Articolo Pubblicato il 14 luglio, 2020 alle 11:30.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14605/20 depositata il 9 luglio 2020, ha stabilito un importante principio a tutela delle vittime (e dei loro familiari) dell’uranio impoverito, chiarendo che la prova per ottenere il risarcimento del danno va fondata sul nesso eziologico del “più probabile che non“, intercorrente tra le circostanze di esposizione e la patologia riscontrata.

 

Cos’è l’uranio impoverito

Va premesso che l’uranio naturale è composto da alcune varietà, isotopi in termine tecnico. L’isotopo 235 viene utilizzato nelle centrali nucleari e nella costruzione della bomba atomica. Lo si estrae dalla massa totale di uranio e lo si aggiunge all’uranio 238 che diventa, così, arricchito. Ciò che resta, cioè quello quasi del tutto privato del prezioso 235, è l’uranio impoverito, una sorta di rifiuto, che tuttavia viene utilizzato nei proiettili e nelle bombe. E che fa male.

La temperatura sprigionatasi nell’esplosione è sufficiente per far volatilizzare bersaglio e bomba in atomi o piccole molecole. Queste entità, trovando un ambiente freddo, si condensano e galleggiano in aria per poi ricadere a terra. Le particelle possono essere inalate e respirate, entrando nei polmoni, mentre quelle che cadono su frutta e verdura possono venire ingerite ed entrano nell’apparato digerente, sviluppando malattie (se ne contano almeno 78).

Sono migliaia le persone che si sono ammalate e sono decedute a causa dell’uranio impoverito, in primis militari impegnati in missioni militari all’estero ma non solo, perché si parla anche di tantissimi civili residenti nelle zone vicine a dove sorgono basi militari o poligoni di tiro, si vedano quelle della Sardegna.

Nel caso dei danni subiti dai militari, la responsabilità imputata allo Stato è duplice e deriva dall’assenza di adozione di misure protettive, nonché di informazioni dei particolari pericoli ai quali i soldati venivano esposti.

 

I familiari di un giovane militare deceduto citano in causa il Ministero della Difesa

La vicenda in questione riguarda il decesso di un giovane soldato di origine sarda stroncato nel 2004, ad appena 27 anni, dal linfoma di Hodgkin che avrebbe contratto nel corso del servizio prestato nei Balcani negli anni Novanta durante le missioni di soccorso internazionale in Albania (nel 1997) e in Kosovo (1999) dove, così come tanti altri commilitoni, nel quotidiano svolgimento del suo lavoro era stato esposto “ad influenze ed emanazioni di riconosciuta nocività“, come attestato dallo studio di un medico.

I suoi familiari hanno quindi citato in giudizio dinanzi al Tribunale di Cagliari il Ministero della Difesa per sentirlo condannare al risarcimento di tutti i danni subiti in conseguenza della morte del loro caro, in virtù del fatto che, nonostante i rischi connessi con il servizio prestato in zone soggette a bombardamenti con munizionamento all’uranio impoverito, non era stata adottata alcuna misura protettiva, né i militari del contingente erano stati informati dei particolari pericoli ai quali venivano esposti.

Il Ministero, da parte sua, si era costituito, chiedendo il rigetto della domanda ed evidenziando di avere comunque corrisposto alcune somme a titolo di intervento assistenziale e di equo indennizzo.

 

In primo grado richiesta danni accolta, in appello rigettata

Con sentenza del 2011 il Tribunale aveva condannato il Ministero della Difesa al pagamento, in favore dei familiari del caporalmaggiore, della somma di 233.776 euro in favore di ciascuno dei genitori e di 58.444 euro per ciascuno dei fratelli. Con sentenza del 2017, tuttavia, la Corte d’Appello di Cagliari, in accoglimento del gravame proposto dal Ministero, e in totale riforma dell’impugnata sentenza, aveva invece rigettato la domanda risarcitoria.

La Corte territoriale aveva innanzitutto precisato che il militare, contrariamente a quanto sostenuto in primo grado, non era mai stato impiegato in territori in cui l’utilizzo di munizionamento all’uranio impoverito era stato conclamato; che aveva sì prestato servizio in Albania ma come “radiofonista in sala“, dal 15 giugno al 25 luglio 1997, e in Macedonia dal 20 marzo al 4 giugno 1999, come “impiegato nell’attività di allestimento del campo profughi”.

I giudici di seconde cure, nello specifico di quest’ultima missione, conformemente a quanto evidenziato dall’espletata consulenza medico legale, avevano escluso ogni possibile nesso eziologico tra l’origine della contaminazione e l’insorgenza della malattia, in considerazione della “breve latenza tra la potenziale esposizione durante la missione in Macedonia (circa sei mesi) e la comparsa della sintomatologia”.

 

Per la Corte territoriale non superato il vaglio del principio del “più probabile che non”

In relazione, poi, alla missione in Albania, la Corte d’Appello aveva ritenuto che i ricorrenti, sui quali ricadeva il relativo onere, non avessero dimostrato gli elementi costitutivi dell’illecito ex art. 2043 cc. In particolare, i giudici avevano rilevato, in primo luogo, che, a fronte della contestazione del Ministero che i Paesi nei quali la vittima aveva prestato servizio fossero stati interessati da bombardamenti con munizionamento all’uranio impoverito, non era stato possibile desumere da alcun documento agli atti che Albania e Macedonia fossero territori inquinati; in secondo luogo, avevano ritenuto che, vista la genericità delle espressioni utilizzate dal Ctu in ordine al rapporto tra l’esposizione del soldato ad agenti genotossici e la patologia contratta, non poteva essere superato, nella specie, il vaglio del principio delpiù probabile che non.

In verità, il consulente medico legale aveva riferito che i militari che avevano prestato servizio nei Balcani, in seguito all’uso di munizionamenti (all’uranio impoverito e convenzionali) nelle guerre del 1995 e 1999, si erano esposti a rischi conclamati e notevoli – era scientificamente impossibile escludere tale esposizione -; che essa era “assai plausibile” nel caso specificomdel militare in questione, dal momento che erano state rinvenute nei suoi tessuti nanoparticelle metalliche“; che, pertanto, non era possibile escludere né l’esposizione ad agenti genotossici del caporalmaggiore durante il servizio prestato nei Balcani né che le patologie che lo avevano colpito potessero essere dovute a quella esposizione.

 

Il ricorso per Cassazione dei congiunti della vittima

I familiari del giovane hanno quindi proposito ricorso per Cassazione, al quale il Ministero della Difesa ha resistito con controricorso. I ricorrenti si sono innanzitutto lamentato del fatto che la Corte territoriale avesse omesso di considerare la presenza di nanoparticelle sui campioni biologici del loro caro e la volatilità delle particelle con riferimento al luogo di emissione.

Ancora, che i giudici di seconde cure si fossero limitati a prendere in esame solo gli asserti conclusivi della espletata Ctu, senza invece considerare alcune circostanze di fatto emerse dalla stessa, quali il dato storico relativo ai conflitti bellici avvenuti nei territori dei Balcani, l’utilizzo in quantità elevate di uranio impoverito e di altri metalli pesanti negli armamenti impiegati in questi conflitti, le proprietà genotossiche dell’uranio depleto, la presenza di nanoparticelle nei corpi dei militari morti, la cui combinazione dei componenti chimici induceva a ritenere l’origine militare, e non quella da esposizione ad altri fattori ambientali; l’inquinamento dell’ecosistema dei Balcani per effetto della risospensione delle particelle originate dall’esplosione di munizionamenti contenenti uranio impoverito o altri metalli pesanti.

 

Provato il nesso dei causalità secondo i ricorrenti

I familiari della vittima si dolevano poi del fatto che la Corte territoriale, con riferimento al nesso di causalità nella responsabilità per fatto illecito, avesse ritenuto che i contributi argomentativi della relazione peritale non superavano “il vaglio del principio del più probabile che non”, evidenziando come i consulenti avessero espresso le loro conclusioni in termini possibilistici perché in tal senso era stato formulato il quesito da parte della Corte d’Appello (che aveva infatti chiesto se la patologia in questione potesse essere collegata alle circostanze esposte dai ricorrenti), ma ciò non impediva al giudicante una verifica sul piano della probabilità logica.

Pertanto, hanno sostenuto che la Corte territoriale, nel riportare le conclusioni peritali in modo “acritico e sterile”, fosse incorsa in “motivazione apparente”, non spiegando le ragioni che l’avevano indotta, pur in presenza delle circostanze di fatto indicate sopra, ad affermare che il nesso di causalità non era stato provato secondo il principio del “più probabile che non”, aggiungendo anche che, nell’uso del prudente apprezzamento nella valutazione delle prove acquisite, aveva errato nella ricostruzione del fatto, e quindi nell’applicazione dei principi generali in tema di nesso causale nella responsabilità aquiliana: in particolare, i giudici di merito non avevano considerato che tutti i consulenti si erano riferiti alla penisola dei Balcani (e quindi anche alle aree albanesi e macedoni) e che comunque sussisteva un’incertezza scientifica in ordine al periodo di latenza, con la conseguenza che, nella valutazione del nesso causale, la missione in Macedonia sarebbe stata erroneamente esclusa.

Infine, i ricorrenti hanno lamentato il fatto che la sentenza impugnata abbia fondato la sua decisione sulla mancata prova, da parte loro, dell’inquinamento dei territori di Albania e Macedonia, quando invece la stessa Ctu aveva accertato che i Balcani (e quindi anche la Macedonia e l’Albania) erano territori a rischio contaminazione per effetto di bombardamenti e operazioni belliche avvenute con uranio impoverito o altri metalli pesanti.

Ebbene, scendo la Suprema Corte i motivi sono fondati. “La mancanza di motivazione – spiega la Cassazione -, quale causa di nullità per mancanza di un requisito indispensabile della sentenza si configura nei casi di radicale carenza di essa, ovvero del suo estrinsecarsi in argomentazioni non idonee a rivelare la “ratio decidendi” (la cosiddetta motivazione apparente), o fra di loro logicamente inconciliabili, o comunque perplesse od obiettivamente incomprensibili”. Nello specifico, secondo gli Ermellini, la motivazione della Corte territoriale si estrinseca proprio “in argomentazioni insanabilmente contradditorie, ed è quindi da considerarsi mancante

 

Le contraddizioni della sentenza impugnata

La Corte di merito, infatti, proseguono i giudici del Palazzaccio, in espressa adesione a quanto affermato dalla Ctu disposta in grado d’appello, ha, da una parte, in genere, ritenuto “conclamati e notevoli” i rischi da esposizione ad uranio impoverito (e ad altri metalli pesanti e non) di tutti militari che avevano prestato servizio nei Balcani in seguito all’uso di munizionamenti (all’uranio impoverito e convenzionali) nelle guerre del 1995 e del 1999 (“era impossibile escludere detti rischi”): nello specifico, poi, in considerazione della presenza, nei tessuti della vittima, di nanoparticelle metalliche del tipo di quelle riscontrate da una studiosa, aveva ritenuto questa esposizione “assai plausibile”.

Al riguardo – sottolinea la Cassazione -. la dottoressa (omissis) aveva ritrovato nello sperma e nella neoformazione sopraclaveare della vittima alcuni detriti, e cioè alcuni corpi estranei, microdimensionati, di chimiche diverse, non biodegradabili e non biocompatibili, potenzialmente tossici sia fisicamente che chimicamente”.

Tuttavia, la stessa Corte, poi, pur avendo la Ctu concluso che non era possibile escludere l’esposizione del soldato deceduto ad agenti genotossici durante il servizio prestato nei Balcani e che, attesa la presenza delle nanoparticelle nei suoi tessuti, era plausibile la relazione causa-effetto tra l’esposizione e le patologie riscontrate, ha invece escluso, “in insanabile contraddizione con quanto prima evidenziato, sia l’utilizzazione in Albania e Macedonia di munizioni all’uranio impoverito sia la sussistenza del nesso eziologico per il mancato superamento del vaglio del principio del “più probabile che non“.

 

Più che plausibile la relazione causa-effetto tra esposizione e malattia

In questo modo, concludono gli Ermellini, la Corte di merito non ha considerato che, nello specifico caso, come da essa stessa in precedenza rilevato, il rischio era “assai plausibile“, con evidente riferimento al criterio, pur non formalmente richiamato, del “più probabile che non“; che la risposta in chiave meramente possibilistica nelle conclusioni della Ctu era determinato dall’impossibilità scientifica di esprimere un giudizio di assoluta certezza, ed era inoltre consequenziale al quesito richiesto, concernente, appunto, la possibilità di collegamento tra le circostanze esposte dai ricorrenti e le patologie riscontrate; che la stessa Ctu, a cui la Corte territoriale ha aderito, ai fini dell’inquinamento dell’ecosistema dei Balcani, ha ritenuto di particolare importanza la “formazione di polveri fini ed ultrafini, il cui trasporto e deposito può avvenire anche a grandi distanze dal punto del rilascio“.

La complessiva motivazione della Corte, incorrendo nelle dette insanabili contraddizioni e nell’omesso esame dei su esposti fatti decisivi oggetto di discussione tra le parti, è da ritenersi mancante” sentenziano dunque i giudici del Palazzaccio, con conseguente accoglimento del ricorso, cassazione dell’impugnata sentenza e rinvio alla Corte d’Appello di Cagliari, in diversa composizione, per la definizione del caso.