenza di materiale purulento trattato con antibiotico.

Il paziente era rimasto paraplegico e imputava questa paraplegia dalle conseguenze irreversibili – in ciò supportato anche da alcune consulenze specialistiche, alla negligenza professionale dei medici. Nel giudizio intervenivano anche la moglie e i figli lamentando il danno riflesso.

Il ricorso per Cassazione dopo il rigetto della domanda risarcitoria in primo e secondo grado

Sia il Tribunale di Roma, con sentenza del 2011, sia la Corte d’Appello di Roma, con la sentenza del 2018, però, avevano rigettato la sua richiesta, di qui l’ulteriore ricorso per Cassazione. Con il primo motivo, quello che più interessa, il ricorrente lamentava per l’appunto l’omesso rinnovo della Ctu o dei chiarimenti della Ctu in sede di appello e la sua erronea valutazione.

Il danneggiato ha sottolineato il fatto che, nonostante sette ricoveri, egli non era stato sottoposto né a una risonanza magnetica né ad una Tac della zona dorsale, che solo al terzo tentativo di ago aspirato midollare con biopsia ossea gli erano stati riscontrati valori tali da consentire di diagnosticare un mieloma multiplo al secondo stadio e mielofibrosi secondaria, che la diagnosi di mieloma non era stata successivamente mai confermata (inoltre, nonostante la diagnosi solitamente ad esito infausto e l’interruzione del trattamento chemioterapico, la malattia dopo 11 anni non si era); che la stessa Ctu non aveva saputo fornire una spiegazione circa l’origine dell’infezione vertebrale, non essendo stata in grado di chiarire se essa e gli effetti derivati fossero stati determinati da un ritardo diagnostico o da una complicanza del mieloma, favorita dalla diminuzione dei poteri di difesa compromessi dalla chemioterapia.

 

La complessità del caso avrebbero richiesto una rinnovazione della Ctu

Tutte queste circostanze, secondo il paziente, avrebbero dovuto indurre a ritenere con elevato grado di probabilità erronea la diagnosi di mieloma e a privilegiare la tesi che i problemi riscontrati fossero da ascriversi ad una spondilodiscite purulenta causata da infezione stafilococcica, mentre la Corte territoriale, senza neppure accogliere la richiesta di rinnovazione della Ctu o la chiamata a chiarimenti del consulente tecnico, aveva a suo dire erroneamente ritenuto non provata la derivazione della paraplegia da un errore diagnostico imputabile ai sanitari né dal ritardo con cui fu eseguito l’intervento di stabilizzazione e di decompressione vertebrale rispetto alla diagnosi di crollo della vertebra D5.

La Cassazione rigetta il ricorso

Per la Suprema Corte, tuttavia, il motivo è inammissibile. “Va ribadito che in tema di consulenza tecnica d’ufficio – chiariscono gli Ermellini – il giudice di merito non è tenuto, anche a fronte di una esplicita richiesta di parte – la quale, ove ricorrente, non integra gli estremi di una istanza istruttoria, non essendo la Ctu qualificabile come mezzo di prova in senso proprio -, a disporre una nuova Ctu, atteso che il rinnovo dell’indagine tecnica rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito, sicché non è neppure necessaria una espressa pronunzia al fine di motivare il non accoglimento della richiesta”.

 

La Ctu non può essere utilizzata per alleggerire l’onere probatorio delle parti

Inoltre, aggiunge la Cassazione, “la Ctu non può essere utilizzata per colmare le lacune probatorie in cui sia incorsa una delle parti o per alleggerirne l’onere probatorio. Le parti, infatti, non possono sottrarsi all’onere probatorio di cui sono gravate, ai sensi dell’art. 2697 cod.civ., e pensare di poter rimettere l’accertamento dei propri diritti all’attività del consulente. Il ricorso al consulente deve essere disposto non per supplire alle carenze istruttorie delle parti o per svolgere una indagine esplorativa alla ricerca di fatti o circostanze non provati, ma per valutare tecnicamente i dati già acquisiti agli atti di causa come risultato dei mezzi di prova ammessi sulle richieste delle parti”.

Nello specifico, peraltro, i giudici del Palazzaccio osservano anche che tutte le censure mosse alla decisione impugnata “sono sganciate da ogni riferimento comparativo alla pronuncia. La sentenza, infatti, premessa la difficoltà diagnostica occorsa nel caso di specie (provata dalla pluralità di ricoveri, dalla molteplicità degli esami diagnostici, dalla ripetizione degli stessi), ha reputato esente da critiche l’operato degli appellati che anzi avevano dato prova di “abnegazione”, ripetendo più volte le analisi, chiedendo consulti, mettendo in campo tutti i presidi previsti. Le difficoltà oggettive riscontrate, nonostante le valutazioni di una equipe di specialisti e l’esecuzione di accertamenti a 360 gradi, avevano fatto sì che solo al terzo tentativo di ago aspirato midollare potesse formularsi la diagnosi di mieloma multiplo II stadio e mielofibrosi secondaria e che il paziente venisse trattato in relazione ad essa”.

Insomma, secondo la Cassazione in realtà la Ctu non avrebbe mai dubitato della correttezza della diagnosi di mieloma (“l’ha giudicata formulata secondo canoni rigorosi e basata su dati obiettivi”), e non avrebbe affatto escluso che la causa della paraplegia dovesse individuarsi nelle complicazioni degli esiti di mieloma multiplo complicato da processo osteomielitico di D5, ma soprattutto “ha respinto la tesi che agli appellati dovesse rimproverarsi di avere formulato la diagnosi con ritardo o che la paraplegia incorsa nell’odierno ricorrente fosse riconducibile ad un errore o un ritardo diagnostico, perché, al contrario, ha giudicato del tutto adeguata la loro condotta”.

 

La Ctp non aveva indicato alternative diagnostiche

Gli Ermellini evidenziano altresì come la sentenza impugnata desse atto anche delle osservazioni del consulente tecnico di parte, “rilevando che non avevano fornito un’alternativa diagnostica su basi scientifiche, essendosi il Ctp limitato a sollevare dei dubbi sulla causa della paraplegia. Non vi è nulla nelle argomentazioni difensive dei ricorrenti che giustifichi le censure mosse alla decisione impugnata, risolvendosi esse in una generica contestazione delle valutazioni del Ctu, priva di rilievi circostanziati, supportati scientificamente e confrontati con gli esiti degli accertamenti cui il ricorrente fu sottoposto”.

Le stesse censure peraltro, già sollevate nel giudizio di appello “e disattese motivatamente, benché succintamente dalla Corte territoriale, la quale, secondo un principio consolidato, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova (quale è la relazione peritale, cui il giudicante può operare integrale riferimento ove ritenuta esente da censure) con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, risultino logicamente incompatibili con la decisione adottata.

Il giudice del merito – conclude la Suprema Corte -, quando aderisce alle conclusioni del Ctu che, nella sua relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del proprio convincimento: non è necessario, quindi, che egli si soffermi sulle contrarie deduzioni dei consulenti di fiducia”.

Per la cronaca sono stati rigettati anche gli altri motivi del ricorso, riguardanti la distribuzione dell’onere della prova in tema di responsabilità contrattuale, il risarcimento del danno per perdita della chance a causa di inadempimento diagnostico colpevole, del danno esistenziale, del danno biologico, dinamico-relazionale nonché il mancato riconoscimento del danno alla capacità lavorativa.