Articolo Pubblicato il 22 gennaio, 2021 alle 18:00.

I contagi sul lavoro da coronavirus superano i 131mila, di cui 423 con esito mortale. Il 22 gennaio 2021 l’Inail ha pubblicato il rapporto mensile sulle denunce di infortunio sul lavoro da Covid-19 segnalate all’’istituto  ed è un dato importante perché integra le risultanze dell’ultimo mese dell’anno passato, dicembre.

Nel complesso del 2020, dunque, le denunce sono state 131.090, il 23,7% di tutte quelle per infortunio pervenute da inizio anno e il 6,2% dei contagiati nazionali totali comunicati dall’Istituto Superiore di Sanità al 31 dicembre (contro, rispettivamente, il 20,9% e il 6,5% registrati al 30 novembre).

 

A dicembre 26.762 nuovi contagi: seconda ondata peggiore della prima

Rispetto al monitoraggio effettuato alla data del 30 novembre (104.328 denunce), i casi in più sono ben 26.762 (+25,7%), di cui 16.991 riferiti a dicembre, 7.901 a novembre e altri 1.599 ad ottobre, complice la seconda ondata di contagi che ha avuto un impatto, anche in ambito lavorativo, più intenso rispetto alla prima.

Infatti, nel trimestre ottobre-dicembre si rileva il picco dei contagi con quasi 75.500 denunce di infortunio da inizio pandemia (57,6%), cifra peraltro destinata ad aumentare nella prossima rilevazione per effetto del consolidamento particolarmente influente sull’ultimo mese della serie, superando il dato registrato nel trimestre marzo-maggio (con il 38,5% dei casi da inizio pandemia, pari a circa 50.500 denunce).

Novembre, con quasi 36 mila denunce, supera il dato di marzo (28mila) diventando il mese con il maggior numero di eventi a seguito del Covid-19 nel 2020. Tra la prima e la seconda ondata, ovvero nei mesi estivi, si era invece registrato un ridimensionamento del fenomeno (con giugno, luglio e agosto al di sotto dei mille casi mensili, anche in considerazione delle ferie per molte categorie di lavoratori) e una leggera risalita a settembre (poco più di 1.800 casi, pari all’1,4%) che lasciava prevedere una ripresa dei contagi nei mesi successivi. Da inizio pandemia al 31 dicembre, le denunce si sono concentrate nei mesi di novembre (27,2%), marzo (21,6%), ottobre (17,4%), aprile (14,0%) e dicembre (13,0%), per un totale del 93,2%; il rimanente 6,8% riguarda maggio (2,9%), settembre (1,4%), febbraio (0,8%), giugno e agosto (0,7% per entrambi) e luglio (0,3%); con mese di accadimento gennaio, risultano 14 casi denunciati all’Inail.

 

La dinamica per sesso, età e nazionalità

Il 69,6% dei contagiati sono donne, il 30,4% uomini: la quota femminile sale al 71,6% nel solo mese di dicembre. L’età media dall’inizio dell’epidemia è di 46 anni per entrambi i sessi; l’età mediana (che ripartisce la platea – ordinata secondo l’età – in due gruppi ugualmente numerosi) è di 48 anni (la stessa riscontrata dall’Iss sui contagiati nazionali); sui casi di dicembre si registra la riduzione di un anno (45 anni l’età media e 47 anni quella mediana).

Il dettaglio per classe di età mostra come il 42,2% del totale delle denunce riguardi quella 50-64 anni. Seguono le fasce 35-49 anni (37,0%), under 34 anni (19,0%) e over 64 anni (1,8%). Gli italiani sono l’85,7% (sette su dieci sono donne), gli stranieri il 14,3% (otto su dieci sono donne): le nazionalità più colpite sono la rumena (20,9% dei contagiati stranieri), la peruviana (14,0%), l’albanese (7,9%), l’ecuadoregna (4,7%) e la moldava (4,2%);

La distribuzione territoriale

L’analisi territoriale, per luogo evento dell’infortunio, evidenzia una distribuzione delle denunce del 47,5% nel Nord-Ovest (prima la Lombardia con il 28,4%), del 23,0% nel Nord-Est (Veneto 9,7%), del 13,8% al Centro (Lazio 5,6%), dell’11,5% al Sud (Campania 5,4%) e del 4,2% nelle Isole (Sicilia 2,7%). Le province con il maggior numero di contagi da inizio pandemia sono Milano (11,1%), Torino (7,5%), Roma (4,5%), Napoli (3,8%), Brescia e Varese (2,8%), Genova e Verona (2,6%), Bergamo, Cuneo e Monza e Brianza (2,1%). Milano è anche la provincia che registra il maggior numero di contagi professionali nel mese di dicembre, seguita da Torino, Roma, Verona e Varese. Sono però le province meridionali di Vibo Valentia, Oristano e Sud Sardegna quelle che registrano i maggiori incrementi percentuali rispetto alla rilevazione di novembre.

 

I settori più colpiti

Delle 131.090 denunce di infortunio da Covid-19, quasi tutte riguardano la gestione assicurativa dell’Industria e servizi (97,7%), mentre il numero dei casi registrati nelle restanti gestioni assicurative, per Conto dello Stato (Amministrazioni centrali dello Stato, Scuole e Università statali), Agricoltura e Navigazione è di circa 3 mila unità.

Rispetto alle attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale (ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili…) registra il 68,8% delle denunce, seguito dall’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità  – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali) con il 9,1%, dal noleggio e servizi di supporto (servizi di vigilanza, di pulizia, call center…) con il 4,4%, dal manifatturiero (addetti alla lavorazione di prodotti chimici, farmaceutici, stampa, industria alimentare) con il 3,1%, dalle attività dei servizi di alloggio e di ristorazione con il 2,5% e infine da commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporto e magazzinaggio, attività professionali, scientifiche e tecniche (consulenti del lavoro, della logistica aziendale, di direzione aziendale) e altre attività di servizi (pompe funebri, lavanderia, riparazione di computer e di beni alla persona, parrucchieri, centri benessere…), tutti con l’1,8%.

Ripartendo l’intero periodo di osservazione in tre intervalli, fase di “lockdown” (fino a maggio compreso), fase “post lockdown” (da giugno a settembre) e fase di “seconda ondata” di contagi (ottobre-dicembre), si possono riscontrare significative differenze in termini di incidenza del fenomeno in vari settori: per l’insieme dei settori della sanità, assistenza sociale e amministrazione pubblica si osserva una progressiva riduzione dell’incidenza delle denunce tra le prime due fasi e una risalita nella terza (si è passati dall’80,4% dei casi codificati nel primo periodo fino a maggio compreso, al 54,9% del periodo giugno-settembre, per poi risalire al 77,4% nel trimestre ottobre-dicembre). Viceversa altri settori, con la graduale ripresa delle attività (in particolare nel periodo estivo) hanno visto aumentare l’incidenza dei casi di contagio tra le prime due fasi e una riduzione nella terza, come i servizi di alloggio e ristorazione (passati dal 2,5% del primo periodo, al 5,9% del secondo e al 2,4% nel terzo) o i trasporti (passati dall’1,2%, al 5,5% e al 2,1%).

Il decremento in termini di incidenza osservato nell’ultimo trimestre nei servizi di alloggio e ristorazione e nei trasporti non deve però trarre in inganno: infatti in questi settori, come del resto in tutti gli altri, il fenomeno è ripreso vigorosamente ad ottobre e in particolare a novembre-dicembre in termini di numerosità delle denunce e a diminuire è la quota di questi casi sul totale, a fronte del più consistente aumento che caratterizza – sia in valore assoluto che relativo – la sanità.

 

Le professioni più esposte

L’analisi per professione dell’infortunato evidenzia la categoria dei tecnici della salute come quella più coinvolta da contagi con il 38,7% delle denunce (in tre casi su quattro sono donne), l’82,2% delle quali relative a infermieri. Seguono gli operatori socio-sanitari con il 19,2% (l’80,9% sono donne), i medici con il 9,2% (il 48,0% sono donne), gli operatori socio-assistenziali con il 7,4% (l’85,1% donne) e il personale non qualificato nei servizi sanitari (ausiliario, portantino, barelliere) con il 4,7% (3 su 4 sono donne).

Il restante personale coinvolto riguarda, tra le prime categorie professionali, impiegati amministrativi (4,1%, di cui il 68,9% donne), addetti ai servizi di pulizia (2,3%, il 78,3% donne), conduttori di veicoli (1,2%, con una preponderanza di contagi maschili pari al 91,9%) e direttori e dirigenti amministrativi e sanitari (0,9%, di cui il 45,8% donne).

Con riferimento all’analisi dei dati per mese di accadimento, si osserva una progressiva riduzione dell’incidenza dei casi di contagio per le professioni sanitarie tra le prime due fasi e una risalita nella terza: tra queste, la categoria dei tecnici della salute (prevalentemente infermieri) dal 39,2% del primo periodo fino a maggio compreso, è passata al 23,5% del trimestre giugno-settembre, per poi ritornare al 39,2% nel periodo ottobre-dicembre; così come i medici, scesi dal 10,1% nella fase di “lockdown” al 5,4% in quella “post lockdown” per poi registrare l’8,8% nella “seconda ondata” dei contagi.

Altre professioni, con il ritorno alle attività, hanno visto invece aumentare l’incidenza dei casi di contagio tra le prime due fasi e registrato una riduzione nella terza, come gli esercenti e addetti nelle attività di ristorazione (passati dallo 0,6% del primo periodo al 3,8% di giugno-settembre e allo 0,6% tra ottobre e dicembre), gli addetti ai servizi di sicurezza, vigilanza e custodia (passati dallo 0,6% all’1,4% e poi allo 0,8%) o gli artigiani e operai specializzati delle lavorazioni alimentari (da 0,2% al 4,4% e allo 0,1%).

 

I casi mortali hanno raggiunto quota 423

Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale da Covid-19 pervenute all’Inail al 31 dicembre 2020 risultano 423 e rappresentano circa un terzo dei decessi denunciati da inizio anno e, con una incidenza dello 0,6% rispetto al complesso dei deceduti nazionali da Covid-19 comunicati dall’Iss al 31 dicembre (contro lo 0,7% registrato al 30 novembre).

Il 44,2% sono deceduti ad aprile, il 29,6% a marzo, il 9,7% a novembre, il 6,6% a dicembre, il 5,2% a maggio, l’1,7% ad ottobre, l’1,4% a luglio, l’1,2% a giugno e lo 0,2% sia ad agosto che a settembre. Rispetto al monitoraggio del 30 novembre (366 casi), i decessi sono 57 in più, di cui 28 a dicembre e 21 a novembre: gli altri decessi sono distribuiti tra marzo e aprile (il consolidamento dei dati permette di acquisire le informazioni non disponibili nei mesi precedenti). Per i casi mortali, pertanto, a differenza delle denunce in complesso, è la prima ondata dei contagi ad avere avuto un impatto più significativo della seconda: 79,0% è, infatti, la quota sul totale dei decessi del trimestre marzo-maggio contro il 18,0% di ottobre- dicembre.

La dinamica per sesso, età e nazionalità

L’83,2% dei decessi ha interessato gli uomini, il 16,8% le donne (al contrario di quanto osservato sul complesso delle denunce in cui si rileva una percentuale superiore per le donne). L’età media dei deceduti è di 59 anni (56 per le donne, 59 per gli uomini) così come l’età mediana, 58 anni per le donne e 60 per gli uomini (82 anni quella calcolata dall’Iss per i deceduti nazionali).  Il dettaglio per classe di età mostra come il 70,2% del totale delle denunce riguardi la classe 50-64 anni. Seguono le fasce over 64 anni (19,9%), 35-49 anni (8,7%) e under 34 anni (1,2%) nella quale non si rilevano decessi femminili. Infine, gli italiani sono l’89,4% (oltre otto su dieci sono maschi), gli stranieri il 10,6% (sette su dieci sono maschi): le comunità più colpite sono la peruviana (con il 20,0% dei decessi occorsi agli stranieri), la rumena e l’albanese (11,1% per entrambe).

La distribuzione territoriale

L’analisi territoriale, per luogo evento dei decessi, evidenzia una distribuzione del 51,3% nel Nord-Ovest (prima la Lombardia con il 37,6%), del 12,1% nel Nord- Est (Emilia Romagna 8,7%), del 13,9% nel Centro (Lazio 6,6%), del 18,9% al Sud (Campania 9,5%) e del 3,8% nelle Isole (Sicilia 3,6%). Basilicata e Provincia Autonoma di Bolzano non hanno registrato casi mortali. Le province che contano più decessi da inizio pandemia sono Bergamo (10,4%), Milano (9,2%), Napoli (6,6%), Brescia (6,1%), Roma (5,4%), Cremona (4,3%), Torino e Genova (entrambe 3,5%). Nel confronto con le denunce professionali da Covid-19 per ripartizione geografica, per i mortali si osserva una quota più elevata al Sud (18,9% contro l’11,5% riscontrato nelle denunce totali) e un’incidenza inferiore nel Nord-Est (12,1% rispetto al 23,0% delle denunce totali).

I settori

Dei 423 decessi da Covid-19, la stragrande maggioranza riguarda la gestione assicurativa dell’Industria e servizi (91,3%), mentre il numero dei casi registrati nelle restanti gestioni assicurative, per Conto dello Stato (Amministrazioni centrali dello Stato, Scuole e Università statali), Navigazione e Agricoltura è di 37 unità.

Rispetto alle attività produttive, il settore della sanità e assistenza sociale registra il 25,2% dei decessi codificati, seguito dalle attività del manifatturiero con il 13,4%, dal trasporto e magazzinaggio e dall’amministrazione pubblica, entrambi con il 10,7%, dal commercio all’ingrosso e al dettaglio con il 9,7%, dalle costruzioni con il 7,2%, dalle attività professionali, scientifiche e tecniche con il 4,5%, dalle attività inerenti il noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (servizi di vigilanza, attività di pulizia, fornitura di personale, call center…) con il 4,1%, dalle attività finanziarie e assicurative e da quelle dei servizi di alloggio e ristorazione, con il 3,4% ciascuna, dalle altre attività dei servizi (pompe funebri, lavanderia, riparazione di computer e di beni alla persona, parrucchieri, centri benessere…) con il 3,1%.

Le professioni

L’analisi per professione dell’infortunato evidenzia, per concludere, come circa un terzo dei decessi riguardi personale sanitario e socio-assistenziale. Nel dettaglio, le categorie più colpite dai decessi sono quelle dei tecnici della salute con il 10,0% dei casi codificati (il 61% sono infermieri, di cui circa la metà donne) e dei medici con il 6,8% (un decesso su dieci è femminile).

A seguire gli operatori socio-sanitari con il 5,1% (circa la metà sono donne), il personale non qualificato nei servizi sanitari con il 3,9% e gli operatori socio-assistenziali con il 2,9% (il 58% sono donne), gli specialisti nelle scienze della vita (tossicologi e farmacologi) con l’1,9%.

Le restanti categorie professionali coinvolte riguardano gli impiegati amministrativi con il 10,9% (nove su dieci sono uomini), gli addetti all’autotrasporto con il 5,8% (tutti uomini), gli addetti alle vendite e i direttori e dirigenti amministrativi e sanitari con il 2,4% ciascuno, gli artigiani meccanici con il 2,2%, gli addetti ai servizi di sicurezza, vigilanza e custodia con l’1,9%, gli artigiani e operai specializzati nelle rifiniture e mantenimento delle strutture edili e nella meccanica di precisione, gli esercenti ed addetti nelle attività di ristorazione e gli specialisti delle scienze gestionali, commerciali e bancarie, tutti con l’1,7% ciascuno.