Articolo Pubblicato il 14 maggio, 2020 alle 12:00.

L’incidente era accaduto tre anni fa nel cortile esterno dello stabilimento. Riconosciuta anche la responsabilità dell’azienda, a cui è stata inflitta una sanzione di quasi 15mila euro

Otto mesi di reclusione e 14.448 euro da pagare, oltre alle spese processuali: questa la pena (sospesa) e la sanzione pecuniaria cui sono stati condannati Giorgio Garavini, 78 anni, Simona Garavini, 39, e la loro omonima impresa, tutti di Vignola, nel Modenese, per l’ennesimo incidente sul lavoro, costato la vita, il 10 maggio 2017, a soli 47 anni, a Silvano Venturi, di Doccia di Savignano. L’operaio, che non era sposato e non aveva figli, ha lasciato in un immenso dolore il fratello Maurizio, che aveva già perso in modo tragico l’altro fratello, Adriano, deceduto nel 2013 dopo 11 anni di agonia per i postumi di una caduta allo stadio durante una partita di calcio del “suo” Modena.

Nella sentenza appena notificata il giudice del Tribunale modenese, dott.ssa Eleonora Pirillo, ha respinto le istanze dei difensori, che avevano chiesto l’assoluzione per i propri clienti “perché il fatto non costituisce reato”, e che non fosse riconosciuta la responsabilità della Garavini Srl perché l’illecito contestato sarebbe stato “insussistente per mancanza di nesso causale”. E ha invece accolto le richieste del Pubblico Ministero, dott. Pasquale Mazzei, titolare del procedimento a carico dei due imputati per omicidio colposo, con l’aggravante del fatto commesso per mancato rispetto delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. Il Pm aveva chiesto di riconoscere la loro responsabilità penale, con relativa condanna a 12 mesi, ridotti poi di un terzo per la scelta del rito abbreviato e con la sospensione condizionale anche in virtù della loro incensuratezza, e la responsabilità della società, proponendo una multa di 16mila euro, poi stabilita in 14.448 euro, tenuto anche conto dell’avvenuto risarcimento: il fratello della vittima, tramite l’area manager Riccardo Vizzi, si è affidato a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, che ha ottenuto per il proprio assistito, dopo una trattativa con la controparte, l’integrale liquidazione dei danni, chiudendo da tempo il capitolo civile. Restava aperto quello penale e ora anche qui Maurizio Venturi ha ricevuto un po’ di giustizia, anche se nulla potrà restituirgli il fratello.

Silvano Venturi, operaio esperto, dipendente da 26 della Garavini, che effettua lavorazioni su materiali ceramici, quel giorno operava con altri due colleghi nel cortile esterno del capannone dell’azienda. I tre lavoratori avevano ricevuto l’incarico di prelevare dalla zona di deposito e caricare su un automezzo delle lastre di marmo e usavano un carrello elevatore dotato di forche e attrezzato con braccio gru: le lastre venivano sollevate mediante fasce collegate con moschettone. Un’operazione che richiedeva tre addetti: uno alla guida, gli altri con il compito di posizionare le fasce alle due estremità laterali della lastra e mantenerla stabile durante il trasporto. Venturi si trovava a sinistra del mezzo, condotto da un collega, davanti all’asse anteriore, sul marciapiede, e teneva in mano le fasce per evitare che si impigliassero nel percorso. E’ stato allora che ha perso l’equilibrio, è caduto in avanti, prono, ed è stato investito dal carrello, finendo schiacciato sotto la ruota anteriore sinistra e subendo gravissime lesioni da schiacciamento risultate fatali. L’autopsia, affidata al dott. Matteo Tudini, ha escluso che il 47enne fosse rimasto vittima di un malore, così come che fosse sotto l’effetto di sostanze “esogene” quali droghe o alcool, stabilendo senza alcun dubbio che il decesso era “conseguenza diretta del severo traumatismo toracico e addominale causato dall’investimento”.

La perdita di equilibrio è dunque stata solo una tragica fatalità, che però si sarebbe dovuta limitare a una caduta a terra se fossero state rispettate le norme di sicurezza. Le indagini dello Spsal dell’Asl di Modena hanno infatti evidenziato al riguardo gravi lacune che hanno portato la Procura a chiedere e a ottenere il processo per due figure apicali dell’impresa, oltre all’azienda stessa: Giorgio Garavini, il legale rappresentante, e Simona Garavini responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, accusati di aver “aver cagionato – per citare l’atto del Pmla morte di Silvano Venturi per colpa consistita in imprudenza, imperizia, negligenza nonché specificamente nella violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro ed in particolare dell’articolo 64, comma I lettera A del D.L.vo 81/08”, che fa obbligo al datore di lavoro di provvedere affinché i luoghi di lavoro siano conformi ai requisiti di legge.

Contestazioni condivise dal giudice, che ha ritenuto “senza dubbio sussistenti profili di colpa” – generica e specifica, “per non aver ottemperato agli obblighi previsti dal Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro” -, in capo sia al Garavini, sia alla figlia, titolare di specifica posizione di garanzia, sia alla società. “La Garavini S.r.l. – recita la sentenza – ha conseguito un oggettivo vantaggio dalla sistematica violazione, da parte di Giorgio e Simona Garavini, delle norme in materia di sicurezza sul lavoro previste dal D.lgs. 81/2008, in termini di risparmio di tempo e spesa, con conseguente velocizzazione dell’attività lavorativa e aumento della produttività. E’ infatti emerso come né il datore di lavoro né la Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione abbiano predisposto adeguate misure di sicurezza onde evitare il rischio di investimento dei pedoni nell’area cortiliva della società, dove i lavoratori e i mezzi circolavano insieme per prassi. In particolare, è emersa la totale assenza di segnaletica orizzontale o verticale atta a distinguere i percorsi pedonali da quelli riservati ai mezzi di trasporto, nonché la mancata individuazione di idonea distanza tale da garantire la sicurezza dei lavoratori, evitando contatti rischiosi tra questi e i mezzi. Tali carenze rendono evidente l’atteggiamento di noncuranza dei soggetti posti ai vertici della società rispetto a una prassi aziendale rischiosa per i lavoratori coinvolti, così posponendo le esigenze di sicurezza degli stessi a quelle di risparmio di tempo e di spesa”.

Accertato anche il nesso di causalità tra condotta omissiva colposa e decesso, “Alla luce della ricostruzione della dinamica dell’infortunio – aggiunge la dott.ssa Pirillo -, si ritiene che la condotta alternativa lecita avrebbe, con elevata probabilità logica, evitato la morte del lavoratore. Se infatti si fosse posto a un’adeguata distanza di sicurezza dal mezzo, nel momento della caduta non ne sarebbe stato travolto e il decesso non si sarebbe verificato, considerato che il carrello teneva una traiettoria lineare e procedeva a velocità limitatissima”. Un’altra morte bianca del tutto evitabile