Articolo Pubblicato il 23 marzo, 2020 alle 10:00.

Il fatto colposo del conducente che abbia contribuito al verificarsi dell’incidente stradale è rilevabile anche d’ufficio dal giudice, laddove ovviamente risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile sul piano causale la colpa concorrente dello stesso danneggiato: pertanto, la prospettazione del concorso di colpa non richiede che sia stata proposta un’eccezione in senso proprio.

Sembra un tecnicismo, ma in realtà è un punto molto importante quello che ha chiarito la Cassazione, VI sezione Civile, con l’ordinanza 6387/20 depositata il 6 marzo 2020.

 

Il Tribunale condanna l’Anas a risarcire un automobilista

Il caso in questione riguarda un automobilista pugliese rimasto coinvolto nel 1999 di un brutto incidente lungo la Statale Brindisi-Lecce.

L’uomo aveva perso il controllo della sua vettura a causa delle pessime condizioni del manto stradale, finendo la sua corsa in posizione obliqua sulla corsia di sorpasso, dove la macchina era stata a sua volta centrata da un’altra automobile. Il danneggiato aveva quindi citato in causa l’Anas, Ente gestore della strada, per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti e il tribunale di Brindisi gli aveva dato ragione piena, condannando la controparte a liquidargli una somma di 56.793 euro.

La Corte d’Appello dimezza il risarcimento

L’Anas però aveva impugnato la decisione dinanzi alla Corte d’Appello di Lecce, asserendo invece che il sinistro fosse avvenuto per responsabilità totale ed esclusiva dell’automobilista, che si sarebbe distratto mentre guidava il mezzo a velocità elevata.

I giudici di secondo grado avevano confermato la responsabilità del’Ente gestore per le condizioni del fondo stradale, ma avevano riconosciuto una responsabilità concorrente anche del danneggiato, essendo risultato dagli atti, in particolare dalla relazione della polizia stradale e da quella del consulente tecnico d’ufficio, che egli, al momento dell’incidente, procedeva alla velocità di 120 km orari in un tratto ove il limite di velocità era di 90, e che la velocità non adeguata alle condizioni stradali e meteorologiche, in violazione dell’art. 141 e dell’art. 142 Codice della Strada, pur non avendo causato lo sbandamento dell’auto, aveva impedito al conducente di riacquistare il controllo del mezzo, limitando così le conseguenze del sinistro.

Pertanto, la Corte d’Appello aveva ridotto del 50% la somma liquidata a favore della vittima.

 

L’automobilista ricorre in Cassazione

Di qui il suo ricorso per Cassazione.

Il motivi di doglianza che qui più interessano sono il primo e il secondo, nei quali il ricorrente, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ., lamenta innanzitutto la violazione e la falsa applicazione degli artt. 112 e 342 cod. proc. civ., nella parte in cui la sentenza avrebbe pronunciato extra petita partium, andando a valutare, al di là delle conclusioni dell’appellante (l’Anas), la presenza di un concorso di colpa del danneggiato, non formulata in primo grado e neppure presente tra i motivi di appello.

La sua corresponsabilità nella causazione del sinistro non era infatti mai stata oggetto di richiesta da parte dell’Ente gestore, che – osservava il danneggiato – aveva sempre insistito perché fosse riconosciuta la sua responsabilità esclusiva. A suo dire, dunque, non avendo costituito domanda in primo grado né motivo di appello, la Corte territoriale non avrebbe dovuto pronunciarsi sulla stessa.

Inoltre, il ricorrente asseriva che la sentenza impugnata non aveva posto a fondamento della propria statuizione le prove prodotte dalle parti e i fatti non contestati: infatti, non era mai stata oggetto di discussione tra le parti la circostanza che una velocità minore avrebbe comportato la capacità di riprendere il controllo del veicolo; pertanto,  la Corte territoriale non avrebbe dovuto individuare quale concausa del sinistro un fatto inesistente e smentito dal materiale istruttorio.

 

I chiarimenti della Suprema Corte sul concorso di colpa

Ma per la Cassazione, il ricorso è infondato. In via preliminare la Suprema Corte chiarisce la differenza, relativamente al concorso di colpa del creditore, tra il primo ed il secondo comma dell’art. 1227. Il debitore, nell’ipotesi, di cui all’art. 1227, secondo comma, c.c., “che resta giuridicamente distinta da quella del primo comma (la quale riguarda proprio il concorso di colpa in senso stretto), fa valere un diritto, contrapposto e antagonista, rispetto a quello della controparte.

Il Giudice può procedere al relativo accertamento solo in presenza di un’istanza del debitore, il quale deve rendersi promotore di un’eccezione in senso sostanziale. Tale eccezione, qualora non proposta nel giudizio di primo grado, non è proponibile per la prima volta in comparsa conclusionale e neppure in appello”.

Il comma primo dell’art. 1227 c.c., a mente del quale “se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate“, si riferisce invece “all’ipotesi in cui il fatto colposo del danneggiato o del creditore abbia inciso nella determinazione del danno (c.d. concorso colposo del creditore).

 

Il “fatto colposo del creditore” è rilevabile anche d’ufficio

“Quest Collegio – spiegano dunque gli Ermellini – ritiene, in sintonia con i principi più volte ribaditi, che il fatto colposo del creditore che abbia contribuito al verificarsi dell’evento dannoso sia rilevabile d’ufficio, per cui la sua prospettazione non richiede la proposizione di un’eccezione in senso proprio, costituendo una mera difesa”.

Ne consegue, prosegue la Suprema Corte, che “il giudice deve proporsi d’ufficio l’indagine riguardo al concorso di colpa del danneggiato (sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente, sul piano causale, dello stesso danneggiato), e ciò nella considerazione che tale indagine sia intrinseca alla ricostruzione del fatto storico”.

Per contro, il secondo comma dell’art. 1227 c.c. (secondo cui il risarcimento non è dovuto, per i danni, che il creditore avrebbe potuto evitare, usando l’ordinaria diligenza) “introduce un’ipotesi di eccezione in senso stretto, con la quale si fa valere un contro-diritto e riguarda il caso in cui il comportamento del creditore abbia prodotto soltanto un aggravamento delle conseguenze dannose, concorrendo ad aggravare l’evento (che, peraltro, si sarebbe egualmente verificato, pur in assenza della condotta del creditore), con conseguente applicazione della disciplina dell’art. 1223 c.c., il quale prescrive che il pregiudizio da risarcire, sia sotto forma di perdita subìta, sia sotto forma di lucro cessante, dev’essere conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento o del ritardo di esso”.

Su questa base le censure vengono ritenute infondate, perché, appunto, “il giudice anche d’ufficio – e indipendentemente quindi dalla richiesta della parte interessata – poteva accertare se vi fosse stato un concorso causale al verificarsi del danno da parte della vittima, tenendo conto, come si è detto dei fatti allegati, rappresentati, nel caso di specie, dalle condizioni meteorologiche, dal verbale della polizia, dai risultati della CTU.

 

Anche sulla velocità il Giudice ha interpretato le prove prodotte

Respinta, infine, anche la contestazione relativa alla velocità tenuta. “Costituisce ius receptum che, perché si configuri un motivo integrante la violazione del paradigma dell’art. 115 cod. prod. civ. è necessario che venga denunciato che il giudice non ha posto a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti, cioè che abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione della norma, dichiarando di non doverla osservare o giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (fermo restando il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio, previsti dallo stesso art. 115 c.p.c.).

E’ pacifico che detta violazione non si può ravvisare nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dal paradigma dell’art. 116 c.p.c., che non a caso è rubricato alla “valutazione delle prove“.

Essendo la velocità tenuta dal ricorrente emersa dai fatti di causa, così come era risultato che essa superava il limite imposto su quel tratto di strada e che non risultava adeguata allo stato dei luoghi, dato che l’asfalto era reso viscido dalla pioggia, “il giudice a quo non è incorso in alcuna delle censure mossegli dal ricorrente conclude l’ordinanza della Cassazione, che ha pertanto confermato la sentenza di appello con risarcimento dimezzato.