Articolo Pubblicato il 27 febbraio, 2020 alle 18:34.

In questi giorni di febbraio 2020 segnati dall’emergenza sanitaria del coronavirus, sono migliaia le persone che hanno dovuto rinunciare a servizi già acquistati.

Il caso più frequente e inderogabile è quello dei viaggi con il relativo acquisto di biglietti aerei o ferroviari: solo per citare un esempio, sono stati bloccati tutti i viaggi d’istruzione scolastica.

 

Legittima la richiesta di restituzione delle somme già versate

Ma in questi casi, è la domanda più frequente, il consumatore può richiedere la restituzione delle somme già corrisposte?

La risposta è affermativa e, anche se, nei propri siti, le società di trasporti hanno pubblicato “opuscoli” informativi finalizzati alla restituzione delle spese (o a posticipare i viaggi con un bonus elettronico di pari importo, utilizzabile entro un determinato tempo dalla data di emissione), è bene fare subito chiarezza, normativa alla mano.

Le norme che regolano i rapporti contrattuali, infatti, sono chiare e ammettono la possibilità che possono sopravvenire delle circostanze che impediscono di onorare il contratto. In queste circostanze si può richiederne la risoluzione e quindi si può scegliere il vincolo contrattuale senza perderci.

 

La risoluzione del contratto

La risoluzione del contratto è un istituto disciplinato dall’art. 1463 del codice civile, che recita, testualmente: “nei contratti con prestazioni corrispettive, la parte liberata per la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta non può chiedere la controprestazione e deve restituire quella che abbia già ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione dell’indebito. Ad esempio, se un locatore deve consegnare a un’altra persona, il conduttore, un immobile in locazione ma questo viene distrutto da un crollo, il primo è liberato dalla propria obbligazione ma non può pretendere dal secondo il versamento dei canoni di locazione.

La norma specifica anche che l’impossibilità si verifica quando la situazione impeditiva non può essere superata con lo sforzo diligente: non è necessaria, in altre parole, un’impossibilità assoluta ma non è sufficiente una mera maggior difficoltà. E naturalmente la situazione deve essere sopravvenuta poiché, se originaria, impedisce sin dall’inizio il sorgere del vincolo.

La risoluzione è volta pertanto alla tutela dell’equilibrio contrattuale, il cosiddetto “sinallagma funzionale“, che può venire meno nel corso dell’esecuzione di un contratto. E ha come principale effetto quello di far venire meno il vincolo contrattuale, “liberando” le parti dalle obbligazioni contratte.

 

La causa di forza maggiore

Ora, nel caso di biglietto aereo o ferroviario già acquistato, com’è pacifica la rinuncia forzata a cui si è costretti, è altrettanto evidente che tale situazione improvvisa ed imprevedibile legittima la richiesta di restituzione delle somme corrisposte. In effetti, la fattispecie in esame si inquadra in pieno nell’ipotesi in cui la causa del contratto, consistente nella fruizione di un viaggio, diviene inattuabile per una causa di forza maggiore, non prevedibile e non ascrivibile alla condotta dei consumatori.

Pertanto è legittimo svincolarsi dal vincolo contrattuale e conseguentemente ottenere la restituzione delle somme corrisposte, dando rilievo alla congiunta valutazione della causa e dei motivi (determinanti) che avevano indotto all’acquisto, determinando così la “causa concreta del contratto” attinente alla funzione economico-sociale del negozio giuridico posto in essere.

Per l’effetto, il grave impedimento che non consente ai contraenti di usufruire del titolo determina l’applicazione dell’art. 1463 c.c., ossia la risoluzione per impossibilità sopravvenuta della prestazione.