Articolo Pubblicato il 21 ottobre, 2020 alle 18:30.

La recrudescenza della pandemia da Covid-19 trova puntuale riscontro anche nei contagi sul lavoro, che hanno superato quota 54mila, quasi due mila dei quali denunciati nel mese di settembre. Il 21 ottobre 2020 l’Inail ha pubblicato il nono report nazionale elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto, insieme alla versione aggiornata delle schede di approfondimento sulle infezioni di origine professionale registrate nelle 19 regioni italiane e nelle due province autonome di Trento e Bolzano.

 

Al 30 settembre 2020 i contagi sul lavoro sono saliti a 54.128

Alla data del 30 settembre, i casi segnalati all’Inail sono risultati 54.128 – il 15% delle denunce di infortunio pervenute complessivamente da inizio anno e il 17,2% dei contagiati nazionali totali comunicati dall’Istituto Superiore della Sanità alla stessa data -, concentrate soprattutto nel mese di marzo (51,2%) e di aprile (33,8%): il 7,1% sono denunce afferenti al mese di maggio, l’1,8% a febbraio, l’1,7% a giugno, lo 0,9% a luglio, l’1,4% ad agosto e il 2,1% a settembre.

Rispetto al precedente monitoraggio effettuato alla data del 31 agosto (52.209 denunce), i casi in più sono 1.919, di cui 1.127 riferiti a contagi nel mese di settembre, gli altri 792 imputabili ai mesi precedenti (in particolare al mese di agosto.

La distribuzione per sesso, età (in diminuzione) e aree territoriali

Per il 70,7% i contagiati sono donne, il 29,3% uomini; l’età media dall’inizio dell’epidemia è di 47 anni per entrambi i sessi; l’età mediana (quella che ripartisce la platea – ordinata secondo l’età – in due gruppi ugualmente numerosi) 48 anni (56 anni quella riportata dall’Iss per i contagiati nazionali). Considerando i casi dell’ultimo mese, l’età mediana si è abbassata a 47 anni (46 per le donne, 48 per gli uomini): il dettaglio per classe d’età mostra come il 43,9% del totale delle denunce riguardi quella tra 50 e 64 anni. Seguono le fasce 35-49 anni (36,6%), 18-34 anni (17,4%) e over 64 anni (2,1%).

Gli italiani sono l’83,8% (sette su dieci sono donne); gli stranieri il 16,2% (otto su dieci sono donne), con nazionalità più colpite quella rumena (20,5% dei contagiati stranieri), peruviana (15,5%) e albanese (7,6%). L’analisi territoriale evidenzia una distribuzione delle denunce del 55,1% nel NordOvest (con in testa sempre la Lombardia con il 35,2%), del 24,4% nel Nord-Est (Emilia Romagna 10,4%), dell’11,9% al Centro (Toscana 5,6%), del 6,2% al Sud (Puglia 2,6%) e del 2,4% nelle Isole (Sicilia 1,2%). Le province con un maggiore numero di contagi sono Milano (10,8%), Torino (7,8%), Brescia (5,4%) e Bergamo (4,6%). Tra agosto e settembre sono da segnalare alcuni focolai di contagi Covid-19 in ambito lavorativo avvenuti in aziende che operano sul territorio nazionale, in particolare uno nella provincia di Treviso e l’altro nel Barese.

 

I settori più colpiti

Delle 54.128 denunce di infortunio da Covid-19, quasi tutte riguardano la gestione assicurativa dell’Industria e servizi (circa il 99%), mentre il numero dei casi registrati nelle restanti gestioni assicurative, per Conto dello Stato, Navigazione e Agricoltura è di 832 unità. Rispetto alle attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale (ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili…) registra il 70,3% delle denunce, seguito dall’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali) con l’8,9%, dal noleggio e servizi di supporto (servizi di vigilanza, di pulizia, call center,…) con il 4,4%, dal settore manifatturiero (addetti alla lavorazione di prodotti chimici, farmaceutici, stampa, industria alimentare) con il 3,3% e dalle attività dei servizi di alloggio e di ristorazione con il 2,7%.

Pur nella provvisorietà dei dati soggetti a consolidamento, un’analisi delle denunce di infortunio per mese di accadimento rileva che al picco dei contagi dei mesi di marzo e aprile è seguito un ridimensionamento a maggio e soprattutto nei mesi estivi di giugno-agosto (al di sotto dei mille casi mensili, anche in considerazione delle ferie per molte categorie di lavoratori). A settembre si deve però evidenziare una recrudescenza delle denunce che superano di nuovo i mille casi, cifra peraltro destinata ad aumentare nella prossima rilevazione per effetto del consolidamento particolarmente influente sull’ultimo mese della serie.

Ripartendo l’intero periodo di osservazione in due intervalli, fase di “lockdown” (fino a maggio compreso) e fase “post lockdown” (da giugno a settembre) si possono riscontrare significative differenze in termini di incidenza del fenomeno in vari settori: per l’insieme dei settori della sanità, assistenza sociale e amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali) si osserva una riduzione dell’incidenza delle denunce, passata dall’80,6% dei casi codificati fino a maggio al 54,2% del quadrimestre successivo (ma si registra già una risalita della quota nel mese di settembre).

Viceversa, con la graduale ripresa delle attività, si assiste a un incremento della quota di denunce in alcune di esse, in particolare in quelle che nel periodo estivo hanno avuto una crescita di lavoro, come i servizi di alloggio e ristorazione (passati dal 2,5% del primo periodo al 6,4% del quadrimestre successivo) o il commercio (che passa dall’1,4% al 3,4%), fino ai trasporti (dall’1,1% al 4,9%).

 

Le professioni più esposte

L’analisi per professione dell’infortunato evidenzia la categoria dei tecnici della salute come quella più coinvolta da contagi con il 39,2% delle denunce (più di tre casi su quattro sono donne), oltre l’83% delle quali relative a infermieri. Seguono gli operatori socio-sanitari con il 20,6% (l’81,4% sono donne), i medici con il 10,1%, gli operatori socio-assistenziali con l’8,9% (l’84,9% donne) e il personale non qualificato nei servizi sanitari (ausiliario, portantino, barelliere) con il 4,7%.

Il restante personale coinvolto riguarda, tra le prime categorie professionali, impiegati amministrativi (3,2%), addetti ai servizi di pulizia (1,9%) e dirigenti sanitari (1,0%). Con riferimento all’analisi dei dati per mese di accadimento nei due periodi in cui il lockdown fa da spartiacque, si osserva anche qui una progressiva riduzione dell’incidenza dei casi di contagio per le professioni sanitarie: tra queste, la categoria dei tecnici della salute (prevalentemente infermieri) è passata dal 39,8% del primo periodo fino a maggio compreso, al 26,3% del quadrimestre giugno-settembre, mentre per i medici si è scesi dal 10,3% nella fase di “lockdown” al 5,7% in quella “post lockdown”.

Ma va precisato che nel solo mese di settembre si registra già un rialzo di tali quote. Altre professioni, con la ripresa delle attività, hanno visto invece aumentare l’incidenza dei casi di contagio, come gli esercenti dei servizi di alloggio e ristorazione (passati dallo 0,6% del primo periodo al 3,5% di giugno-settembre), gli addetti ai servizi di sicurezza, vigilanza e custodia (passati dallo 0,5% all’1,4%) o gli artigiani e operai specializzati (dallo 0,2% al 4,8%).

 

Le denunce mortali sono 319

Il monitoraggio alla data del 30 settembre 2020 rileva 319 denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale a seguito di Covid-19 pervenute all’Inail (circa un terzo dei decessi denunciati da inizio anno e un’incidenza dello 0,9% rispetto al complesso dei deceduti nazionali da Covid-19 comunicati dall’ISS al 30 settembre): di questi, il 35,7% sono deceduti a marzo, il 54,5% ad aprile, il 6,0% a maggio, l’1,6% a giugno, l’1,9% a luglio, lo 0,3% ad agosto e nessun caso è astato denunciato a settembre.

Rispetto al monitoraggio del 31 agosto (303 casi), i decessi sono 16 in più, ma sono per lo più distribuiti tra marzo e aprile (il consolidamento dei dati permette di acquisire le informazioni non disponibili nei mesi precedenti), e nessuno, come detto, a settembre.

L’analisi dei casi di decesso per contagio sul lavoro

Per l’84,0% i decessi hanno interessato gli uomini, il 16,0% le donne (al contrario di quanto osservato sul complesso delle denunce); l’età media dei deceduti è 59 anni (57 per le donne, 59 per gli uomini), l’età mediana 60 anni sia per le donne che per gli uomini (82 anni quella calcolata dall’Istituto Superiore di Sanità per i deceduti nazionali).

Il dettaglio per classe di età mostra come il 69,9% del totale delle denunce riguardi quella 50-64 anni. Seguono le fasce over 64 (19,4%), 35-49 anni (9,4%) e under 34 anni (1,3%). Gli italiani sono l’89,3% (circa nove su dieci sono maschi); gli stranieri il 10,7% (sette su dieci sono maschi): le comunità più colpite sono la peruviana (con il 17,6% dei decessi occorsi agli stranieri), la rumena (14,7%) e l’albanese (11,8%).

L’analisi territoriale evidenzia una distribuzione dei decessi del 56,7% nel NordOvest (Lombardia 41,7%), del 13,8% nel Nord-Est (Emilia Romagna 9,7%), dell’11,6% nel Centro (Lazio 4,7%), del 16,0% al Sud (Campania 7,2%) e dell’1,9% nelle Isole (Sicilia 1,9%). Le province che contano più decessi sono Bergamo (11,6%), Milano (8,2%), Brescia (7,8%) e Napoli (6,0%).

Dei 319 decessi da Covid-19, la stragrande maggioranza riguarda la gestione assicurativa dell’Industria e servizi (circa il 92%), mentre il numero dei casi registrati nelle restanti gestioni assicurative, per Conto dello Stato, Navigazione e Agricoltura è di 26 unità. Rispetto alle attività produttive, il settore della sanità e assistenza sociale (ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili…) registra il 21,3% dei decessi codificati, seguito dalle attività del manifatturiero (addetti alla lavorazione di prodotti chimici, farmaceutici, stampa, industria alimentare) con il 13,8%, dal trasporto e magazzinaggio con il 12%, dall’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali), dal commercio all’ingrosso e al dettaglio con il 10,7% ciascuna, dalle costruzioni con l’8,0%, dalle attività professionali, scientifiche e tecniche (dei consulenti del lavoro, della logistica aziendale, di direzione aziendale) con il 4,9% e infine dalle attività dei servizi di alloggio e ristorazione e finanziarie e assicurative con il 4,0% ciascuna.

L’analisi per professione dell’infortunato evidenzia come circa un terzo dei decessi riguardi personale sanitario e socio-assistenziale. Nel dettaglio, le categorie più colpite dai decessi sono quelle dei tecnici della salute (il 58% sono infermieri, di cui metà donne) con il 9,5% dei casi codificati e dei medici con il 6,9% (uno su dieci è donna).

A seguire, gli operatori socio-sanitari con il 5,1% (ugualmente distribuiti per genere), il personale non qualificato nei servizi sanitari (ausiliari, portantini, barellieri) con il 3,6% e gli operatori socio-assistenziali (due su tre sono donne) con il 3,3%, infine gli specialisti nelle scienze della vita (tossicologi e farmacologi) con il 2,2%.

Le restanti categorie professionali coinvolte riguardano gli impiegati amministrativi con l’11,6% (nove su dieci sono uomini), gli addetti all’autotrasporto con il 6,2%, gli addetti alle vendite con il 2,9%, i direttori, dirigenti ed equiparati dell’amministrazione pubblica e nei servizi di sanità, istruzione e ricerca con il 2,5%, i dipendenti nelle attività di ristorazione, gli addetti ai servizi di sicurezza, vigilanza e custodia e gli artigiani edili, tutti con il 2,2% ciascuno.