Articolo Pubblicato il 4 aprile, 2020 alle 9:00.

Tra i vari emendamenti presentati in questi primi giorni di aprile 2020 al Senato al Decreto Cura Italia spiccano quelli, proposti un po’ da tutte le forze politiche, per tutelare e mettere al riparo medici e infermieri in prima linea nella battaglia contro il coronavirus da eventuali cause e richieste risarcitorie future.

 

Lo “scudo giuridico” per i sanitari che devono operare nell’emergenza

Oltre mettere quotidianamente a rischio la loro stessa vita per salvarne tante altre, infatti, le migliaia di operatori sanitari impegnati al “fronte” del Covid-19 rischiano anche di trovarsi, magari più avanti, quando l’emergenza sarà finita, al centro di controversie giudiziarie per presunte colpe nella gestione dei pazienti che non ce l’hanno fatta.

Del resto, in questa situazione di stress totale e, soprattutto, di carenza di personale, posti letto e di attrezzatura per fronteggiare una tale pandemia, alcuni ritardi ed errori sono stati inevitabili (si pensi ai focolai di contagio), così come sono state inevitabili le terribili scelte che a volte i medici hanno dovuto compiere sui pazienti, assegnando i pochi respiratori disponibili a coloro che avevano maggiori possibilità di farcela: non è un caso che i familiari di alcuni malati “sacrificati” si siano già rivolti a dei legali.

Di qui, anche per continuare a far lavorare il personale in (si fa per dire) serenità, l’idea di una sorta di “scudo giuridico” che tenga conto della situazione del tutto emergenziale e anche drammatica in cui gli operatori si sono trovati ad affrontare.

 

La proposta di estendere la tutela anche a chi “sta in alto”

Su questo probabilmente sono d’accordo tutti o quasi, un po’ meno sull’estendere quest’ombrello anche a chi sta sopra, ai responsabili amministrativi, ai burocrati fino ai vertici della catena di comando della sanità e ai politici, a cui in questi giorni si stanno imputando innumerevoli responsabilità, dalla mancata predisposizione di linee guida aggiornate da seguire, alla sottovalutazione del pericolo (molti bollavano il coronavirus come poco più di un’influenza), fino ad arrivare ai tagli che hanno ridotto ospedali e posti letto, sguarnendo i presidi.

Di fronte a un bilancio ancora molto provvisorio di 13.915 decessi a tutto il 2 aprile 2020 (la strage continua) c’è chi ha già chiesto l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta per capire cosa non abbia funzionato e di chi siano le colpe.

 

L’emendamento del Partito Democratico

L’emendamento, tra i vari, che con molta probabilità sarà accolto, sia pur riformulato, quello proposto dal Partito Democratico con primo firmatario il senatore Andrea Marcucci, nella sua discussa versione originale si caratterizzava appunto per questo, e cioè nel voler estendere questa protezione giuridica non solo ai medici ma anche ai responsabili gestionali della crisi.

Il Pd, dopo l’articolo 1 del titolo 1 del Decreto Cura Italia, quello contenente le misure di potenziamento del servizio sanitario nazionale, ha proposto di inserire un articolo 1-bis che recitava: “Per tutti gli eventi avversi che si siano verificati o abbiano trovato causa durante l’emergenza epidemiologica COVID-19 di cui alla delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, le strutture sanitarie e socio sanitarie pubbliche e private e gli esercenti le professioni sanitarie – professionali – tecniche amministrative del Servizio sanitario non rispondono civilmente, o per danno erariale all’infuori dei casi in cui l’evento dannoso sia riconducibile:

  • a condotte intenzionalmente finalizzate alla lesione della persona;
  • a condotte caratterizzate da colpa grave consistente nella macroscopica e ingiustificata violazione dei principi basilari che regolano la professione sanitaria o dei protocolli o programmi emergenziali predisposti per fronteggiare la situazione in essere;
  • a condotte gestionali o amministrative poste in essere in palese violazione dei principi basilari delle professioni del Servizio sanitario nazionale in cui sia stato accertato il dolo del funzionario o dell’agente che le ha poste in essere o che vi ha dato esecuzione».

La proposta ha ovviamente diviso, in primis i politici stessi, alcuni dei quali assolutamente contrari a dare un colpo di spugna a responsabilità non di carattere sanitario e medico, ma manageriale e anche politico e a tutelare più che gli operatori, la direzione gestionale e politica dell’emergenza: durissime, al riguardo di questa limitazione della responsabilità di fatto quasi solo al dolo, anche le reazioni di molti avvocati.

 

La riformulazione del testo

Sta di fatto che Governo a maggioranza nella serata del 2 aprile sembrano aver raggiunto un’intesa con una riformulazione dell’emendamento in questione, escludendo il personale tecnico e amministrativo, ma nello stesso tempo prevedendo il più generale riferimento alla struttura sanitaria.

L’articolo 1-bis che verrà integrato nel testo del Decreto dovrebbe quindi recitare dunque così: “in ragione della eccezionalità dell’emergenza sanitaria determinata dal diffondersi del COVID-19, in relazione agli eventi dannosi che in essa abbiano trovato causa, la responsabilità civile delle strutture sanitarie e sociosanitarie, pubbliche o private, e degli esercenti le professioni sanitarie è limitata ai casi in cui l’evento dannoso risulta riconducibile a condotte poste in essere con dolo o colpa grave“.

E si specifica anche cosa si intende per colpa grave, quella cioè “consistente nella palese e ingiustificata violazione dei principi basilari che disciplinano la professione sanitaria o dei protocolli o programmi emergenziali eventualmente predisposti per fronteggiare la situazione in essere“.

Dunque, soltanto in quest’ultimo caso si potrà parlare di violazione dell’articolo 590 sexies del codice penale che punisce chi causa morti o lesioni personali in ambito sanitario.

Nell’emendamento si specifica altresì che per valutare la gravità della colpa andranno considerati anche “la proporzione tra le risorse umane e materiali disponibili e il numero di pazienti su cui è necessario intervenire, nonché il carattere eterogeneo della prestazione svolta in emergenza rispetto al livello di esperienza e di specializzazione del singolo operatore”.